Approfondimenti

OndaLabel #4

Boring Machines: il disagio come via di fuga

di

In occasione della prima edizione del Thalassa - Italian Occult Psychedelia Festival, tenutosi a
Roma, al circolo DalVerme, abbiamo intervistato Onga, fondatore dell'etichetta indipendente
Boring Machines.

Com’è nata l’etichetta? E coma mai hai deciso di crearla da solo? Non hai trovato nessuno che condividesse il tuo progetto o è stata una tua decisione?
L’etichetta è nata nel 2006, dopo che avevo già lavorato parecchio in ambito musicale. Ho cominciato a metà anni 90 a organizzare concerti, fare il dj, lavorare in radio, scrivere su webzine. Tutto ciò mi ha permesso di conoscere molta gente del settore. Alla fine la situazione si è rovesciata: quando ho iniziato a produrre i primi dischi e si è visto lo stile dell’etichetta, hanno cominciato a chiamarmi gli artisti per lavorare, visto facevano fatica a trovare qualcuno che facesse uscire i loro dischi. Lo consideravo un crimine, perché erano tutti artisti davvero bravi e facevano musica eccezionale, allora mi son detto: “Lo faccio io!”. In passato ho sempre collaborato con altre persone, o in coppia o in trio o con associazioni, ma stavolta volevo che fosse un progetto solo mio, dove il processo decisionale fosse azzerato, del tipo: piace a me, si fa; costa troppo, si fa comunque; ci andremo in perdita, ci perdo io e non devo mediare la cosa. All’inizio si trattava più di una questione artistica, volevo non dover dire: chiamiamo questo gruppo perché piace, ma piuttosto faccio questo disco perché ha un valore, oppure faccio questo disco perché quest’artista va promosso anche se non è di una bravura strepitosa; non era tanto la qualità sonora che cercavo, ma la persona. Ho iniziato da solo, quindi, e poi ho continuato da solo, dato che mi son trovato benissimo con me stesso: sono molto d’accordo con quello che dico! Inoltre, col tempo, ho instaurato con i vari artisti un rapporto diretto che va al di là della musica in sé.

Come selezioni gli artisti?
A volte mi capitava di ricevere mail di gruppi che mi scrivevano: “Ciao, ci piace molto la tua etichetta e vorremmo collaborare”, e poi scoprivo che magari facevano reggae, e ovviamente dicevo di no, perché non rientravano nella mia linea. Molte persone, invece, mi fanno ascoltare la loro musica, e mi piace anche, ma non fanno scattare quella molla che va oltre il piacere dell’ascolto. Di solito funziona così: sono in macchina, ascolto un disco, mi piace; il giorno dopo me lo riascolto ancora, ma per passare alla produzione del disco ci deve essere un quid che non riesco a spiegare. E’ come se dentro di me una vocina dicesse: "Questo lo voglio io, è roba mia, questa cosa me la sento mia, è Boring Machines". Di solito il comune denominatore, anche se musicalmente gli stili sono molto diversi tra loro perché vado dal cantautorato, all’ambient, alla psichedelica, è che ci sia del disagio. Io sono per gli esseri disagiati, persone che hanno difficoltà con la vita di vario genere, soprattutto quelle che possiedono quella specie di rabbia repressa che potenzialmente potrebbe trasformarli in assassini sterminatori e che invece esprimono con la musica. Per esempio, il primo disco che ho prodotto, My Dear Killer, è di un musicista che scrive delle canzoni tristissime, e non è perché vuol fare il classico cantautore triste che pratica un esercizio di stile, lui ha per davvero una vita di merda e la senti dalle sue canzoni, ti trasmette angoscia.

Quindi la musica che promuovi è angosciante?
Non necessariamente. Nella forma non lo è, ma a me trasmette qualcosa del genere. I due temi di base sono il disagio e la fuga come conseguenza, che può essere di vari tipi: la fuga verso lo spazio, come in Be Maledetto Now, dove nei suoi due album si percepiscono mondi lontani, astronavi, futurismo e uno stile fantascientifico così come era inteso negli anni 60; la fuga psichedelica, interpretata dal mondo del rock e legata all’assunzione di droghe e dall’ uso di riti socializzanti; e la fuga, come nel caso dei Father Murphy, dalle nostre tradizioni, dal nostro essere cristiani cattolici in Italia, la fuga dalla nostra stessa identità, da ciò che siamo, nostro malgrado. Fondamentalmente mi interessano tutti coloro che vogliono scappare in qualche modo, oppure quelli tipo Fabio Orsi che sono proprio scappati dall’Italia.

