Nato nel 2007, il progetto Mind Over Mirrors di Jaime Fennelly si è trasformato col tempo in un ricco collettivo musicale. Ex-componente di Phatom Limb,
Peeesseye e Acid Birds, il musicista americano ha caratterizzato il suo percorso artistico applicando all'harmonium indiano a pedale le logiche del minimalismo di
Terry Riley, saturando le armonie con
fingerpicking e
drone music.
Dopo due sorprendenti album, quasi complementari (“The Voice Rolling”, “High & Upon”), Fennelly ha introdotto la voce nelle sue sempre più complesse architetture sonore a base di
drone-music e avant-folk prima di dar vita a una vera e propria band per il nuovo album “Undying Color”.
Jim Becker (
Califone), Janet Beveridge Bean (Eleventh Dream Day) e Jon Mueller (
Volcano Choir, Death Blues) affiancano Haley Fohr (
Circuit Des Yeux), quest’ultima già protagonista del precedente album “The Voice Calling”.
Harmonium, violini, percussioni e synth analogici costituiscono l’ossatura del suono, un neo-folk da camera che per un attimo sorride alla
Penguin Café Orchestra (“Restore & Slip”), per esplorare in seguito possibili scenari futuristici e rurali, tra preghiere sciamaniche edificate su sonorità grevi di moog, fiati e voci (“Gravity Wake”) e nebulosi
photo-frame campestri (“Splintering”).
Dietro la genesi di “Undying Color” ci sono argomentazioni culturali forti e solide: i
landscape sonori non sono frutto di speculazioni sonore e timbriche, l’intenzione è quella di rappresentare la natura e il mutamento ambientale attraverso caleidoscopiche forme di new-folk. Lo spettro sonoro della musica tradizionale viene rinvigorito con sfumature di colore finora esistenti solo in natura e qui trasformate in musica (“Gray Clearer”).
Con il nuovo album, i Mind Over Mirrors ampliano il concetto di spazio mirando all’infinito cosmico, e non suoni strano che ”600 Miles Around” evochi perfino i
My Bloody Valentine o che “Glossolaliac” appaia come figlia impura di
Steve Reich. “Undying Color” non solo travalica i confini tra folk e sperimentazione, ma riesce addirittura a creare nuove forme di bellezza naturale, superando stilisticamente il più timido e impacciato tentativo dell’ultimo
Bon Iver.
Un album imperdibile e fondamentale per comprendere le future vie di fuga dalla staticità creativa del rock contemporaneo.