Nel loro secondo album Jeffrey Alexander e Miriam Goldberg
(rispettivamente chitarra e violoncello) si allontanano vie più dall’esperienza
Iditarod, ancora incisiva nel debutto omonimo dello scorso anno, per aprirsi
all’improvvisazione e alle ispirazioni effimere colte nei luoghi più disparati
(registrazioni dal vivo da luoghi sparsi fra New England, Midwest e
California).
Un viaggio non confortato da indicazioni né luce elettrica
se non sottoforma di led in corto i quali, più che illuminare il cammino, lo
confondono. Ma se si rinuncia fin da principio all’idea di una pista battuta,
evitando di prendere i suoni in cui ci s’imbatte per puntini numerati da
seguire, si scopre che questa wilderness elettroacustica conduce a nuovi
inusitati scheletri di forma-canzone (“These Things”, “Tangent Universe” o
l’entropica “Hung Far Lowfish”), anime folk dall’interfaccia elettronica o, se
si preferisce, tecnologia smangiata dal muschio dei boschi.
Questo se si
accetta l’idea di perdersi in una selva suggestiva ma inquietante: invero i
punti di possibile ristoro sono pochi e confusi (“Nylon 1” e “Nylon 2”,
ovviamente nell’ordine inverso) mentre i tratti perigliosi sono estesi
(“Jamestown”, “F vs BF/BS”) e gravati dal pericolo d’incontrare il fantasma dei
Books (“I’m In Love…”) o il ricordo
della caracollante psichedelia dei Bardo Pond (“Fish No Fish”), ma soprattutto,
cosa ben più temibile, c’è il rischio che questi spettri possano diventare i
vostri migliori amici in luoghi ove non è difficile confondere claustrofobia e
serenità (“…With a Dead Men I’ve Never Met”).
Se decidete che il caos
non fa per voi, meglio scegliere altre macchie e altri mari, sappiate però che
correte il rischio di perdervi un importante tassello dell’attuale cospirazione
mirante a unire radici folk ed evoluzione tecnologica, qui sottolineata dalla
collaborazione di illustri membri della suddetta carboneria come Glenn Donaldson
(Jewelled Antler Collective), Christina
Carter (Charalambides)
e Fursaxa.
16/11/2006