Sam Lee

The Fade In Time

2015 (Nest Collective) | alt-folk

Premiato per il miglior album del 2012 dalla rivista Froots e nominato per il Mercury Prize dello stesso anno, Sam Lee ritorna con un progetto finanziato attraverso la piattaforma PledgeMusic.
Rispetto all’esordio, “The Fade In Time” assume subito i contorni di un lavoro più collettivo, con una band fissa di 5 elementi: Flora Curzon e Francesca Ter-Berg si dividono tra violino e violoncello, mentre la sezione ritmica è affidata al percussionista Josh Green, con Jonah Brody al koto e Steve Chadwick alla tromba a completare un‘esotica ed esoterica mini-orchestra folk.

Con l’intento di ampliare lo spettro sonoro della musica popolare, Sam Lee rilegge la tradizione con canoni affini alla world music, le radici antropologiche e la cultura contadina trasmessa da padri e nonni vengono adagiate su un linguaggio sonoro che attinge oltre che dal folk, anche al jazz stile Ecm, e scomoda perfino le pagine più poetiche di David Sylvian e Robert Wyatt (quest’ultimo un riferimento quasi obbligato per i protagonisti del folk revival inglese, come ad esempio le Unthanks).

Registrato negli studi di Imogen Heap (gli Hideway Studios), ”The Fade In Time” incentiva l’universalità della sua musica coinvolgendo strumenti di diversa origine e affidando ad Arthur Jeffes della Penguin Café e Jamie Orchard-Lisle il difficile compito di bilanciare antico e moderno.
Si ha spesso la piacevole sensazione che Sam Lee senta la necessità di dar voce a una cultura sommersa, più che mettere se stesso in primo piano, infatti sono field recordings e voci dal passato gli elementi che creano l’ambiente per brani come “Bonny Bunch Of Roses”, un canto del 1881 che racconta gli ultimi giorni di Napoleone, in un accorato dialogo tra il figlio dell’imperatore e sua madre. Sam Lee, incrociando un vecchio canto serbo con suoni di tamburi e violino, offre una prospettiva inedita per una rilettura di uno dei brani più saccheggiati del folk (Fairport Convention, Chieftains, Glen Campbell, Nic Jones e Bob Dylan tra gli altri).

La figura di Stanley Robertson (mentore e fonte di conoscenza per Lee) riecheggia nella delicata rilettura per violino, koto e voce di “The Moon Shone On My Bed Last Night”, l’ultima canzone che Stanley apprese dalla zia Jeannie Robertson (figura storica della tradizione musicale scozzese), ma anche nella iniziale “Jonny O' The Brine”, una storia di bracconaggio e violenza sottolineata dal suono epico della tromba e dal ritmo prorompente delle percussioni.
“The Fade In Time” è un album folk che non ha un’identificazione territoriale delimitata, il canto gitano di “The Blackbird” ha l’incedere della canzone popolare europea e nomade, una melodia che cresce di pathos come il dolore della protagonista (è la storia di una donna incinta che saluta il compagno che parte in guerra).
Allo stesso modo “Over Yonders Hill” evoca l’Africa di Toumani Diabaté e le atmosfere nordiche di Jan Garbarek, con un'elegia che poi diventa un racconto onirico (affidato alla voce di Freda Black e a un metronomo).

Sam Lee si mostra fortemente convinto che la vitalità della musica popolare possa proiettarsi nel futuro, anche sposandosi con l’effimera modernità dell’elettronica, come in “Phoenix Island”, che trascina il folk fuori dalle gabbie del revival, per una celebrazione evolutiva del canto popolare e della coralità lirica.
Multiforme e ricco come un vecchio libro di storia, “The Fade In Time” scomoda anche il fascino della musica tradizionale giapponese nell’epica e sinfonica ballata “Moorlough Maggie”, inoltre scuote dal torpore tutti i falsi discepoli di Alan Lomax, portando a nuova luce un altro tesoro nascosto del folk inglese, ovvero “Lord Gregory” (una struggente folk-song facente parte della collezione di Hamish Henderson).

Infine, tra danze pagane (“Willie O”) e fragili duetti tra piano e voce appena carezzati da incursioni di folk cameristico (“Airdog”), si giunge al crescendo emotivo di “Lovely Molly”, dove Arthur Jeffes con il Roundhouse Choir crea un tessuto lirico superbo, che Sam Lee onora con una delle sue più intense prove vocali, un puro distillato di lirismo.
Ed è sempre il leader della Penguin Cafè il maestro di cerimonie della conclusiva “The Moss House”, dove è il suo piano a condurre la musica verso confini ancora più universali, con una scarnificazione minimalista che cala il sipario con passo leggero.
“The Fade In Time” è uno dei migliori album folk dei nostri tempi, un imperdibile racconto culturale da custodire nella sempre più ristretta nicchia dei dischi da consegnare ai posteri.

(11/03/2015)



  • Tracklist
  1. Jonny O'the Brine 
  2. Bonny Bunch Of Roses 
  3. Blackbird 
  4. Lord Gregory
  5. Over Yonders Hill
  6. Moorlough Maggie
  7. Phoenix Island
  8. The Moon Shone On My Bed Last Night 
  9. Willie O 
  10. Airdog 
  11. Lovely Molly 
  12. The Moss House


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