Dresden Dolls

Dresden Dolls

Nel teatrino del punk cabaret

di Mauro Roma, Mimma Schirosi

Lo scenario è un teatrino della Belle epoque, ma gli ascolti post-punk tradiscono un picchiare forsennato su piano e batteria, e un canto dalla smorfia grottesca. E' il punk-cabaret dei Dresden Dolls. Dopo il boom del debutto sono tornati nel 2006 con "Yes, Virginia...".
"Brechtian Punk-Cabaret": è così che Amanda Palmer (voce e piano) e Brian Viglione (batteria), da Boston, autodefiniscono la loro proposta. Ambiziosi lo sono senza dubbio, pure un po' (tanto) sfacciati se vogliamo, ma in effetti a sentirli e soprattutto a guardarli questi due improbabili pierrot della East Coast hanno saputo creare una cifra stilistica tra le più valide e originali apparse ultimamente.
Esistono dal 2001 e hanno pubblicato il loro disco d'esordio inizialmente a fine 2003. Ma c'è voluta una seconda uscita quasi un anno più tardi per garantire al gruppo la giusta spinta promozionale: e il successo è arrivato, il video (bellissimo) del singolo "Coin-Operated Boy" ha spopolato sulle reti musicali più note e il duo ha anche avuto l'onore di aprire i concerti europei dei Nine Inch Nails. E se lo meritano tutto il loro successo, perché attraverso la semplice e vibrante energia delle loro canzoni e delle loro trascinanti performance dal vivo si fanno perdonare tante delle comprensibili ingenuità di un debutto.

I Dresden Dolls guardano al post-punk, guardano agli Sparks, guardano al più recente pop cantautorale al femminile (più quello di Fiona Apple che di Tori Amos), ma guardano decisamente di più a Marlene Dietrich e di più ancora all'arte della pantomima: Amanda Palmer, che firma tutti i brani, è in sostanza una sguaiata ragazzaccia che recita le sue canzoni accompagnandosi al piano con sgraziata intensità, mentre il suo ineffabile compare ne asseconda e complementa ogni gesto con precisione e naturalezza, rivelandosi nel contempo uno dei più dotati batteristi attualmente sulle scene.
Dresden Dolls vanta un paio di canzoni come l'iniziale "Good Day" e "Half Jack" (probabilmente il punto più alto del disco) che hanno già tutte le carte in regola per far innamorare di loro il pubblico in cerca di sorprese; ma brani come "Missed Me", "Girl Anachronism" e il già citato singolo "Coin-Operated Boy" sono i veri manifesti della loro arte. Lasciando da parte i toni più malinconici della maggior parte delle composizioni, questi grotteschi e divertentissimi siparietti piombati tra noi dritti dalla Weimar anni 20 non stanno fermi un attimo, scappano da tutte le parti tra pause, ripartenze e crescendo tempestosi, sardonicamente condotti dal canto singhiozzante di Amanda (e dal vivo sono capaci di improvvisarci sopra in ogni maniera).
Di fronte a questi deliri, i brani della seconda parte del disco si trascinano un po' stancamente, sfruttando le stesse trovate in modo però più convenzionale come fa la pur bella "Gravity", o impantanandosi in lentoni come "The Perfect Fit", e non reggono il confronto: oltretutto i Dresden non sembrano dotati di particolare talento melodico, e classicissime ballate come "The Jeep Song" ne soffrono non poco. La fascinosa "Slide", però, torna a convincere in pieno, centrando i tasti giusti. E la chiusura affidata alla lunga "Truce" è un capolavoro di tensione drammatica, che partendo su toni dimessi muta gradualmente in un vibrante crescendo sostenuto da un'altra magistrale performance di Viglione alla batteria.
Nel complesso, il duo ancora non riesce a reggere per intero la (lunga) durata di un album, ma mostra anche doti di personalità, espressività e affiatamento fuori dal comune: è decisamente il caso di guardare il bicchiere mezzo pieno e perdonare loro le lungaggini della parte centrale del disco, perché le loro potenzialità fanno realmente paura.

L'abitudine a dare al sopracciglio la forma del ghirigoro che si preferisce continua ad andare di pari passo alla libera e burlesca interpretazione del mondo, per i Dresden Dolls, anche dopo l'efficace biglietto da visita siglato dalla cifra dell'omonimo album.
Forte di un notevole carisma promozionale riempito di una naturale e peculiare energia, incarnata dalla maschera decadente e brechtiana di Amanda Palmer, estrosa pianista sospesa tra l'eleganza dello strumento e una personalità incandescente, perfettamente enfatizzata e abbracciata dalla figura sullo sfondo del batterista/Pierrot Brian Viglione, il duo torna in scena nel 2006 con Yes, Virginia....

