Giorgos Varoutas

Chronostasis

2018 (ReR Megacorp) | post-world, drone, sperimentale

Una rivelazione tira l’altra, quando si cominciano a conoscere e approfondire le propaggini sperimentali e d’avanguardia di paesi relativamente più in ombra di altri. Ad esempio, il ritorno di Stelios Romaliadis con l’ultima incarnazione del progetto cameristico Lüüp mi ha condotto verso un ulteriore sound artist emergente d’area ellenica, nonché suo collaboratore da diversi anni: l’ateniese Giorgos Varoutas, classe 1980, aveva infatti già preso parte alla liturgia profana di “Meadow Rituals”, solenne ed elegante, ma nel suo portfolio c’è anche la partecipazione a due album di Steve Jansen e la formazione a quattro denominata Vault Of Blossomed Ropes.

Il suo esordio da compositore somiglia a una visione tanto lucida quanto evanescente di una possibile esistenza del suono musicale al di fuori della scrittura e persino della sua esecuzione. “Chronostasis” non ci presenta un mondo dopo il mondo, bensì una vera e propria sospensione e compressione dello spazio-tempo, una cristallizzazione di elementi musicali slegati dalla consequenzialità e dalla loro storia pregressa.
Assistito da un ensemble a formazione variabile, il concept di Varoutas si avvale di fiati e percussioni, chitarre elettriche ed elettronica, spesso trattati in un secondo momento dall’autore stesso. Quel che ne risulta è un soundscape plasmato con estrema cura e atto a suggerire una presenza/assenza delle sorgenti acustiche che lo attraversano.

Dalle sponde di un minimalismo primordiale, tra percussioni tonali e quieti rigurgiti elettroacustici, “Arcadia I” introduce il canto distante di un primo strumento a fiato, preludio al sereno fischiare di due ney (Varoutas e Harris Lambrakis) nell'eden panico di “Melisma I”. Procedendo nell’ascolto si manifesta una chitarra percorsa gentilmente da un bottleneck, attraversata da un’onda corta emessa dal no-input mixer (invenzione putativamente attribuita a Toshimaru Nakamura). E ancora campanacci, batterie in stile libero (Nikos Sidirokastritis), un picchiettare e grattare su corde stoppate alla Derek Bailey: tutti suoni più o meno familiari, ma che nelle tappe di questo viaggio immaginario risultano in qualche modo estranei, incontrandosi apparentemente per caso ma in maniera ordinata, senza alcuna prevaricazione o tensione all'accumulo caotico.

“Procrustes” poggia sul suono dolce e pervasivo dello shō (Ko Ishikawa) – conosciuto in Occidente anche grazie a John Cage, che lo utilizzò a complemento dei suoi tardi number pieces – accompagnato da un suono simile a un vibrafono che sembra mescolare ulteriormente le carte dell’illusoria successione temporale. L'incedere solenne dell’arpeggione (Vasso Dimitiou) in “Evolver”, unito ai sussurri e alle ariose volute del flauto (il sopracitato Romaliadis), richiama il più pacifico dei riti tribali, come un inno di grazie a dèi benevoli e insiti nella natura stessa delle cose. Il dittico che titola il disco si apre su un impalpabile tessuto ambient che nella seconda parte si apre su un varco siderale, rivelando uno spicchio d’universo regolato dalle proprie infallibili leggi intrinseche.

L'epilogo di “Melisma II” è forse l'unico pallido richiamo alla tradizione musicale greca, con un coro etereo di voci femminili che idealmente risolve il cortocircuito tra tempo e spazio generatosi in quest’opera profondamente affascinante: un altro significativo approdo in quella ricerca di un’estetica neo-arcaica che, negli ultimi anni, la scena sperimentale europea sta conducendo con passione e originalità.

(15/03/2018)

  • Tracklist
  1. Arcadia I
  2. Melisma I
  3. Arcadia II
  4. Resonator I
  5. Procrustes
  6. Resonator II
  7. Evolver
  8. Chronostasis I
  9. Chronostasis II
  10. Melisma II
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