Miley Cyrus

Miley Cyrus And Her Dead Petz

2015 (Smiley Miley Inc.) | psych-pop, urban-pop

D'accordo, me ne rendo conto: recensire l'ultima fatica di Miley Cyrus a così ampia distanza dal suo momentum nelle cronache e nei chiacchiericci del pubblico della rete può risultare davvero fuori tempo massimo. Vero è però che l'hype, la smania di dover essere sul pezzo a tutti i costi, è una strategia che in molti casi si rivela fallimentare, tesa più che altro ad aumentare la polarizzazione delle opinioni e poco più. Precisazione superflua? Magari lo fosse, perché vista la formidabile capacità del personaggio in questione di creare vespai e polemiche a non finire, anche l'annuncio a sorpresa di un album, distribuito gratuitamente, in combutta con i Flaming Lips, non ha propriamente calmato le acque. Anzi, se possibile ha contribuito a intorbidirle ancora ulteriormente, coinvolgendo senza troppi giri anche una grossa fetta di pubblico midstream che, per un motivo o per l'altro, fino ad oggi si era limitato a insultarla o snobbarla senza troppi patemi d'animo.
Non staremo nuovamente a tracciare l'identikit di una delle popstar più imponenti dell'attuale panorama mondiale, gli step che le hanno permesso di trasformarsi da beniamina dei preadolescenti  a fenomeno di costume a tutto tondo. Di tutto questo se ne è parlato a sufficienza dall'uscita di "Wrecking Ball" e rispettivo video e ormai certi discorsi sono venuti realmente a noia a chiunque. D'altronde, questa non è neanche la sede più adatta per discuterne, specialmente quando si ha a che fare con un disco che, affrontato con il giusto equilibrio e senza crasse partigianerie di sorta, nella realtà non è poi il disastro apocalittico per cui lo si è voluto far passare. Anzi, rispetto agli strombazzamenti (fin troppo altisonanti) riscossi da tante altre colleghe, la lunga, irriverente e spiritata dedica ai tanti animali da compagnia sepolti dalla Cyrus tiene in serbo più di una sorpresa.

Interamente autoprodotto con "soli" 50000 dollari, con la Rca a restare totalmente estranea al progetto, in vista di quello che sarà l'effettivo seguito di "Bangerz", "Miley Cyrus & Her Dead Petz" è lavoro che, nell'arco dei suoi novantadue minuti di durata, sfalda in parte la vibrante immagine urban-pop su cui la cantante ha edificato il proprio rilancio presso il grande pubblico, per tuffarsi da un lato dai lidi della ballata americana a lei da sempre cari (ricordiamoci che Dolly Parton è la sua madrina e idolo indiscusso), dall'altro nelle viscose acque psichedeliche che Wayne Coyne & company hanno reso a lei ancor più familiari.
Archiviata (non per volontà delle parti chiamate in causa) la liaison con miss Kesha Sebert, in cerca della nuova musa pop da cui lasciarsi ispirare e, perché no, tentare l'ascesa presso il pubblico generalista, la scelta dell'affiliazione con la ex-Hannah Montana è probabilmente la più adatta, per non dire la più naturale, nei termini di una comunanza di intenti, di un'amicizia profonda, che tra le trame del disco si palesa senza alcuna mediazione.
In questo senso, la tanto diffusa storiella che vorrebbe la Cyrus calare i panni di semplice portavoce di una rivoluzione sonora cucitale addosso dai Flaming Lips, ennesimo tentativo di screditare agli occhi del mondo le sue capacità di autrice e compositrice, è da smentire sin dal principio. Se non bastassero i credit a stabilire la superiorità contributiva della signorina sui suoi ben più attempati colleghi, il modo con cui sfrutta la comunque tangibile influenza delle labbra fiammeggianti più pop (altezza "The Soft Bulletin" - "Yoshimi Battles The Pink Robots", tanto per intendersi), e la piega in un disegno complessivo che sa avvalersi della destrezza di un parco di collaboratori decisamente più ampio, la dicono lunga sulle abilità ideative di una personalità che nella sua assoluta libertà di movimento non trova proprio eguali in tutto l'universo mainstream.

