Roomful Of Teeth

Render

2015 (New Amsterdam) | a cappella, contemporanea

Mai come oggi risulta difficile approcciarsi all'ascolto di un ensemble a cappella con obiettività, al netto di qualsiasi pregiudizio: questa forma musicale soffre di un rinnovato abuso non soltanto da parte di cori emergenti, intenti a proporre improbabili rivisitazioni di stampo pop-rock, ma anche dell'amatoriale comunità di YouTube, che lo ha reso uno degli espedienti parodistici per eccellenza.
Perciò nemmeno la garanzia fornita da un Grammy Award – vinto lo scorso anno per la miglior performance da camera – potrebbe essere utile a salvare i Roomful Of Teeth dallo scetticismo e dal sorrisetto beffardo dell'ascoltatore medio, benché il loro background sia decisamente distante dalla cultura mainstream.

Nei Roomful Of Teeth, convintamente definiti come band, anziché coro, dal direttore artistico Brad Wells, i ruoli e le modalità canore degli otto componenti spaziano in modo sorprendente tra polifonia rinascimentale, opera classica, yodel e throat singing (tecnica che congiunge la Mongolia alla nostra Sardegna); tutto questo, però, viene orientato verso l'interpretazione di brani contemporanei che hanno il loro referente principale nel cosiddetto “minimalismo sacro” di Arvo Pärt, Henryk Górecki e John Tavener.
Il supporto audio ci permette di abbandonare l'imbarazzo della mimica facciale e delle bocche che si contorcono, separando il suono gutturale da chi lo produce per udirlo finalmente come un suono puro, un elemento tonale pari a quello prodotto da uno strumento musicale.

Solo allora potremo comprendere la complessità del quadro d'insieme e la raffinatezza degli intarsi melodici dei Roomful Of Teeth: a cominciare dall'eburnea limpidezza di “Vesper Sparrow”, primo assaggio di un'estasi che culminerà nei due lunghi brani meditativi “Beneath” e “Render” – canto funebre che dà il titolo all'album – situati in una dimensione che precede la significazione; in essi risuona la “Dolmen Music” di Meredith Monk (lo stile della band deve molto alla sua arte performativa) in un canto neo-primitivo che soltanto all'apice del crescendo diventa inno sacrale, per poi dissolversi in gocce vaporose che stillano da formazioni calcaree secolari.

L'assai sporadica presenza di testi veri e propri è un ulteriore indice dell'arcana radice espressiva del loro humming: come la prima volta con Demetrio Stratos, in “Beneath” torniamo a meravigliarci del prodigio della diplofonia, in uno spazio sonoro che sembra abbracciare l'intero cosmo.
Persino un episodio abbastanza leggero come “High Done No Why” è comunque più vicino alla coralità new age di Eric Whitacre che al divertissement in salsa pop. La massima fusione stilistica avviene però nei pochi ma intensi minuti di “Otherwise”, un calderone di cori da epoche lontane confluiti sotto una sola arcata riverberante.

L'obiettivo implicito, ovviamente, è quello di ridare lustro alla tradizione corale, ereditandone le tecniche per attualizzarle entro una visione contemporanea. C'è talento e ambizione ma anche umiltà, in questa seconda prova dei Roomful Of Teeth, che senza campagne virali ed esibizionismi stanno (meritatamente) raccogliendo il favore della critica musicale più accorta, lasciando che sia il semplice suonare a far loro strada.

(09/06/2015)

  • Tracklist
  1. Vesper Sparrow
  2. The Ascendant: The Beginning And
  3. High Done No Why
  4. Beneath
  5. The Ascendant: The Fence Is Gone
  6. Otherwise
  7. Suonare
  8. Render
  9. The Ascendant: Surviving Death
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