Inscatolare il disco in un genere risulta impresa quantomai ardua, data la molteplicità degli spunti e delle suggestioni. Ciò che immediatamente colpisce è un modus viscerale di approcciarsi allo strumento, tanto per il pianoforte di Amanda, quanto per la batteria di Brian. Lo scenario è una sorta di teatrino d'avanguardia direttamente restaurato dalla Belle epoque: ci si aspetterebbe una performance à-la Ute Lemper, oppure, ripescando nel passato più immediato, una tragicommedia vicina all'ironia pungente di The Vanity Set, ma niente di tutto questo. Gli ascolti post-punk tradiscono un'energia, un picchiare forsennatamente sul pianoforte e sulla batteria, insieme a un cantato dalla smorfia grottesca e terrorifica, alleggeriti da un piglio esteta e più diretto, rispetto alla ruvidità del grembo progenio.
L'apertura riporta da subito alla mente la forza vitale con la quale Amanda canta e suona il pianoforte, come un moto improvviso con il quale ci si desta e si spalanca ogni finestra, elettrizzati dalla primavera, lasciando entrare tutta la brezza che c'è ("Sex Changes") e che rivolta l'aria di casa con esagitata freschezza di furiosa voce e iperattiva batteria ("Modern Moonlight").
Il sipario del cabaret si apre su una ballerina che, strizzata in una guepière, danza intorno a una sedia con ammiccare dietrichiano ("My Alcholic Friends"). Se, prossimi al giro di boa, i toni si addolciscono nel pathos pulsante frammenti di cuore à-la Tori Amos ("First Orgasm" e "Mrs O"), sul finale si torna all'ironia sicura di sé, in un cantato ai limiti della sfacciataggine, dove il tempo è segnato dal ticchettio ruffiano di pianoforte e batteria in un teatrino off ("Mandy Goes To Med School").
La chiusura rivolta al mondo è, come racconta il video del singolo, un coinvolgente invito al cantare di sé, in ogni sua umana espressione, senza abbandonare la smorfia innocuamente grottesca che rimarca la stupefacente mimica facciale della pianista ("Sing").

L'indulgere all'emotività, che pervade tutto l'album, non toglie il senso del divertissement, capace di ricreare l'improbabile contrasto tra il color seppia di vecchie suggestioni mitteleuropee e il volto del post-moderno americano, così da lasciare che il sopracciglio continui liberamente a seguire il proprio disegno.

Nel 2008 con Who Killed Amanda Palmer? la cantantessa, tastierista e co-autrice del gruppo si propone come letterata scrittrice (nonché, ovviamente, cantautrice di tutto rispetto) per varare la sua carriera solista secondo un pugno di canzoni altamente personali. Il parallelo twinpeaksiano con l’anti-eroina Laura e il motto pseudo-generazionale degli anni 90 (“Chi ha ucciso Laura Palmer?”) ne è dunque forte metafora.
Accanto ai suoi palinsesti vitalisti, Amanda Palmer si avvale di arrangiamenti imponenti, orbitanti attorno alla diade inscindibile di canto e pianoforte. Ben Folds, arruolato per l’occasione, ha svolto il lavoro con un’attitudine finanche debordante.
I suoi concerti assordanti emergono fin dall’epico-roboante di “Astronaut” e la seguente “Runs In The Family”, un po’ filastrocca un po’ kolossal. Allo stesso modo, seppur virate a ben altri registri espressivi, fanno “Point Of It All”, “Ampersand”, “Have To Drive” e “Blake Says”, ballate per piano da alienata monomaniaca, mentre in “Strength Through Music” l’autrice girovaga in abissi d’accidia e in “What's The Use Of Wond'rin?” lambisce nuovi vertici d’istrionismo pagliaccesco. E infine, “Guitar Hero” e soprattutto l’ingorda “Leeds United” costituiscono la migliore prosecuzione di quell’hard-vaudeville Brecht-iano di cui i Dresden Dolls stessi sono supremi titolari.
Album anche più di gruppo del gruppo-madre (oltre alla produzione di Folds, ci sono svariati featuring: la cellista Zoe Keating, Strindberg, l’ex-Dead Kennedys East Bay Ray, Jared Reyonolds, Annie Clark), sprigiona un impenetrabile nugolo d’angosciose paranoie che sono perlopiù dettate dalla sua voce, una delle più duttili e toniche degli ultimi anni, e dal vigore maschio dei contrasti schizoidi cui attinge voluttuosamente.

