Mono

Sinfonie rock dal Sol Levante

di Alberto Asquini

Eredi dei maestri del post-rock, i Mono hanno saputo creare un sound unico e inconfondibile, che unisce sensibilità classica e schizofrenia noise. Ripercorriamo la storia del quartetto giapponese che si è consacrato negli anni come una delle realtà più interessanti del rock strumentale contemporaneo
I Mono possono a ragione considerarsi i più validi discepoli orientali di un genere, quello del post-rock, tanto inclassificabile quanto significativo per gli ultimi due decenni. Formati dai chitarristi Takakira Goto e Yoda, dal bassista Tamaki e dal batterista Yasunori Takada, nascono verso la fine degli anni Novanta, quando l'ondata del rock a colpi di climax, chitarre effettate e alternanze soft/loud non aveva ancora piantato saldamente le proprie radici. 
Il caso dei nipponici è in verità piuttosto particolare: non legato al filone più classicheggiante né a quello più noise, il quartetto si pone come la compenetrazione dei due approcci. Nella loro ormai decennale carriera, i Mono si sono sicuramente distinti, oltre che per la mole e la qualità delle loro produzioni, per la capacità di tirare fuori un pizzico di novità da ogni album.

Il primo lavoro, datato 2000, è l'Epdal titolo Hey, You. In una quarantina di minuti, suddivisi in quattro tracce, i Mono esplorano la via del rock strumentale risultando a tratti acerbi ma sempre molto freschi. Nei tredici minuti di "Karelia", le chitarre si riverberano in un moto ondeggiante, salendo prima di tono per poi chetarsi in lunghi minuti di stasi. E se in "Finlandia" emerge il lato luciferino dei quattro, in "Black Woods", partendo da tepori classicheggianti, si passa a toccare corde di pura follia, tra chitarre effettate e rumore sparato a mille.

A un anno di distanza dal primo Ep, vengono notati dalla Tzadik, etichetta d'avanguardia per eccellenza, per la quale licenzieranno la loro opera prima: Under The Pipal Tree. Gli otto brani, per un'ora di durata totale, sono tutti piuttosto ben riconoscibili, in virtù di una varietà compositiva non consueta. "Karelia (Opus 2)" dà avvio al tormento: un brano di dodici minuti che si libra veemente con chitarre, dai tratti quasi sludge, che prima si innalzano per poi deflagrare e riprendere violentemente forma. "Jackie Says" ricorda i Mogwai più pacifici e meditativi, mentre "Holy" mantiene fede al suo titolo mostrandosi rilassata in tutto il suo procedere.
Forma e sostanza si sublimano in un carattere teso e carico di energia distruttiva ed "Error 9" ne dà limpida dimostrazione. Le conclusive "L'America" e "Human Highway" si assestano su un'ala più quieta e meditativa rispetto al mood generale. In un alternarsi continuo di impennate e stasi, si dipana un ottimo album d'esordio, che fa breccia ma non arriva a colpire definitivamente.

L'entusiasmo per il successo di critica galvanizza la band, che nel 2002 dà alle stampe l'atteso seguito dell'opera prima. One Step More And You Die, licenziato dalla Minemusic, è un'opera decisamente più snella nel suo svolgersi: oltre alla riduzione complessiva della durata delle singole tracce, c'è la sensazione che i brani siano meno costruiti e che seguano un fluire tutto loro. Ponendo come termine di paragone Under The Pipal Tree, la sensazione di complessità delle architetture scema gradatamente, a vantaggio dell'immediatezza del suono, più diretto e sincero. A impressionare, nella seconda fatica dei nipponici, è anche una vena vagamente elettronica. Se la bellezza impetuosa e rabbiosa di "Halo" - che parte in sordina per aprirsi prima alla melodia e poi a un rumore dal sapore matematico - non può non stupire, al pari della soffusa alternanza freddo/caldo di "Loco Tracks", a incantare è il riverbero in stile Eluvium di "Mopish Morning, Halation Wiper": una mesta chitarra segue il fluire delle onde in una bassa marea dal gusto autunnale, la salsedine accarezza la sabbia che si libra leggera a pelo d'acqua, frantumando il suo dolce scorrere e rendendo il suono granulare.
E se "Sabbath" appare forse un po' banale, il vero capolavoro del disco, e sicuramente una delle vette espressive dell'estetica del gruppo, risponde al titolo di "COM(?)": un fluire sonoro che ha il sapore di un incendio che si sviluppa in verticale, tra chitarre e sferragliate dei piatti della batteria, prima vibrando, poi spegnendosi e riprendendo vigore in un finale dai tratti noise. Le chitarre illuminano a giorno il panorama. Mostrando il fianco alle solite critiche relative alla ripetitività della proposta, i Mono tirano fuori dal cilindro un disco tanto arrabbiato quanto malinconico, che sarà probabilmente ricordato come la loro opera più a fuoco.

