CupcakKe

Ephorize

2018 (self-released) | hardcore-rap, pop-rap

Passare da sensazione virale del momento a meme dell'altro ieri è questione di un attimo, a meno che non si disponga di una personalità o di un controllo sul proprio profilo tale da riuscire a mantenere una presa sulla sfuggente attenzione del mutevole pubblico di Internet. Certo, con la sua attitudine senza filtri, esibita sia nei testi che nei video, nei confronti del sesso, della gestione del proprio corpo e delle relazioni interpersonali, a Elizabeth Harris aka CupcakKe (un nome d'arte che è tutto un programma) non serviva poi un grosso sforzo affinché con i suoi pezzi, a cavallo tra il trollaggio più spinto e l'ironia più cruda, si accattivasse le grazie di tanti curiosi (e addetti ai lavori, tra cui una Charli XCX che l'ha voluta per i suoi ultimi progetti) di novità e stranezze varie. Poco importa accertarsi che si trattasse di apprezzamento sarcastico o di vera stima per una personalità fuori da ogni schema (roba da far impallidire la Lil' Kim degli esordi), nel corso di due anni e di quattro lavori autoprodotti la sua popolarità è cresciuta a dismisura, i fan ne seguono ogni nuova trovata e i suoi atteggiamenti continuano a far discutere e polarizzare le opinioni, anche soltanto in quella nicchia espansa che ha saputo costruirsi.
Per quanto però si può andare avanti soltanto con metafore iper-sessualizzate ed esilaranti giochi di parole? Se è vero che già in passato la giovanissima rapper di Chicago aveva affrontato tematiche più spinose e spostato il baricentro delle sue basi dall'estetica drill della sua città di origine, con “Ephorize” il discorso si fa decisamente più interessante, sotto ogni punto di vista. Riducendo al minimo le escandescenze sessuali, affinando la propria ironia e la propria personalità in un ventaglio di tematiche ben più complesso e strutturato, il quinto lavoro in due anni da parte di Harris finalmente paventa quella maturità di suono e quel carattere che filtravano soltanto in rare occasioni, per i quali in quest'occasione viene consentito di sbocciare senza alcun ostacolo. Se questo è il trampolino di lancio per una carriera di alto profilo, non poteva esserci un migliore veicolo.

In effetti, è interessante notare come a una maturazione del profilo lirico abbia corrisposto un'analoga evoluzione nell'aspetto produttivo, sempre meno interessato all'integralismo geografico e pronto ad abbracciare le varie interpretazioni dell'hip-hop contemporaneo. Prodotto quasi integralmente dal misconosciuto Def Starz, l'album intercetta un vastissimo campionario di beat e soluzioni, talvolta nettamente in controtendenza rispetto alla maggiore compattezza black dei primi tempi. In questo campionario stilistico, CupcakKe si muove senza alcun impaccio, sfoderando anzi un impeto e un'aggressività che ben si addicono al carattere più confessionale e “politicizzato” dei testi.
Il flow, pulito e raramente sopra le righe (a questo ci pensano già i bizzarri accostamenti lessicali) si trova quindi a mettere un ordine nel marasma di idee e spunti per lei allestito, giostrandosi tra i temi e i diversi approcci con scafatezza da veterana. Nel bounce scabrosissimo di “Duck Duck Goose”, ad esempio, le varie volgarità e le narrazioni sessuali di Harris si trovano a fare i conti con una crudezza e una secchezza espressiva insolite nelle dinamiche più colorite della rapper, qui invece desiderosa di rivestire di umorismo le sue confessioni vietatissime ai minori. Non che l'approccio sia necessariamente serioso, tuttavia c'è un maggiore distacco rispetto al passato, una maggiore schiettezza. È soprattutto nelle trame musicali, a dire il vero, che si riflette invece il divertimento e la forte esuberanza della musica della giovane MC, desiderosa di dare un peso analogo anche al contesto.

È con focosi passi di salsa che il lavoro si avvia alla conclusione, un compimento del tutto inatteso, che riesce a stemperare totalmente il sottotesto trap di base e conferire al flow di CupcakKe colori latini e quel filo di sensualità che la personalità strabordante della chicagoana pareva proprio non possedere. “Navel”, d'altro canto, lascia esprimere maggiormente le dinamiche hip-hop della base, ciò non toglie che la parte del leone venga commissionata al loop di flauto dal tocco contemporaneamente esotico e minaccioso, perfetto contraltare per le sanguinose vicende narrate da Harris, quasi una nuova (e riuscita) appropriazione al femminile degli stilemi gangsta-rap. Se quindi torna a ribadire il suo sostegno (per quanto in maniera lievemente goffa) alle cause LGBT+ nel reggaeton a tutto volume di “Crayons”, in “Self Interview” Harris quasi si fa spietata e accusatoria, nei confronti di un pubblico che probabilmente non ne ha voluto intuire le reali potenzialità, ma soprattutto verso se stessa, troppo impegnata a volgere lo sguardo a situazioni che minacciano di lederne l'integrità personale.
Con qualche lieve scivolone verso un appiattimento nel flow e nella scrittura a mostrare come ancora la voglia di abbracciare pienamente la sua identità sia lungi dall'essere completata, la grinta della rapper riesce comunque a sopperire a ogni mancanza, invitando a scatenarsi in un ballabile come “Post Pic” che prende da vicino la lezione hip-house di Azealia Banks (salvo poi stemperarla in elettrizzanti deviazioni reggae/dancehall) o a trovare vie più bizzarre e ardite per l'hardcore-rap targato 2018. Se affinerà quei pochi dettagli di un'estetica già ben bilanciata tra trollaggio e inventiva, desiderio di condivisione e imprevedibilità sonora, il grande passo è pura e semplice questione di tempo.

(25/01/2018)

  • Tracklist
  1. 2 Minutes
  2. Cartoons
  3. Duck Duck Goose
  4. Wisdom Teeth
  5. Crayons
  6. Cinnamon Toast Crunch
  7. Exit
  8. Self Interview
  9. Navel
  10. Spoiled Milk Titties
  11. Total
  12. Post Pic
  13. Meet And Greet
  14. Single While Taken
  15. Fullest


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