Già nel 2009 l'autrice riprende l'attività per il suo mai sopito amore: il teatro. Co-scrive, con Steve Bogart, una pièce ispirata al "Diario di Anna Frank" e al capolavoro pop In An Aeroplane Over The Sea. Nel 2010, registra Performs The Popular Hits Of Radiohead on Her Magical Ukulele, Ep di cover dei Radiohead in chiave acustica, e in parallelo continua il progetto Evelyn Evelyn, in collaborazione con Jason webley (che aveva già fruttato il mini Elephant Elephant, 2007), per il debutto su lunga distanza, Evelyn Evelyn.

Nel 2011 registra l'interlocutorio disco "australiano" Goes Down Under, con brani live e cover. L'anno dopo i Flaming Lips la vogliono come sostituta di Erykah Badu per la cover (e il video correlato) di "The First Time Ever I Saw You", dopo che la Badu aveva lamentato l'ingannevole comparsa della sorella nel video scabroso. Amanda Palmer è così pronta per registrare Theatre Is Evil, la sua seconda opera vera e propria.

La polemica che si accompagna all'uscita del disco (settembre 2012) è figlia diretta della fervente attività della cantantessa nei social network, utilizzati fin dai tempi del suo debutto nel 2008. In questo caso la Palmer annuncia che il tour a supporto del nuovo disco sarà aperto, musicisti fan di tutto il mondo potranno salire sul palco con la loro beniamina e suonare con lei, ma ricompensati solo in birre e affetto. La cosa fa scattare il putiferio, i cori di protesta (tra cui la voce importante di Steve Albini) lamentano mancanza di serietà e rispetto nei confronti dei musicisti. La Palmer fa così sostanziosi passi indietro per placare gli animi e riconoscere la sua eccessiva fiducia nel social.

Ma il dado è tratto. Questa presunta operazione promozionale la lancia definitvamente nello stardom alternativo incoronandola eroina al passo coi tempi, non più fragile come ai tempi del debutto ma ormai assoluta padrona della sua musica, con una band (la Grand Theft orchestra) e un produttore ai suoi comandi. Dal punto di vista musicale, Theatre Is Evil è proprio questo: un lungo excursus (che vale tematicamente quanti i vecchi doppi album del passato) a base di eclettismo esasperato, produzione elettronica e iper-tecologica, pose da diva consumata, riduzioni mainstream del suo tipico cabaret associate a dotte imitazioni nostalgiche. Un disco che vale più come musical di Broadway che come opera di un complesso allargato, per un'autrice ormai conscia delle sue potenzialità e sagace interprete dello spirito dei tempi.

Contributi di Michele Saran ("Who Killed Amanda Palmer?", "Goes Down Under", "Evelyn Evelyn", "Theatre Is Evil")

Dresden Dolls

Nel teatrino del punk cabaret

di Mauro Roma, Mimma Schirosi

Lo scenario è un teatrino della Belle epoque, ma gli ascolti post-punk tradiscono un picchiare forsennato su piano e batteria, e un canto dalla smorfia grottesca. E' il punk-cabaret dei Dresden Dolls. Dopo il boom del debutto sono tornati nel 2006 con "Yes, Virginia...".
Dresden Dolls
Discografia
 DRESDEN DOLLS  
   
 A Is For Accident (live, 2004)

 

The Dresden Dolls (8Ft., 2004)

7

 Paradise (Dvd live, 2005)

 

 Yes, Virginia… (Roadrunner, 2006)

7

Live At The Roundhouse (Dvd live, 2007) 
 No, Virginia... (Roadrunner, 2008) 
   
 AMANDA PALMER  
   
 Who Killed Amanda Palmer (Roadrunner, 2008)7
 Amanda Palmer Performs the Popular Hits of Radiohead on Her Magical Ukulele (autoprod., 2010)4
 Amanda Palmer Goes Down Under (Liberator, 2011)5
 Theatre Is Evil (8 Ft., 2012)6,5
   
 EVELYN EVELYN 
   
 Evelyn Evelyn (Eleven, 2010)6
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

DRESDEN DOLLS

Yes, Virginia

(2006 - Roadrunner)

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(2004 - 8ft Records)

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