Nel 2004 i Mono sbarcano sul mercato statunitense e la loro musica comincia a ottenere una diffusione internazionale, grazie al contratto siglato con l'importante etichetta indipendente americana Temporary Residence, che nello stesso pubblica il terzo album in studio, Walking Cloud And Deep Red Sky, Flag Fluttered And The Sun Shined. Non discostandosi eccessivamente dal mood già espresso nei primi lavori, i Mono cercano di svilupparne alcune trame in un disco che tuttavia appare come il seguito meno ispirato delle precedenti opere. L'album mostra un fluire reso omogeneo dalle chitarre vibranti che accompagnano per mano l'ascoltatore lungo un itinerario già prestabilito. Così, i ripidi saliscendi di "16:12" e "Last Snow" emozionano solo fino a un certo punto, mentre altrove, giocando tra odi dal sapore ottocentesco ("Ode") e ringraziamenti a degnissimi maestri ("Halycon"), i Mono costruiscono una tela dai contorni sospesi in un limbo.
Anche se non mancano momenti trascinanti, insomma, domina una sensazione di incompiutezza. La malinconia della precedente opera lascia qui lo spazio a sensazioni contrastanti: Walking Cloud And Deep Red Sky, Flag Fluttered And The Sun Shined non colpisce né il cuore né il cervello.

Nello stesso anno quella vecchia volpe di John Peel, intuendo le capacità dei nipponici, li chiama, per le celeberrime sessions, a eseguire tre brani presenti nel disco appena licenziato.

Il 2005 vede la realizzazione di una collaborazione, dal titolo Palmless Prayer / Mass Murder Refrain, tra i quattro giapponesi e World's End Girlfriend, fantasioso sperimentatore elettronico, anch'egli nipponico.
Le cinque lunghe composizioni (per circa un'ora e un quarto di durata totale) costituiscono il commovente distillato delle spiccate potenzialità emotive già espresse dalla band, qui enfatizzate dalla più accentuata vena melodica, oltre che dalla curatissima produzione, ad opera di World's End Girlfriend, dal copioso contributo di una strumentazione classica e orchestrale, comprensiva del pianoforte, di un sax e di un terzetto d'archi.
L'accostamento concettuale alle opere dei Rachel's, così come quello, più strettamente musicale, ai momenti più quieti e orchestrali dei Godspeed You! Black Emperor è immediatamente suggerito dal lento dipanarsi di "Trailer 1", che dopo una breve intro colorata dagli xilofoni, pone da subito in primo piano il dialogo tra gli archi, romantico e struggente, appena contornato da un ritmo impalpabile che cresce silenziosamente, con garbo, mantenendo intatta la sua tensione emotiva, che permane repressa tra sottili meandri armonici, anziché sfociare in una troppo scontata esplosione.
Permane l'impronta post-rock della band giapponese, che però, a differenza di quanto avveniva nel recente passato, si esprime qui non attraverso flussi distorsivi e ritmiche cadenzate, ma in composizioni apparentemente compassate, tanto serene quanto visionarie ("Trailer 2"). Soltanto in alcuni passaggi affiora un'indole vagamente "rock", materializzata dal basso gentile di Tamaki che introduce "Trailer 3" e i suoi diciassette minuti di emozione pura, che coniugano melodia, classicità e distorsioni come nessuno è riuscito a fare dopo i sommi GY!BE.
Ma anche laddove il contributo delle chitarre risulta più accentuato, come nel caso di "Trailer 5", la band spinge sulla melodia, sulla fluidità armonica di composizioni che richiedono grande pazienza e applicazione tanto nella loro esecuzione quanto nella loro fruizione. Alla compassata perizia tecnica di strutture armoniche al tempo stesso complesse e immediate, si aggiunge poi un inedito gusto per limpide dilatazioni dalle sembianze quasi ambientali, arricchite dai cori eterei di "Trailer 4" e dall'emozionante pianoforte di Kazumasa Hashimoto, che, nelle ultime due tracce, completa in maniera mirabile le componenti "classiche" di un lavoro che suona come un completamento naturale dell'opera dei Mono. Il disco, pubblicato solo per il mercato giapponese, verrà ristampato l'anno seguente dalla Temporary Residence.

