Sondre Lerche

Sondre Lerche

Il "nuovo Bacharach" che viene dai fiordi

di Marco Pagliariccio

Assurto giovanissimo agli onori della cronaca e prematuramente tributato dell'impegnativa etichetta di "nuovo Bacharach", il norvegese Sondre Lerche è autore poliedrico, che nella sua già lunga carriera si è misurato con rock, pop, jazz e influenze tra le più disparate. Nonostante alcune recenti prove non del tutto convincenti, l'età è ancora dalla sua parte e il cantautore di Bergen ha ancora tutto il tempo per inseguire la perfezione
È incredibile come le fredde e ovattate lande del Nord Europa più sembrino raggelate e prive di vita e più invece riescano a esprimere proposte musicali di elevatissimo livello. La Norvegia, rispetto alle forse più declamate scene musicali svedese e islandese, è forse rimasta più defilata, pur esprimendo nomi del calibro di Royksopp e Kings Of Convenience. E proprio da Bergen, seconda città norvegese per dimensioni dopo Oslo e patria del duo salito da qualche anno alla ribalta della scena indie-pop mondiale, arriva anche quello che negli Usa, dove oggi risiede, è stato definito (con enfasi probabilmente un po' eccessiva) il "nuovo Burt Bacharach": Sondre Lerche.

Lerche nasce il 5 settembre 1982 in una delle migliaia di casette colorate che caratterizzano la città natia del grande compositore Edvard Grieg. E al nome di Sondre non è di certo inopportuno accostare l'acronimo "enfant prodige". A otto anni inizia a prendere lezioni di chitarra, affascinato dalle composizioni di Beatles, Beach Boys e a-ha; ma ben presto questa dimensione "classica" non lo soddisfa più. Così il suo insegnante di musica lo introduce alla musica brasiliana e alla bossa nova, elementi che spesso trasudano dalle sue composizioni. Già a quattordici anni compone il suo primo pezzo, "Locust Girl", e imbraccia la sua chitarra acustica girando i club della città e inizia a farsi una certa fama.
Passano tre anni, siamo nel 1999, e una sera, in un locale dove la sorella di Sondre lavorava come barista, appare Hans-Petter Gundersen. HP, così com'è meglio noto dalle sue parti, dopo trascurabili esperienze musicali risalenti ai tardi anni Ottanta, è diventato un uomo di fiducia di Warner, Emi, Sony Music e Virgin norvegesi. Resta folgorato dal talento di Sondre e lo accompagna nel percorso che lo porterà, due anni più tardi, all'uscita del suo primo album, Faces Down.

Faces Down esce in Norvegia nel settembre 2001 per la Virgin Norway e si propone come un raggio di luce nei giorni cupi post-attacco alle Torri Gemelle. I brani, leggiadri e dallo spiccato melodismo, accolgono tutte le influenze del giovane Lerche: dalla psichedelica al pop californiano, dal tocco jazzy al lo-fi pop di Pavement e Belle And Sebastian, tutto finisce nel calderone del poco più che diciannovenne cantautore di Bergen. Ed è subito successo. In Norvegia "Sleep On Needles" e "Modern Life" (che nel 2007 finirà anche nella soundtrack del film "L'amore secondo Dan", curata dallo stesso Lerche) si trasformeranno presto in hit da classifica, tanto da fruttargli il premio di Best New Act ai Grammy norvegesi e da valergli l'inserimento nella lista dei top 50 album del 2002 di Rolling Stone.
Nel corso del 2002 l'album inizia a farsi strada nel resto d'Europa e in America, portando Sondre a dividere il palco con i suoi idoli giovanili a-ha e a lanciarsi in un tour di quasi due anni con un'altra sua icona, Elvis Costello.

Passato il 2003 a dividere i palchi di mezzo mondo con il musicista britannico, una delle influenze più chiare nella sua musica, Sondre inizia a buttar giù le prime idee per il seguito del clamoroso successo di Faces Down.

