Sarah Stride

Prima Che Gli Assassini

2018 (I Distratti) | songwriter, alt-pop

Con quelle labbra può dire quello che vuole. Vogliamo parlare della lingua? Del modo in cui arrota le consonanti, o come allunga o restringe le vocali? O del respiro che palesa affanno, preoccupazione, tensione, ansia? Per rovesciarne il senso, con tutte quelle “s” perforanti, insinuanti, velenosamente corali, con le parole che si rincorrono, che sembrano calpestarsi, apparentemente irrispettose della sacrale fila indiana, ma ordinate da un senso del ritmo magistrale che accentua e accenta, indurisce e carezza.
Si alza un rimprovero, seppur non chiassoso, anche timido, comunque dubbioso, portato al confronto, in attesa di una risposta: è pop, ma forse mancano i ritornelli. Invece ci sono, ma somigliano a dei coltelli, o a uno stuolo di frecce che piovono dal cielo senza avviso e, ovviamente, di prigionieri neanche l’ombra. Sarah la guerriera, fine stratega che prepara il terreno di battaglia contro la barbarie quotidiana, l’assurdo cianciare di ugole prive di cognizione, di luoghi comuni e banalità neanche assortite.

Stride modella il piano della riscossa a bordo di una voce multistrato, una e mille, con armonizzazioni che sanno di vecchia scuola, quella che un tempo guardava al futuro, allo spazio, un qualcosa di complesso ma che non vuole darlo mai a vedere, che rende tutto semplice, quindi popolare, ma senza mollare di un centimetro, ed ecco che ogni frammento, ogni movimento, ogni cambio di registro arriva a tutti, basta avere un po’ di pazienza, la sedimentazione agisce con tratti subdoli, abili, labili ma concreti, progressivi. Il contorno è funzionale, pulsante, elettronico, sostiene, ribadisce senza spingere, con discrezione, ma sempre severo.

Sarah Stride che aggiorna la vocalità del boom, che modella originarie raucedini e le prepara per l’epoca del baam che, a occhio e croce, dovrebbe essere dietro l’angolo. Undici brani sinistri, apocalittici, ossessivi eppure cantabili, sognanti, ma anche rocciosi, imperscrutabili, cullanti, come dei vecchi-nuovi scioglilingua, tra figli di Giove e uomini d’oro, tra cronaca e sogno, come una reporter dotata di macchina fotografica quadrimensionale, undici canzoni colorate di grigio tendente al blu notte che diventa elettrico e poi si spegne e poi riappare.
Sarah che stupisce, organizza un Esercito e poi si scopre che all’interno c’è solo lei e, donchisciottianamente, si lancia ardita ma pare leggiadra come una libellula, mentre danza sui tetti, con un gelato in mano, tra le lenzuola stese di una domenica d’agosto di metà anni 60, 2060. Stride che confeziona anche le pause di riflessione, tra un tè al limone verde e uno sguardo al vecchio album di foto dei nonni, e intanto magari intona la canzone perfetta per il rilancio del jukebox, niente di nuovo ma un "Megasentimento", per guardarsi, sorridere, ballare sbarazzini e poi guancia-guancia, e poi ripensarci.

Sarah Stride che alla fine prega, minimale e sacrale, con l’espressione vocale che raddoppia e triplica le linee di sottofondo, come sospesa nell’aria, mentre invoca un ricongiungimento, avvolta tra le nebbie e sparisce. E poi ritorna.

(04/01/2019)



  • Tracklist
  1. Schianto
  2. I Pensieri Assassini
  3. I Barbari
  4. Divagare
  5. Megasentimento
  6. Il Figlio Di Giove
  7. Le Catene Corte
  8. L’uomo d’Oro
  9. Un Esercito
  10. La Torre
  11. Madre






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