Quel che si agita insomma sotto la coltre nebbiosa, apparentemente statica e indissolubile, sotto il “cannabinoico” (mi si passi il neologismo) e fumoso habitus prescelto per presentare la collezione, vero e proprio cabinet of curiosities dei tempi moderni, è ben più ricco e appetitoso di come lo si vorrebbe spacciare. Con l'ormai fido e sempre più quotato Mike Will Made It a comparire nuovamente in veste di produttore, Ariel Pink a infiltrarsi sempre più profondamente nei meccanismi pop di peso e Sarah Bartel dei Phantogram a trovare il proprio spazio in uno tra gli episodi più stralunati di un disco per sé teso al polimorfismo, il momento è propizio per la Cyrus per riversare in musica tutta se stessa, in una misura che comprenda persona pubblica e privata, considerazioni, storie e divagazioni varie, senza alcun filtro, alcuna mitizzazione, ad accompagnare la sua esposizione.
Poco importa se quanto ne deriva sotto il profilo lirico può risultare naif, bambinesco, a momenti forzatamente trash: ci pensa la miriade di articolazioni, curiosità, sottigliezze sonore a disperdere in un battibaleno le perplessità testuali (comunque nemmeno troppo ubiquitarie), e a ridestare la scintilla dell'interesse, spostando semmai l'attenzione sugli esiti musicali di un prodotto che mette in risalto essenzialmente curiosità e sconfinata voglia di sperimentazione. Nell'avvicendarsi dei ventitré brani del disco, le direttive principali su cui questo poggia (urban-pop, psichedelia, country-folk del suo natio Tennessee) s'intrecciano e si avviluppano in continuazione, perdendo i connotati di partenza e ricompattandosi in un turbine espressivo se non di suo originale, di certo disorientante nell'aggredire e personalizzare un così vasto materiale di partenza, senza giungere al tanto vituperato effetto-compilation. Anzi, l'esperienza d'ascolto risulta notevolmente compattata, riconducibile a una mente pensante univoca e identificabile.

Tutt'altro che il capriccio weird con cui si è voluto bollare frettolosamente l'operazione: certo, non si tratterà del disco più imprescindibile di questo 2015 (e indubbiamente la lunghezza, invero proibitiva, dell'operazione, inficia un po' la riuscita del progetto nel suo insieme), e si poteva proporre con molta più tranquillità i brani dividendoli in due capitoli, ciò non toglie che molti dei passaggi qui inclusi brillano di un'inventiva che tanti eroi del psych-pop contemporaneo si sognano.
Ecco come rimodellare i trap-beat alla luce di atmosfere slabbrate e fluttuanti, nel brano di lancio "Dooo It!", di fatto contestualizzandoli in una cornice che sacrifica ancor maggiormente l'estrazione black e li rende un espediente estetico di fatto sfruttabile con successo nei contesti più disparati.
Anche in ambienti a lei forse meno accostabili, gli eventuali contrasti stilistici vengono superati con assoluta nonchalance: le delicate volute dei synth galattici di "Space Boots", antitesi e completamento della disperata e narcotica country-ballad "Something About Space Dude", mettono in luce tutte le particolarità e le inflessioni di cui è dotata la vocalità della Cyrus, decisamente più valida e carismatica come interprete di quanto la vulgata vorrebbe recitare.
Una duttilità a cui Miley corrisponde senza schermi, a cui lascia specchiare l'altrettanto spigliata imprevedibilità dei sostrati musicali con totale naturalezza, non mancando comunque mai di coerenza interna. Se lo desidera, può quindi mostrarsi debosciata, annebbiata come sotto l'effetto del tanto decantato pot, eppure tenere il palcoscenico con pieno controllo ("Fweaky", la nemesi, sedata e imbronciata, della sua smash-hit; "Cyrus Skies", con il retroterra di basso e tastiere a gorgogliare, magmatico e minaccioso, sotto il mormorio compunto della cantante).
Altrove non ha invece timore a rivelare il suo lato più energico e spiritato (il divertente stacchetto r&b "I Forgive Yiew"; la bizzarra digressione onirica di chiusura "Twinkle Song"), oppure tirare fuori un istrionismo ben oltre i limiti del dileggio, come ben mostrano "Pablow the Blowfish", l'assurdo cordoglio con tanto di copiose lacrime di coccodrillo, o la trucida confessione spoken di "BB Talk", giocata su pad d'archi trés anni 90 e notevoli incursioni canore a variare il monologo.