Nel 2006, ad anticipare l'uscita del nuovo album, viene pubblicato un Epdal titolo Memorie dal futuro, nel quale sono presenti due brani non particolarmente significativi, l'uno più acceso e vibrante, l'altro placido e soffice.
Il successivo You Are There, registrato con il contributo dell'onnipresente Steve Albini, conferma un impianto sonoro, caratterizzato dal forte contrasto tra momenti melodici, frutto di grande accuratezza compositiva, e spasmi rumorosi a volte improvvisi e tanto violenti da rasentare il confine con il metal.
L'album si può idealmente suddividere in due parti simmetriche - di due lunghi movimenti e un più breve interludio ciascuna - la prima delle quali presenta il consueto andamento verticale e una continua alternanza di passaggi, mentre la seconda è composta da partiture relativamente più piane e fluide, nelle quali le componenti romantiche e orchestrali prevalgono sul furore metallico delle chitarre. Eppure, il brano di apertura, "The Flames Beyond The Cold Mountain", inizia con tre minuti di quiete densa e ovattata, un silenzio mistico, sulla cui cullante staticità si innesta una specie di "coro" tra gli strumenti, guidati da un sonnolento incedere ritmico in una trama raffinata che si impenna in una serie di esplosioni concentriche, stratificando percussioni febbrili e chitarre sempre più roboanti, i cui echi distorti si dissolvono poi in lontananza, riconducendo il brano prima all'immobilità dell'incipit e quindi a un più austero crescendo, fino alla ruvida cavalcata chitarristica del finale.
La successiva "A Heart Has Asked For The Pleasure" ammorbidisce i toni, ma lascia intatta la tensione compositiva, qui peraltro spogliata dalla splendida melodia del brano precedente in uno scarno e tormentato interludio, ancora immerso nelle tenebre. A chiudere questa prima "facciata" del lavoro, "Yearning" ripropone un andamento simile al brano d'apertura, ma questa volta calato, senza alcuna mediazione melodica, in atmosfere claustrofobiche con un approccio che fa da subito intravedere un andamento marziale, squarciato già a metà del suo quarto d'ora di durata da taglienti flutti distorsivi.
La seconda parte del lavoro si presenta con l'ariosa texture orchestrale di "Are You There?", nella quale il sostanziale lirismo compositivo culmina in una tensione sempre latente, che rende al meglio l'abilità dei Mono nel costruire articolate sinfonie post-atomiche di commovente intensità drammatica. Laddove la parallela "The Flames Beyond The Cold Mountain" ha un andamento vorticoso, "Are You There?" è invece più piana e fluida, palesando la sua grandiosità epica tra costruzioni "rock" e aperture orchestrali che si rincorrono, fondendosi in un intreccio emotivo cangiante, culminante in una cospicua (oltre tre minuti) coda di minimalismo romantico, ideale preludio al leggiadro pianoforte che contrassegna "The Remains Of The Day", breve e soffuso passaggio crepuscolare, delicato affresco che rende splendidamente la sottile malinconia del declinare del giorno.
Infine, in "Moonlight" il romanticismo prende il sopravvento, diradando le tenebre contorte dei momenti più inquieti del lavoro in un'elegia soffice e al tempo stesso energica, non priva di un impeto soltanto temperato ancora dalla compresenza di strutture armoniche capaci di smussare magistralmente talune asprezze sonore per restituire, tradotto in epicità e astrattezza, quanto nella prima parte del lavoro comunicato attraverso un urto più ruvido e concreto.
You Are There ha il pregio di essere un'opera non ripiegata su manieristici toni apocalittici, ma aperta, grazie alle molteplici soluzioni compositive, a un intenso romanticismo e alla prospettazione di un'inafferrabile speranza generata dalle emozioni.

Vista la grande richiesta degli Ep, spesso difficilmente reperibili, nel 2007 viene licenziato Gone, cd/Dvd nel quale, oltre a essere presenti tutte le produzioni sulla breve distanza dal 2000 fino al 2006, sono contenuti dei contributi filmati del quartetto.

