Annunciato a sorpresa, il settimo album di Mathangi Arulpragasam, in arte M.I.A., intitolato semplicemente – e con poco fantasia – “M.I.7”, arriva in un momento politicamente degradante sul piano internazionale come quello che stiamo vivendo. Un dettaglio non irrilevante per una rapper come la musicista inglese di origine tamil, da sempre schierata contro il cosiddetto imperialismo occidentale (e non solo), a partire dallo status di ex-rifugiata dovuto all’inasprirsi della guerra in Sri Lanka quando era appena una ragazzina.
Strutturato a mo’ di Libro dell’Apocalisse (!), “M.I.7” si pone fin dalla copertina, raffigurante sette simboli, ognuno dei quali corrisponde a un intermezzo dell’album, come un disco innanzitutto “messianico”. Il numero sette, che riecheggia praticamente ovunque, è infatti un richiamo alla stessa “Apocalisse” di Giovanni, ventisettesimo e ultimo libro del Nuovo Testamento, e ultimo della Bibbia cristiana. Un gancio narrativo che torna appositamente più volte per indicare a turno le sette chiese, i sette sigilli, le sette trombe e le sette coppe dell’ira.
A questo giro M.I.A. punta, quindi, a fare le cose in grande, quantomeno sul piano strettamente tematico.
Registrato in località diverse come Etiopia, Egitto, India, Londra, Australia e Los Angeles, e in sette giorni trascorsi per giunta con ciascuno dei sette produttori chiamati in causa, “M.I.7” si avvale dei sette squilli di tromba evangelici per richiamare l’attenzione e inscenare un cerimoniale dal quale M.I.A. esterna il suo disappunto morale e avanza a seconda dell’occasione il proprio credo spirituale, ponendosi addirittura come “spezzatrice di incantesimi”.
Ebbene, al netto di tutta la numerologia e in particolare dell’apparecchiamento religiosamente evocativo, musicalmente M.I.A. abbandona di scatto i tumulti del passato per abbracciare una sorta di messa urban scevra da bordate hip-hop e squarci electro, e dentro la quale sciorinare di volta in volta la propria soluzione ai mali del nostro tempo, tra angeli sotto copertura con spade di fuoco (“PRAYER 777”), dominatori delle tenebre (“JESUS”) e armature da abbassare quando la battaglie è finita (“Sacred Heart”).
In questo alternarsi di squilli di tromba (chiamati, guarda un po’, “TRUMPET”) e proclami biblici, manca tuttavia il guizzo profondo, insomma tutto scorre senza lasciare alcun segno, salvo rarissimi momenti di tribalismo tamil, come ad esempio in “MONEY”, mentre impera a iosa l’approccio spirituale, perlopiù quasi gospel, come nell’emblematica “CALLING”, la canzone più idonea per definire il nuovo percorso intrapreso dalla Arulpragasam.
I’ve been in a cage before (I’ll see you there)
I’ve seen angels open cell doors (I’ll see you there)
I seen prison walls fall (I’ll see you there)
And Satan’s not bigger than God (I’ll see you there)
Non mancano poi episodi squisitamente pop come la radiofonica “EVERYTHING”, a precedere i trentatré (coincidenza?) minuti di religioso silenzio posti in coda con i quali M.I.A. evoca la pace terrena, richiamando così il silenzio in cielo descritto nell’Apocalisse dopo l’apertura del settimo sigillo, poco prima che le trombe tornino a suonare.
E’ la chiusura provocatoria di un disco ambiziosissimo sul piano concettuale ma decisamente scadente sulla resa melodica e stilistica. Per dirla senza troppi giri di parole: da una musicista così tante volte ispirata e senza compromessi come la cinquantenne M.I.A. ci si aspettava certamente di più. La speranza, di conseguenza, è che questa direzione spirituale non sia l’inizio della fine, ma soltanto un inciampo isolato.
19/04/2026