Così, nel 2004 arriva Two Way Monologue, atteso secondo atto della carriera del cantautore norvegese, edito dalla etichetta americana Astralwerks, di proprietà della Virgin. Si presenta come un album estremamente compatto, sorretto da lievi orchestrazioni ebbre di armonie cosmiche (sporcate qua e là da appena accennate deviazioni psichedeliche) e graffiate da una chitarra acustica che comunque, lungi dal prendere il sopravvento, si inserisce alla pari degli altri elementi nei delicati intarsi musicali del nostro, veri e propri manuali di architetture pop.
I tre quarti d'ora dell'album scorrono veloci e leggeri; forse, ed è questo il problema, troppo leggeri. La sensazione è, infatti, almeno in chi scrive, che l'impeccabilità formale delle canzoni celi un certo algore della sostanza, non riuscendo se non raramente a smuovere nel profondo l'animo dell'ascoltatore, elemento, si sa, essenziale alla buona riuscita di un qualsivoglia pezzo pop; tutto ciò non si può dire per i testi, che rivelano una grande capacità espressiva (bizzarra e per questo arguta) e un sottile fondo malinconico che attraversa l'intero lavoro.
I pezzi più riusciti risultano alla fine la title track, dal ritmo incalzante scalfito da un'incisiva chitarra acustica e da parole leggiadre ("Inseguivamo i conigli sulla collina/ e la vita nei campi era magnifica, ma non reale"), la country-eggiante e dolcissima "Stupid Memory", che si avvolge nelle sognanti spire di una danza dolce e leggera, e il malinconico arpeggio (posto in apertura e chiusura del pezzo) di "Days That Are Over". Per il resto, aleggia un senso di prevedibilità (assemblata con mestiere, comunque), che attraversa la languida "Track You Down", la noia psichedelica di "Wet Ground" e la fastidiosa sospensione atemporale della conclusiva "Maybe You're Gone".
L'album, nonostante rappresenti una conferma solo parziale del bell'esordio, riceve buone critiche a livello internazionale, ma fatica a imporre al grande pubblico il nome di Lerche. Che però continua il suo lavoro di artigianato pop e nel frattempo trova la serenità a livello sentimentale sposando, nel luglio 2005, la modella norvegese Mona Fastvold, conosciuta sul set del video di "Days That Are Over".

L'attesa per il terzo disco è grande, tanto più che un passo falso potrebbe rimandare nell'oblio il ragazzone venuto da Bergen, che nel frattempo sente di dover esplorare il lato jazz della sua musica. E così, nel febbraio 2006, viene dato alle stampe Duper Sessions, raccolta di quattordici tra pezzi originali e cover di brani di grandi del jazz e non solo (Cole Porter, Paddy McAloon, Elvis Costello), nella quale Sondre si lascia accompagnare da archi, cori e percussioni per declinare in altro modo il suo dolce universo pop. Il compito è risolto in maniera eccellente, impeccabile a livello tecnico e creativo, ma anche stavolta sembra mancare qualcosa. Quel qualcosa che distingue un esercizio di (pur fine) maniera dallo svolgimento necessario dell'ispirazione naturale.
Ciononostante, l'album arriva alla quinta posizione della Billboard Official Top Contemporary Jazz Albums Chart, ma anche questa volta non sfonda.

E dopo il jazz, tocca al rock. Passa un anno da Duper Sessions e Sondre torna a farsi sentire, nel febbraio 2007, con il suo album più rock: Phantom Punch. Il disco si presenta molto più aggressivo, mescolando il pop anni 60, primo amore del musicista, con una nuova veste indie-rock, nella quale la voce sognatrice di Lerche riporta a panorami tipici degli anni 90. La lezione dei grandi maestri del decennio passato è palese in tutte le tracce del disco, e si va da brani in cui sembra proprio di sentire Beck (sarà che il capello biondo influisce anche sulle corde vocali?) e i Pavement, più numi pop come Belle And Sebastian e Radiohead prima maniera.
Insomma, tutte influenze che mantengono una forte dose melodica, che in effetti è il marchio di fabbrica del giovane Lerche, aiutato in questo dalla produzione di Tony Hoffer (che, manco a dirlo, ha lavorato con Beck, Air, Belle And Sebastian e Phoenix).
La title track, che, nell'estate del 2006, aveva già anticipato l'uscita del disco, spopola nelle radio norvegesi, seguita da "Say It All". Le due tracce lanciano il disco, che fa risalire le azioni un po' in discesa di Lerche, il quale tuttavia pare non riuscire ancora a trovare il suo approdo definitivo, dopo aver esplorato pop, jazz e rock.