A tre anni dall'ultimo album, i Mono tornano alla ribalta con Hymn To The Immortal Wind. Le immagini della memoria paiono scorrere le une dietro le altre, tanto vivide nello spirito quanto ingiallite nella forma. Gli inni, si sa, sono poesie fluenti, che scivolano via leggere pur mantenendo un denso impatto emotivo. E i Mono riescono a coglierne il cuore e l'essenza, distendendo le trame sonore su fasci orizzontali, dalle increspature quasi sempre addolcite dagli archi. A trarne giovamento è la scorrevolezza delle note, che si accavallano in un flusso naturale, ben distante dall'impressione che il meccanismo sia costruito o architettato artificiosamente. L'inno al vento è dunque un gioco libero, sciolto dalle briglie delle strutture, che si libra volteggiando su se stesso in un moto leggero e disteso. Laddove in certe precedenti opere le costruzioni formali dei brani seguivano una sorta di rigido copione prestabilito che finiva con il banalizzarne il puro aspetto emozionale, qui invece l'espressività e l'immediatezza del suono raggiungono apici assoluti.
Il capitolo che i Mono aprono con questo album è però sicuramente nuovo: a dominare è l'orchestra di ventotto elementi, le chitarre si chetano e sono i violini e qualche piatto di batteria ad avvolgere l'ascolto. La parte introduttiva dell'iniziale "Ashes In The Snow" è quanto di più vicino possa esservi ai Sigur Rós, fra flebili campanellini e un pianoforte che incanta, prima di interrompersi bruscamente. I tepori classici dei quasi undici minuti di "Burial At Sea" ripropongono il marchio di fabbrica dei climax emotivi, addolciti dalla sezione d'archi che tira le briglie all'azione delle chitarre, rendendola tiepida e omogenea.
"Silent Flight, Sleeping Dawn" ricorda gli episodi più felici dei Rachel's, mentre "Pure As Snow (Trails Of The Winter Storm)" è una nuova prodezza: le note sparse à-là Mogwai in apertura si incrociano simmetricamente, i violini entrano in campo rinforzando il soffio del vento che si fa via via più sontuoso, prima fluendo con sempre maggiore veemenza, poi improvvisamente calmandosi per riprendere vigore in un finale da brividi.
"The Battle To Heaven", come da titolo, ripropone la veste più luciferina del quartetto risultando tanto trascinante e vigorosa quanto forse un po' bloccata nel meccanismo del climax: le impennate e il rumore degli esordi si reimpossessano delle anime dei quattro, i quali, brandendo le chitarre, disegnano un imponente muro sonico. La conclusiva "Everlasting Light" svolge la sua trama su un pianoforte sostenuto dall'orchestra, alle cui spalle entrano in azione le chitarre che si inerpicano per poi ricadere su se stesse, lasciando la chiusura a un convincente giro di violini.
Hymn To The Immortal Wind ripropone i Mono in una veste non usuale. Rifuggendo facili schemi soft/loud ed estraendo dal cilindro probabilmente la sua opera più convincente e matura, il quartetto nipponico ha messo in piedi un lavoro ammaliante nella sua classica intimità, che lascia letteralmente sbalorditi in diversi frangenti. Tra classicismo, post-rock e musica strumentale, i Mono hanno forgiato un'opera suggestiva, che di certo non si perderà come il vento nei meandri della memoria.

La magnificenza, e al contempo gli eccessi di "Hymn To The Immortal Wind" hanno in qualche modo celebrato la summa (e l'imminente spegnimento) di un percorso musicale che nello scorso decennio ha avuto un'assoluta centralità. La simbiosi orchestrale dei Mono è stata decisiva e in qualche modo definitiva: il suo fortissimo impatto sonoro ed emotivo - replicato con successo a New York con la Wordless Music Orchestra - rifletteva un'epica da fine del mondo giunta al suo acme, un canto funebre ricco di speranza per ciò che sarebbe rimasto.
E a conti fatti il seguito proposto da For My Parents è in linea con questo sentimento: il vento immortale è il vento dei ricordi, del presente interpretato con un continuo sguardo indietro. Il gruppo giapponese si mantiene fedele all'orgoglio romantico sviluppato lungo un'intera carriera, rifiutando di calarsi nelle nuove forme estetiche del rock strumentale.
Come suggerito dalla maggior durata dei singoli episodi, la differenza sta in un parziale abbandono del climax a favore di un'ulteriore dose di riflessività; le distorsioni e l'accumulo dei vari elementi tendono a stagliarsi su un orizzonte più ampio, evitando il classico contrasto tra quiete e tumulto.
Così, mentre in "Legend" e "Unseen Harbor" rimane accentuato il respiro eterno che era già dell'emblematica "Ashes In The Snow", la seguente "Nostalgia" si abbandona volentieri a una quieta commozione. Il ruolo dell'orchestra, elemento fondante dell'album del 2009, si ritrova ben lungi dall'importanza allora concessa finendo per essere poco più che un "collante" tra gli strumenti principali, sottolineando ulteriormente l'autonomia che di fatto assumono in tutti i concerti.
For My Parents è un disco relativamente pacato, consapevole che un altro passo avanti sarebbe stato di certo stucchevole. Sopravvive il ricordo, l'immagine sbiadita per la consunzione da parte di un gruppo del tutto fedele a se stesso. In molti si sono già stancati di questo rock malinconico e sì, probabilmente fuori tempo massimo da alcuni anni. D'altro canto, chi pensa che la memoria sia necessaria a vivere meglio il presente può ancora trovare nei Mono un devoto alleato.