E tu perché non sei scappato? Non sarebbe stato più facile, anche considerando la scena musicale e l’importanza che si dà a un certo genere di musica in altri paesi?
Quello che potrei dire per fare bella figura potrebbe essere: perché è troppo facile andare a fare l’artista a Berlino, anche se un po’ è vero! Molti mi chiedono: "Ma perché non vai qua, non vai là". Ai tempi era Londra, ora è Berlino. Il punto è che un artista oggi può impacchettare il suo chitarrino e i suoi due effetti e trasferirsi a Berlino, andare a vivere con altre persone e cercarsi dei posti dove andare a suonare, cercando di condurre una vita che lo faccia sentire parte di qualcosa di più interessante di quello che ha lasciato qui. Io sinceramente per produrre dischi ho bisogno di soldi, di molti soldi, e per fare questo devo avere un lavoro serio, oppure fare uscire musica schifosa, ma non è il mio caso. Quindi ho scelto di mantenere il mio lavoro diurno, che mi dà una certa sicurezza, e mi consente di avere la libertà di produrre un album che magari so già a priori che non venderà molto e che dovrò sforzarmi tantissimo per far ascoltare in giro. Ho una specie di presunzione nel pensare di avere qualcosa da dire alle persone e di voler sempre allargare la cerchia di gente che può essere interessata a questo tipo di musica.
Inoltre, ho scelto di produrre solo artisti italiani sconosciuti. Non mi sarebbe costato molto fare uscire un album di qualche musicista già conosciuto, solo che non mi interessa avere gli scarti di qualche nome famoso, io voglio il meglio che mi possa dare un artista anonimo. A volte mi dice male e a volte bene, come è successo con i Father Murphy che dieci anni fa erano solamente un gruppettino locale e ora hanno alle spalle 4 tour americani e sono tornati ora da un tour europeo. Loro hanno avuto la costanza di lavorare sulle proprie cose senza farsi influenzare dalle mode e di crederci sempre, fino in fondo. Personalmente provo un enorme rispetto per gente come loro e voglio continuare a trovare nuovi nomi che agiscano cosi.

La maggior parte dei gruppi che promuovi o che comunque fanno parte di questo genere musicale sono veneti. Come mai è nata tutta questa scena musicale underground in Veneto? Come mai tanto fermento proprio da quelle parti?
Una spiegazione me la sono data di recente proprio pensando al perché sono nati certi gruppi. Negli anni 80, negli Stati Uniti, durante la Presidenza di Reagan, abbiamo assistito a uno dei periodi musicalmente più fertili in assoluto. Identica cosa in Inghilterra sotto la Thatcher: quando c’è il buio politico e sociale, gli artisti reagiscono a loro modo, creando situazioni nuove che all’inizio partono come protesta, come espressione del loro malessere e che non sono necessariamente politicizzate ma che vogliono semplicemente dare una risposta al fango, alla palude sociale in cui ci si trova, come per dire: devo fare del mio meglio perché la situazione attuale fa schifo. Penso che in Veneto, dopo venti anni di dominio assoluto della Lega, chi non si è allineato abbia trovato il bisogno di estraniarsi, di reagire, a suo mondo di scappare. Sono proliferati tanti bei locali, ma la nostra scena si è sviluppata intorno al Codalunga, il locale di Nico Vascellari a Vittorio Veneto. Nico, che ha avuto la fortuna di ritrovarsi questo locale, non ha deciso di aprirci un negozio di borse di Louis Vuitton, anche se poteva farlo benissimo e ci avrebbe fatto molti più soldi di sicuro, ma ha scelto di far nascere un luogo di condivisione e scambio. Grazie alla sua vocazione artistica, ha creato un posto dove la gente si trova per sentire i musicisti più strani, più forsennati che ci siano, perché non ci si può accontentare di quello che ci viene proposto. Secondo me, il Veneto ha pochi spazi per le sue potenzialità e ciò è dovuto a un mix di regole folli che hanno i Comuni e al fatto che, comunque, se vuoi aprire un posto per fare musica dal vivo, vieni già bollato politicamente senza che in realtà ci sia un’intenzione politica, e vieni ostacolato. Nonostante ciò, alcuni posti fanno resistenza, evviva insomma.

