TRUE PRIMES - We Have Won

2007 (Locust)
weird-folk

Non è senza sforzo che rifuggo le tentazioni integraliste tipiche di chi si è appena convertito a un nuovo credo. Il credo in questione è quello, invero ben poco strabiliante, secondo cui la qualità, il lavoro e la ricerca “seria” in musica hanno ancora un valore. E ce l’hanno oggi forse più che mai, data la quantità di materiale, ostinatamente classificato come “musica”, che tocca sorbirsi a chi, come il sottoscritto, non può fare a meno di stranezze, assurdità, indecenze e povertà assortite messe scriteriatamente su disco da chicchessia.

Ebbene sì, lungi dal sottoscritto, se non altro per onestà intellettuale, il criticare a priori lasciti musicali allestiti alla meno peggio, facendo i conti su registratori di bassa lega e perizia strumentale non pervenuta, di cui chi parla s’è nutrito copiosamente per anni senza mai rinnegare il credo in una musica capace di prescindere, anche totalmente, dall’accademia per farsi estemporanea, sgrammaticata, sincera e talvolta voyeuristica manifestazione artistica.

Certo è che nell’epoca del culto del Cd-r esoterico, laddove l’etica punk ha copulato con se stessa partorendo una maniacale ortodossia lo-fi che negli anni ha fatto incetta di proseliti, di musica orribile se n’è ascoltata fin troppa.

Ed è solo con questa sfiancante ma necessaria premessa che mi sento di dire che il disco d’esordio dei True Primes, afferente senza dubbio al calderone del weird-folk o quel che è, è un bel disco, che osserva con riverenza tutte le premesse programmatiche del genere (incapacità tecnica, lagne come se piovesse, suggestioni da discarica psichedelica, pauperismo vario) ma riesce, nonostante tutto, a emozionare.

Tutto quello che so è che sono in due e si chiamano Che Chen e Rolyn Hu, tradendo peraltro origini non esattamente occidentali. Accasati a New York, secondo una prassi filologica che ci ha regalato geniali rinnegati quali Teiji Ito e Yoko Ono, i due seguono le orme dei (compianti? Come si dice quando un gruppo si ostina da anni a proporre una versione peggiorativa e raffazzonata della sua strabiliante primigenia idea musicale?) Gang Gang Dance, solo in chiave molto più primitiva e lontana da qualsivoglia ipotesi dub, ma sempre sorretta da una voce femminile tra il beato e l'inquieto e da un peculiare lavoro di batteria.

La title track parte con un’abusatissima cantilena a metà tra i Low più soporiferi e i Charalambides, per di più senza la chitarra di Tom Carter. Un disastro insomma, non fosse per due particolari. Il primo è che mi ritrovo a canticchiare questa lagna più volte al giorno, e magari non è per masochismo, mentre il secondo è che a un certo punto, esattamente a tre minuti e mezzo, il nastro si impenna, si spezza e poi stira il suono in un selvaggio bordone introducendo, in un quadro perfettamente bucolico ed estatico, inedite ipotesi di deturpativa tape-music . E questo capita di nuovo se si procede con l’ascolto, spesso sotto forma di una batteria scalcinata e inesorabile che perde colpi.

Una certa imprevedibilità in un genere vituperato ormai dalla maniera ha dunque il corroborante effetto di scuotere canzoni non prive, di per sé, di un piglio genuinamente primitivo (vedasi il tentativo di rock’n roll, mirabilmente abortito, di "In The Surf") e capaci di ergersi su corde epiche ma per nulla pacchiane ("Intramental") o anche sinceramente perturbanti (il riuscito moaning del finale di "In The Surf" che rimanda al Jandek "comunitario" di metà anni 80).

Altra significativa anomalia è il fatto che l'album cresce con gli ascolti, nonostante una seconda parte un pò ripetitiva e non all'altezza delle premesse.

Brava, dunque, la Locust a dare fiducia a questo raro esempio di disco weird-folk che per coinvolgere e farsi apprezzare non necessita di un preventivo accordo di vedute e fascinazioni tra ascoltatore e musicista.

Riprendetevi pure le vostre fantasie.

08/03/2007

Tracklist

  1. 1. We Have Won
  2. 2. In The Surf
  3. 3. Intramental
  4. 4. 13 Houses
  5. 5. We Have Won (Reprise)

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