In risposta a tutte queste considerazioni, due anni più tardi il quartetto giapponese se ne salta fuori con un coraggioso disco doppio, un monolite di quasi due ore diviso in due metà. I suoni sono gli stessi dell'indimenticabile “Inno”, solo separati nelle sue due componenti: quella melodica, lirica, intima e crepuscolare su The Last Dawn e quella delle scalate epiche, infinite, delle esplosioni e dei muri di chitarre frastornanti e distorte in Rays Of Darkness. Così, se l'intro al primo è rappresentata dal lungo chiaroscuro interlocutorio di “The Land Between Tides/Glory”, “Kanata” è uno dei paesaggi più belli e puri mai descritti dal quartetto, con la chitarra scintillante protagonista ad imporsi come io narrante. Sulla medesima lunghezza d'onda si colloca “Elysian Castles”, disegnata a matita e carboncino come la copertina del disco, a contrapporsi ai colori più vividi e pregnanti di “Cyclone”. Il viaggio a ritroso di “Where We Begin” incalza di colpo il ritmo della narrazione, con batteria e chitarre a scuotere quel tanto che basta per godersi a fondo il bellissimo finale della title track: un'alba di sfumature tenui e nitide, una culla calda in cui rifugiarsi. Fratello gemello per quanto formalmente opposto, il secondo disco colleziona invece due scosse fra le più tormentate della storia discografica della band. Anche qui è una lunga odissea preparatoria a spianare il terreno con decisione, “Recoil, Ignite”, che parte piano per poi contorcersi sul finale fornendo una discreta panoramica dei passaggi successivi. La morsa torturante di distorsioni in “The Last Rays”, posta in chiusura, rappresenta paradossalmente una salvezza dall'uragano di “The Hand That Holds The Truth”, che oltrepassa di gran lunga i confini dello sludge grazie anche allo scream dell'amico Tetsuya Fukagawa, voce degli Envy. Non manca nemmeno qui un'eccezione alla regola, che stavolta prende la forma dell'inno sinfonico alla malinconia di “Surrender”.
Per chi conosce a fondo i MONO, però, tutto questo non è certamente nulla di nuovo. Isolando le componenti del loro sound in forma pura, i Nostri riescono a dare l'illusione di un'evoluzione sonora che, di fatto, in realtà non c'è. Eppure, anche “ad inganno svelato” (o meglio, mai concretizzatosi per davvero), la loro maestria ne esce intatta. Anzi, se possibile, accresciuta.

Contributi di Raffaello Russo ("You Are There", "Palmless Prayer / Mass Murder Refrain"), Alessandro Biancalana ("Palmless Prayer / Mass Murder Refrain"), Michele Palozzo ("For My Parents") e Matteo Meda ("The Last Dawn / Rays Of Darkness")

Mono

Sinfonie rock dal Sol Levante

di Alberto Asquini

Eredi dei maestri del post-rock, i Mono hanno saputo creare un sound unico e inconfondibile, che unisce sensibilità classica e schizofrenia noise. Ripercorriamo la storia del quartetto giapponese che si è consacrato negli anni come una delle realtà più interessanti del rock strumentale contemporaneo
Mono
Discografia
 Hey, You (Ep,Forty-4, 2000)

6,5

 Under The Pipal Tree (Tzadik, 2001)

7

One Step More And You Die (Temporary Residence, 2002)

7,5

 Walking Cloud And Deep Red Sky, Flag Fluttered And The Sun Shined (Temporary Residence, 2004)

6

 Palmless Prayer / Mass Murder Refrain (Human Highway, 2005 - Temporary Residence, 2006)

6

 Memorie dal futuro (Ep,Temporary Residence, 2006)

5,5

 You Are There (Temporary Residence, 2006)

7

 Gone (Coll., Temporary Residence, 2007)

6

Hymn To The Immortal Wind (Temporary Residence, 2009)

7

 Holy Ground: NYC Live With the Wordless Music Orchestra (Temporary Residence, 2009)

 

 For My Parents (Temporary Residence, 2012)

6

 The Last Dawn / Rays Of Darkness (Temporary Residence, 2014)

7

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(2006 - Temporary Residence)

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