In tutto questo affastellarsi di volti e impressioni, è però nei panni di balladeer che infine la Cyrus centra i momenti più interessanti nel complesso, o perlomeno quelli in cui la sua penna ne risulta forse più nobilitata. Passando oltre momenti abbastanza interlocutori come "Evil is But a Shadow" (urban-pop minimale fin troppo catatonico e privo di mordente) o "Tiger Dreams" (spento stiracchiamento lisergico), la songstress centra il bersaglio al cento per cento essenzialmente in corrispondenza dei passaggi più emotivi della rosa, quelli in cui in fondo le vere radici del suo sound affiorano con maggiore intensità. "Karen Don't Be Sad", ninna nanna su spiritati loop tastieristici e sottinteso strumentale folk-rock, probabilmente si avvale di uno dei migliori momenti melodici in tutta la carriera dell'autrice; "I'm So Scared" d'altra parte mette a nudo l'anima dell'ex-teen idol in un saggio di spoliazione emotiva che il tocco urban-folk dell'arrangiamento sa esaltare senza scadere in una vischiosa svenevolezza. La dimostrazione che anche senza il supporto e il denaro di label di grido, la signorina sa perfettamente mettere i tasselli al posto giusto.

Poi possiamo discutere di tutto il resto, di come senza la firma di Miley Cyrus un disco del genere sarebbe passato in sordina (per essere forse elevato allo status di piccolo culto dal primo snob di turno), della lunghezza ingiustificata (e qui si può anche essere d'accordo), della pretenziosità di un gesto del genere (qui lo si è un po' meno). D'altronde, l'album è tutt'altro che perfetto, qualche brano di troppo non manca (alquanto preventivabile, vista la mole del prodotto), e a volte è più l'ambizione a sorprendere piuttosto che l'effettiva riuscita del brano. Ciò non significa che "Miley Cyrus & Her Dead Petz" sia un disco auto-compiaciuto, più utile a chi lo ha ideato che a chi ne fruisce. Accantonando qualche pregiudizio di troppo sulla firmataria del progetto (come anche sulla salute mentale di chi ne ha assecondato la visione), nella realtà si evidenzia la validità di un lavoro che, foss'anche preso a piccole dosi, non manca di mettere in mostra un talento tutto in ascesa. A questo punto della carriera, con buona pace dei suoi tantissimi detrattori, miss Cyrus può davvero tutto.

(24/10/2015)

  • Tracklist
  1. Dooo It!
  2. Karen Don't Be Sad
  3. The Floyd Song (AKA Sunrise)
  4. Something About Space Dude
  5. Space Boots
  6. Fuckin Fucked Up
  7. BB Talk
  8. Fweaky
  9. Bang Me Box
  10. Milky Milky Milk
  11. Cyrus Skies
  12. Slab Of Butter (Scorpion) (ft. Sarah Bartel of Phantogram)
  13. I'm So Drunk
  14. I Forgive Yiew
  15. I Get So Scared
  16. Lighter
  17. Tangerine (ft. Big Sean)
  18. Tiger Dreams (ft. Ariel Pink)
  19. Evil Is But A Shadow
  20. 1 Sun
  21. Pablow The Blowfish
  22. Miley Tibetan Bowlzzz
  23. Twinkle Song
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