E’ un problema comune purtroppo. La scena musicale italiana da anni propone un tipo di musica che è completamente diversa e la gente deve avere molto coraggio per aprirsi un locale dove sa che c’è il rischio di fare un salto nel vuoto. Molte persone neanche sanno dell’esistenza di un certo genere di musica italiana, l’offerta non c’è e si esce un po’ a caso.
C’è sempre il grande dilemma degli spazi, ce ne sono abbastanza, ma non vengono sfruttati o non ce ne sono. Io sono convinto che non ce ne siano e basta, perché anche se ci fossero 10 locali come Dal Verme o il Codalunga, all’inizio alcuni sarebbero sempre pieni e altri sempre vuoti, ma si tratterebbe solo di una questione di tempo, l’importante è che ognuno si specializzi nel proprio genere. Se gestisci un locale in modo adeguato e serio, è impossibile che la gente non ti segua, perché al momento il disinteresse generale di cui ci si lamenta è dovuto anche al fatto che manca l’offerta. Quando cominci a tappezzare un quartiere di locali che hanno un tipo di programmazione sperimentale, è automatico che gli altri se ne vanno a quel paese per forza di cose, perché non troveranno più gli spazi dove suonare e saranno costretti ad andare una volta l’anno in quel posto tal dei tali. Ci vorrebbero molti più posti che offrono questa possibilità. I soldi sono una cosa importante, tutti devono mangiare e pagare l’affitto, però credo che invece di prendere 1000 euro per una data sola, i gruppi preferiscano prendere molto meno ma suonare più spesso e in modo prolungato. Ho notato che tra Treviso e Roma non riesco a infilare cinque date di seguito: a Bologna non c’è molta scelta e da Firenze a Roma c’è il buio totale e non ci credo che non ci sia nessuno che ascolta questo genere di musica, perché molte delle persone che acquistano i miei dischi sono del centro Italia, e allora mi chiedo: ma questa gente dove va a vedere i concerti? Oppure non vanno perché non hanno niente nella loro città? E perché nessuno ci prova, per esempio nel garage di casa?
Io credo che se proponi un’offerta valida, la risposta della gente c’è. Nella mia esperienza come proprietario di una etichetta, ho costatato che se lavori bene e offri un prodotto di qualità, poi inizi ad avere quella clientela di fedelissimi che non ti molla mai. C'è un gruppo di persone che ancora prima che un mio nuovo disco esca, mi scrive per ordinarlo; ciò avviene sia perché puoi ascoltare su internet i brani in anteprima e sia perché ormai Boring Machines è una garanzia di qualità, e anche quando cambio stile, passando da My Dear Killer che fa il cantautorato a Simon Balestrazzi che fa elettronica industriale, la gente comunque sa che cerco di tirar fuori un prodotto di valore e si fida di quello che faccio. Con i locali funziona la stessa cosa, quando i costi sono sostenibili e ci lavora del personale che sa quello che sta facendo, ti crei una clientela affezionata e di qualità, vai sul sicuro. Be Invisible Now, dopo aver suonato al Dal Verme, tornò entusiasta, dicendomi che si capisce che è gente che sa quello che sta facendo, perche sia Toni che Andrea suonano da una vita e sanno di cosa ha bisogno un artista quando arriva; hanno un atteggiamento rilassato ma non troppo, povertà di mezzi ma ottime intenzioni per risolvere i problemi, e si beve bene. Sono piccole cose che chi non frequenta l’ambiente non conosce. Tutti quelli che conosco che son venuti qui a suonare ci tornerebbero anche subito. Inoltre, esiste questa leggenda metropolitana secondo la quale come suonano i Father Murphy al Dal Verme non succede da nessun’altra parte e, in effetti, io che li conosco a menadito e ho assistito a centinaia dei loro concerti, devo ammettere che ieri sera sono rimasto impressionato dall’energia che c’era in quella stanza, come se avessero voglia di dare il 101%. Devo dire che sono molto soddisfatto anche del fatto che la maggior parte dei gruppi che suonano al Thalassa sono della mia etichetta, anche se poi torno a casa, guardo il conto corrente e mi dico: “C’è qualcosa che non va”.

Noi disagiati viviamo tutti un po’ cosi comunque! Anche perché in Italia è difficile adattarsi alle strutture sociali ed economiche se lavori in ambito culturale e musicale, ed è come se fossi destinato a rimanere in bolletta poiché sembra che fai un lavoro strano, che sei un extraterrestre e nessuno capisce ciò che fai, a differenza di quanto avviene in altri paesi.
Eh sì, ogni tanto mi chiedo fino a quando avrò uno spirito tale da rinunciare alle comodità della vita, anche perché ora ho un numero di anni sufficiente per chiedermi dove sto andando. Non ho più vent’anni e neanche trenta. Fino a quando riuscirò a non avere un posto tutto mio, a non essere del tutto indipendente? Poi prima di darmi la risposta che sarebbe: “Smetti subito ti prego”, mi metto a pensare a qualcos’altro o mi ascolto subito un disco e dico: "Ok, andiamo avanti".