Neanche il tempo di attendere l'uscita di Phantom Punch, e ritroviamo il giovane scandinavo, sul finire del 2007, di nuovo al lavoro, stavolta sulla colonna sonora della commedia di Peter Hedges "L'amore secondo Dan", con Steve Carell (già protagonista di "40 Anni Vergine"). Lerche compare anche in una delle scene finali del film con la sua band, i Faces Down, curando tutta la parte musicale del film, in qualità di compositore di tredici delle diciassette tracce presenti nella pellicola, tra le quali il gradevole e raffinato duetto con Regina Spektor "Hell No".

Il 2008 è un anno di silenzio nella vita del baby-prodigio di Bergen, che si dedica alla composizione di nuove tracce di quello che potrebbe essere il suo album definitivo.
Ed ecco, nel 2009, arrivare Heartbeat Radio, sua sesta fatica sulla lunga distanza in meno di dieci anni di carriera, e all'età di appena 27 anni. Ma anche stavolta è un'occasione mancata. Nonostante abbia ormai dimostrato a più riprese il suo valore di compositore pop pronto a diventare l'erede dei Belle And Sebastian nell'immaginario dell'indie-rocker medio, il cantautore norvegese, passato intanto alla Rounder Records, sforna l'ennesimo buon disco, ricco di canzoncine canticchiabili e seducenti, ma anche stavolta non riesce a sfondare.

Passano due anni e riecco Sondre tentare di nuovo l'approdo verso l'album pop definitivo con Sondre Lerche, album omonimo datato 2011. Non è un brutto disco. Soprattutto nella parte centrale nell'album si trovano canzoncine di buon livello, a partire dall'incalzante "Go Ahead Now", passando per l'orchestrale ariosità cinematica di "Coliseum Town" e per la struggente "Domino", con distorsioni rabbiose nel finale. Anche le più strettamente ancorate al recente passato, come la gentilezza raffinata di "Ricochet" o la sinuosa "Living Dangerously" si lasciano accarezzare senza opporre resistenza, ma resta un problema di fondo nella musica di Sondre: non lascia traccia di sé. Nella sua perfezione, nella sua armonica costruzione scivola via come un fazzoletto di seta che accarezza i nostri padiglioni auricolari. Lo sprint beatlesiano poco prima del finale ("Tied Up To The Tide") e la conclusiva "When The River", tra aperture corali e un beat quasi dance, offrono spunti interessanti in vista di un futuro diverso da quanto finora fatto sentire fino alla traccia numero otto di questo self titled.

I conti, però, anche stavolta non tornano. Varrà la pena di restare nell'eterna attesa che questo ragazzone dagli occhi azzurri che viene dal profondo Nord sforni il disco capace di dare senso a un'intera carriera? L'impressione, al varco del decimo di carriera, è che il destino per Lerche sia quello di restare un eterno incompiuto.

Sondre Lerche

Il "nuovo Bacharach" che viene dai fiordi

di Marco Pagliariccio

Assurto giovanissimo agli onori della cronaca e prematuramente tributato dell'impegnativa etichetta di "nuovo Bacharach", il norvegese Sondre Lerche è autore poliedrico, che nella sua già lunga carriera si è misurato con rock, pop, jazz e influenze tra le più disparate. Nonostante alcune recenti prove non del tutto convincenti, l'età è ancora dalla sua parte ..
Sondre Lerche
Discografia
Faces Down (Virgin Norway, 2001)
 
 Two Way Monologue (Astralwerks, 2004)
 
 Duper Sessions (Astralwerks, 2006)
 
Phantom Punch (Astralwerks, 2006)
 
 Dan In Real Life (Capitol/Emi, 2007)  
 Heartbeat Radio (Rounder, 2009)  
 Sondre Lerche (Mona, 2011)  
pietra miliare di OndaRock
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Two Way Monologue

(2004 - Astral Weeks)

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