And you know I lie This pure indulgent fantasy With a baby's mind I crave for love But this adult sensibility Lets me stray And I compromise My life is always compromise Oh, tell me why It's all a senseless lie
L'autrice britannica Virginia Astley, figlia del compositore di colonne sonore per film televisivi Edwin Astley, è nota ai più per una originale miscela di musica new age, neoclassica e ambient. Dopo essersi formata alla classica, la compositrice si avventura in un brevissimo periodo new wave, come frontwoman nelle Ravishing Beauties e ai sintetizzatori nei Victim of Pleasure. Si incammina verso una carriera solista, pubblicando l’Ep di dream-pop etereo “A Bao A Qu” (Why Fi, 1982) e il capolavoro “From Gardens Where We Feel” (Happy Valley Records, 1983), una perla intramontabile di ambient neoclassica che sposa la contemplazione della natura al ritratto autobiografico.
In seguito all’album di inediti abortito, “She Stood Up And Cried”, Astley si affida totalmente al produttore, compositore e autore di colonne sonore giapponese Ryuichi Sakamoto, distaccandosi in parte dall’unicità del precedente album. Prodotto dal fratello Jon, “Hope In A Darkened Heart” (Wea, 1986) vien fuori al pari di una seduta psicoanalitica che immerge l'ascoltatore all’interno della personalità criptica della compositrice, un lato di sé in parte nascosto dai melanconici ricordi infantili e dalla nostalgia evocativa degli stessi.
Introdotto da un vellutato giro di sintetizzatori, il disco si apre con l’erronea ninna nanna “Some Small Hope”. Nata da collaborazione con David Sylvian, la traccia è dilaniata da liriche funeree che rendono chiara sin da subito la direzione monotematica del concept: un’esistenza terrena a lungo patita, il costante rifugio in ipotetiche speranze, la solitudine come compagna di vita, il ricordo sfumato della figura genitoriale e l’essenzialità del sogno come via di fuga dal mondo che ci circonda. La produzione di Sakamoto riflette freddamente le richieste inconsce della cantautrice, il cui canto angelico è soltanto uno specchietto per le allodole per l’impatto d’ascolto. Nel 2020 verrà realizzata una cover copia carbone del brano da Caroline Polachek, in collaborazione con Lauren Auder.
Il pop barocco di “A Father” recita di un affetto familiare ridotto in poltiglia, ottenebrato dal narcisismo e dalla totale assenza di amore reciproco. La voce soave di Astley lievita costantemente in un contraltare di coralità che lasciano senza fiato. I tappeti di synth sul finale lasciano presagire l’insorgere di un mistero sinistro, occulto e quindi per questo affascinante a suo modo. Tuttavia, se l’inverno dovesse essere rappresentato in un brano, questo sarebbe senza ombra di dubbio “So Like Dorian”: la ricorrenza alle maschere pirandelliane, alternata a una produzione glaciale, rende e non poco la melanconia della composizione. L'attitudine puramente neoclassica di Astley primeggia sulla produzione pop-ambientale di Sakamoto.
La fluttuante “I’m Sorry” si contraddistingue per l’originalità dell’arrangiamento: sottolineata da un basso sinuoso, da una drum machine lievemente dub e dai synth immersivi, la traccia funge da confessionale per Astley. L’atmosfera celtica della seconda metà del brano – sembra quasi di essere su un veliero desolato che punta diritto verso un tramonto romantico – ricorda vagamente la breve esperienza dell’artista nel gruppo post-punk britannico Skids.
“Tree Top Club” è uno di quei rari casi in cui la compositrice fa riferimento a eventi (competizione di Bunty), luoghi (capannone di Dermoor, Scout Hut) e persone (una certa Nana) reali. Categoricamente ci troviamo di fronte a un sophisti-ambient-slowed pop deprimente, la cui eco riporta l'ascoltatore alla sacralità dei piccoli gesti, al calore dell’infanzia e all’ingenuità caratteriale della protagonista del racconto: la cantante stessa. La forza della scrittura di Virginia Astley è determinata da un resoconto strettamente legato agli errori del passato, una memoria gracile che impera prima di tutto sulla sensibilità dell’autrice.
Sakamoto incupisce il tutto con un arrangiamento volutamente bislacco e disincantato, nel quale spiccano la lenta e tribolante drum machine e la freddezza dei sintetizzatori. Subito dopo il pezzo ambient “A Summer Long Since Passed”, riarrangiamento dell'omonimo capolavoro presente in "FGWWF", si arriva alle battute di arresto con “Darkness Has Reached Its End”, un devastante dream-pop accaldato da chitarre distese, cori pastorali e un testo che abbraccia l’altra faccia della medaglia, ponendo qualche vana speranza verso il futuro.
In un modo o nell’altro, “Hope In A Darkened Heart” riflette lo specchio di un’anima dal cuore spezzato, un’eterna Peter Pan succube delle sue scelte.