PETER WRIGHT - Snow Blind

2009 (Install)
ambient, drone

Registrato due anni fa in quel di Londra, “Snow Blind” è il disco in cui il musicista neozelandese, vissuto per qualche anno nella capitale inglese, si confronta con sonorità oscure, direi quasi arcane.

Droni che si spingono fino alle soglie dell’infinito, ma rapiti da palpiti di inquietudine e di angoscia che davvero sembrano riprodurre l’ammassarsi quieto e sonnambulo della neve. Un vicolo cieco di emozioni che continuamente ritornano sulle proprie sorgenti, mai riuscendo davvero a comprenderne il mistero.

Peccato per l’eccessiva lunghezza (siamo quasi sulle due ore di durata), perché con qualche sforbiciata qua e là, “Snow Blind” poteva tranquillamente rientrare nel cerchio dei dischi più importanti dell’anno.

Estenuante, ma anche capace di regalare momenti di assoluta trascendenza, l’opera si apre con il fascinoso contrasto tra field recordings metropolitani e un tappeto fluttuante di droni di “The Drunken Master In His Crumbling Citadel”. Progressivamente, il ronzare fluorescente delle sorgenti sonore prende il largo, trasformando il brano in un lungo mantra della redenzione cosmica, al meglio esemplificato dalla successiva “Apakura”, con quell’organo in perenne ascensione che, oltre a conservare qualcosa della magia dei Popol Vuh alla corte del faraone, raccoglie il testimone dei trip più celestiali dei Tangerine Dream.

La densa litania per accordi filtrati di chitarra elettrica di “Truth Serum” lascia intravedere, invece, umori orientali mentre strizza l’occhio al Teatro della Musica Eterna di LaMonte Young. Come una preghiera dedicata al cielo dal vento… Chiude il primo disco, il sospeso strumming chitarristico di “Follow The Leader”, carico di una disperazione senza fine.

“White Caps” apre la seconda parte con un coacervo di tensioni che nascondono, probabilmente, influenze del Badalamenti più misterioso di “Twin Peaks”. Un universo fosco e opprimente si fa sempre più avanti, materializzandosi poco alla volta, come se germinasse per auto-induzione. Ecco, allora, i venti minuti di “The Distopian National Anthem”, le fiammelle smorzate di “Cruise Missiles” e la tempesta elettrica di “With Teeth Like That You Can’t Help But Succeed”, tumultuosa e sterminata come nelle pagine più magniloquenti di Li Jianhong.

Ma a chiudere il sipario, è la melodia straziante della title track. Come un autunno perenne dell’anima.

21/08/2009

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