Arriva da lontano, da un punto morto e silenzioso la musica di “Crater Lake” (una traccia, 34 minuti), nuova fatica in edizione, manco a dirlo, limitatissima (100 copie, per la precisione) di Peter Wright, neozelandese d’origine e inglese d’adozione. Ma è musica che meriterebbe ben altra distribuzione, visto il suo valore intrinseco, la sua capacità evocativa, la sua tensione metafisica.
Questa musica è un brandello di universo che vaga solitario, e senza meta, nell’universo stesso: tra i suoi simili, eppure spaesato, intimorito dal suo stesso mistero. E poco importa se è possibile rintracciare di meglio all’interno della discografia del Nostro (a cominciare dall’ottima retrospettiva tripla di “Pariahs Sing Om”): “Crater Lake” è comunque un buon motivo per avventurarsi lungo i sentieri musicali di un’artista misconosciuto ma fondamentale per gli sviluppi contemporanei della drone-music.
Come le peripezie al ralenti degli Stars Of The Lid, voli sterminati che rapiscono la mente, bloccano il corpo e tentano il cuore con visioni di oltremondi irraggiungibili. Prima un’eco indistinta, sepolta dal manto tenebroso del cosmo. Poi, lentamente, un filamento ronzante, un drone impalpabile che, con fare certosino, cresce orizzontalmente ma con intensità “verticale”. Intorno ai ventiquattro minuti, qualcosa sembra rompersi: un raga metallico inizia ad agitarsi nel sottosuolo, in un continuo riverberarsi di sfumature e feedback circolari. E, ancora: un tumulto kosmische, un buco nero e l’acquetarsi progressivo, inevitabile.
Ottimo per accendere di meraviglie i nostri dormiveglia.
19/05/2007