BLEEDING THROUGH - The Truth

2006 (Roadrunner/universal)
metal

Che il cosiddetto carrozzone metalcore fosse sull’orlo di una crisi di nervi appariva chiaro già da qualche tempo, probabilmente dal momento in cui i Soufly avevano concordato di tirare il proverbiale freno a mano con la speranza di non precipitare in un anonimo abisso di banalità assortite. Il panorama heavy appare oggi desolato come quei vecchi saloon polverosi, e gli inutili riverberi dei mille cloni degli In Flames strimpellati dalla vicina, nuova città di plastica, affliggono ulteriormente la scena. Fra party di Halloween e dichiarazioni di guerra, citazioni horror e disamine politiche, il genere che fu dei Sepultura sembra agitarsi nocivamente in una malsana atmosfera di ridondanti riff, tendenze modaiole, videoclip pseudo metafisici e testi dove è sufficiente (e anche obbligatorio) strillare “fuck” una mezza dozzina di volte per raggiungere il livello massimo di trasgressione preteso, rischiando seriamente una dolorosa estinzione (e se è vero che Pharrel Williams intende fare un disco heavy-metal, l’ipotesi assume i contorni di una condanna certa). Tuttavia, e ancora una volta, è la storica Roadrunner a proporre qualcosa che non suoni come tanti fustini di lamiera spinti giù da una collina, distribuendo il terzo (e in effetti anche parecchio desiderato) disco dei Bleeding Through, il sestetto californiano reduce dai buoni risultati di “Portrait Of The Goddess” (Indecision, 2000) e “This Is Love, This Is Murderous” (Trustkill, 2003). Così “The Truth” (ancora per l’etichetta del New Jersey) s’incarica, involontariamente, del compito di rivitalizzare un ambiente più depresso del solito, correndo frattanto il pericolo di passare inosservato a causa di un comprensibile scetticismo generale.

I “propositi di veridicità” (qualunque cosa siano) di Brandan Schieppati e soci si manifestano di schianto e nel migliore dei modi con “For Love And Failing”, il pezzo che inaugura l’album. La produzione di Rob Cangiano (già al lavoro con Cradle Of Filth e A Life Once Lost) si traduce in violenza sistematica ma al contempo sconnessa, con brusche virate melodiche assorbite da una veloce miscela di chitarre e percussioni, come nella migliore tradizione della famosa band brasiliana. La sensazione di avere tra le mani un disco di spessore trova conferme nel brano successivo, la brutale “Confession”, con la sua batteria industrial e il corredo elettronico epico garantito dalle tastiere di Marta. Tuttavia, sono le dense chitarre grindcore di Brian Leppke e Scott Danough a dettare i tempi della possente esecuzione (l’eccezionale epilogo è davvero d’altri tempi). I ragazzi di O.C. scartano fronzoli e facili soluzioni con il progetto di “riempire” la banda sonora il più possibile, con l’ausilio di un comparto ritmico sempre reattivo.

Con “Love in Slow Motion”, i Bleeding Through mantengono la promessa di “Dust To Ashes” ritornando alle strutture semi-melodiche degli esordi, con il brano probabilmente più commerciale (ma non per questo meno efficace) di “The Truth”. Alternando vociate alla Ill Ninõ a motivi molto vicini all’ultimo disco dei Faith No More (“Album Of The Year”, 1997), a ratifica dell’indole ibrida ormai radicata nel metal, il gruppo tenta una manovra di avvicinamento a formazioni come At The Gates (per le deflagrazioni delle chitarre spezzate) e soprattutto Soilwork (per quanto riguarda il cantato).

“The Pain Killer” e “Kill To Believe” proseguono il discorso “crudo” cominciato con le prime due tracce, non rinunciando però al ritornello d’effetto, che mitiga il fragore delle grancasse e la rabbia (autentica o costruita, poco importa) delle liriche di Schieppati. Echi dei Cradle Of Filth filtrano in “Dearly Demented” (con Nick 13 dei Tiger Army), il pezzo che idealmente chiude la prima parte dell’album.

L’entusiasmo fin qui stimolato dalle sei prime spietate tracce si stempera improvvisamente con “Line In The Sand”, sicuramente l’episodio più debole del secondo lotto (e di tutto il disco): una ballata senza sentimento, con tastiere di maniera e un testo nostalgico e stranamente disfattista (un vero paradosso considerata la strofa di “Dearly Demented”: “Lascia perdere la tua angoscia/ Costruisci da solo le armi per distruggerli tutti”). Fortunatamente, è appunto solo un episodio perché “She’s Gone”, quasi una cover dei Soilent Green (e non a caso, il cantante Ben Falgoust appare come special guest nell’album) ristabilisce la concretezza metal fin qui apprezzata. Passo mantenuto in “Tragedy Of Empty Streets”, brano che deve molto alla disperazione di band come Living Sacrifice e Lamb Of God. Le distorsioni di “Return To Sender”, altro pezzo degno di nota, ricordano l’hardcore dei Cro Mags e le liriche degli Integrity, formazioni che hanno influenzato in maniera evidente la scrittura di questo terzo album del gruppo americano, e che i Bleeding Through omaggiano con “Hollywood Prison”, il brano che più di tutti ricorda i Killswitch Engage.

Terminato l’ascolto di “The Truth”, e giunti in sede di giudizio, l’impressione globale suscitata da questo disco è piuttosto positiva, se non altro perché i Bleeding Through riportano parzialmente alla luce un modo di fare metal abbastanza vicino ai rumorosi e splendidi esordi del genere. Niente di nuovo, naturalmente, e qualche sproloquio di troppo ogni tanto suona di “caricatura”, ma in sostanza un buon album “pesante” ed essenziale come non se ne vedevano da tempo.

17/12/2006

Tracklist

  1. For Love and Failing
  2. Confession
  3. Love In Slow Motion
  4. The Pain Killer
  5. Kill To Believe
  6. Dearly Demented
  7. Line In The Sand
  8. She's Gone
  9. Tragedy Of Empty Streets
  10. Return To Sender
  11. Hollywood Prison
  12. The Truth

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