O forse un giorno qui in Italia cambieranno le cose. Che ne pensi?
Mah, io non mi sono mai affidato solamente all’Italia: produco solo artisti italiani, ma li promuovo anche molto all’estero, spingo molto in Europa, negli Stati Uniti e sto cercando dei contatti anche in Asia. Ovunque vedo che ci sia un movimento simile, cerco di farmi conoscere, perché una vocazione internazionale c’è. Il problema sono i numeri: oggi è considerato un artista di successo chi stampa 500 dischi e riesce a venderli tutti, ma se penso che siamo 7 miliardi di persone nel mondo, 500 corrisponde allo 0,0001%, e non è possibile. Quando faccio un disco, penso sempre che potrebbe piacere a 10.000 persone, di cui 1.000 potrebbero affezionarsi all’artista in particolare, e 100 persone sicuramente compreranno il disco, e così lo produco. Poi se vendo di più, come è successo con gli Heroin in Tahiti, La piramide di sangue o i Father Murphy, dopo la prima tiratura realizzo altre ristampe.

Progetti futuri?
Due nuovi dischi: il nuovo di Bemydelay e l’esordio di Duchamp. Duchamp è una scienziata chimica che vive e lavora a Berlino e che sin da piccola si è innamorata del suono del phon e ha cercato, attraverso la sua musica, di ricreare quella sensazione di calore e benessere che provava da bambina quando la madre le asciugava i capelli. Lei tra l’altro, insieme ad Alice Cannava e Laura Nozza, è una delle menti dell’Occulto Fest che organizzano a Berlino e che è legato all’Occulto Magazine. Si tratta di una rivista patinata come un magazine di moda con carta colorata e lucida, che però parla di scienza e di parascienza, vi collabora un team di scienziati o di gente appassionata del settore che scrive per lo più in modo divulgativo e il cui scopo è quello di fare uscire la scienza dall’elite. Mi sento molto vicino alle loro attività pazzoidi. Duchamp mi è subito piaciuta, solo che ho tenuto a precisarle che fare dischi è dura, anche se lei è davvero valida. Sto cercando di aumentare notevolmente le quote rosa nell’etichetta, ma solo perche Marcella Riccardi di Bemydelay e Duchamp rappresentano il prototipo di artista indipendente che sa creare, e non le solite donne che si mettono a suonare il basso. Marcella, per esempio, ha fatto tutto un suo percorso durato anni: prima era la chitarrista dei Massimo Volume, poi da sola ha trovato una sua via, mantenendo quell’elemento femminile che ci sta. Anche perché noi siamo ancora cari artisti e cari artiste!

Come mai hai scelto Boring Machines come nome dell’etichetta? Boring perché sei annoiato?
Ah, bella storia! Le boring machines sono quegli enormi scavatori che usano per fare i tunnel autostradali. Sono delle specie di vermi di dimensioni spropositate, con un diametro di trenta metri che si auto-spingono nella roccia, che scavano e scaricano dietro di loro. L’ho scoperto un giorno, quando mi ha scritto un ingegnere arabo chiedendomi il prezzario delle boring machines perché doveva scavare un tunnel per la metropolitana. All’inizio pensavo fosse una mail di spam, poi ho visto che aveva scritto direttamente a me, e io gli ho linkato lo shop del mio sito e gli ho scritto: “Guarda, io vendo dischi, se vuoi ti posso vendere un po' di questi”. Da lì mi sono affezionato all'immagine di trivellare il profondo della roccia, legata anche all'idea di noia. Non noia in senso stretto, perché sono un tipo che si diverte parecchio: mi annoiano le baracconate, le risate da luogo comune; mi piace, invece, chi sa dare leggerezza alle cose pesanti, e non sopporto le situazioni in cui finché non parte la cassa dritta c’è qualcosa che non va. La traduzione in inglese non è corretta perché "macchine della noia" dovrebbe essere "Boredom machines", ma a me piaceva come suonava boring machines, fa pensare a "macchine noiose". C’è sempre del disagio, insomma. Poi dopo ho scoperto che c’è anche un pezzo dei Mogwai, "Boring Machine Disturbs Sleep", più riferito ai trivellatori che non ti fanno dormire, mentre per me fa pensare più all’idea di una cosa ripetitiva che è sempre uguale, ossessiva, come alcuni dischi che ho pubblicato, che hanno delle descrizioni molto semplici da dare. Per esempio, a volte mi chiedono: "Come fa quel disco di Luciano Maggiore?". "Mah, c’è una traccia che dura 29 minuti, inizia che fa peeeee, finisce che fa peee e in mezzo fa peee!". Ovviamente un ascoltatore attento si accorge che ci sono mille sfumature sonore al suo interno, ma un ascoltatore distratto percepisce solo un rumore. La prima volta che l’ho sentito, sono uscito di testa, l’ho ascoltato per un mese di seguito a tutto volume, cosi tanto che mi facevano male i denti dalle vibrazioni. Credo che sia eccezionale che un musicista si metta a studiare le variazioni di suono attorno a una singola frequenza per 29 minuti a volumi spasmodici.

Lì c'è tutta la metafora della vita: sembra che uno faccia sempre le stesse cose, mentre è il dettaglio che cambia il risultato, il tutto.
Eh già, è il dettaglio che nasconde il demonio.

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