Uno dei grandi misteri della scena post-punk odierna è il mancato riconoscimento, per lo meno da parte dei fruitori del genere, degli Iceage come una delle sue formazioni cardine. Forse è perché i loro primi dischi non erano dei più immediati o forse, semplicemente, perché non vengono dalle isole britanniche o dagli Stati Uniti.
Ormai al sesto disco, Elias Rønnenfelt e i suoi non se ne fanno un cruccio e continuano a inglobare nuovi elementi nella loro ricetta post-punk cangiante e decadente.
Se l’elemento nuovo del precedente “Seek Shelter” (di ormai 5 anni fa) era rappresentato dalle sonorità baggy/madchester, comunque presenti anche in questo “For Love Of Grace And The Hereafter”, nella pulsante e gascona “Star”, questa volta la novità sono rocamboleschi inserti rockabilly e divertiti rimandi alt-country.
Dopo “Ember”, un’apripista ardente di passione che, insieme alla copertina espressionista raffigurante un bacio, introduce le tematiche amorose del disco, gli xilofoni e i du-du-du di “Match Head Girl” rivelano proficue dosi di Violent Femmes e Weezer, mentre “The Weak” evidenzia abusi di psychobilly, specie con una deliziosa parte centrale fomentata da battimani e flauti stonati.
I danesi si rivolgono invece ad Albione in “No Fear”: lo fanno con un bel giro di basso (in realtà il lavoro di Jakob Tvilling Pless è grandioso ovunque), il delicato strumming sulla chitarra acustica e il ritornello sghembo ma innodico. Pur trattandosi di canzoni post-punk, l’attenzione ai dettagli degli Iceage è sempre pazzesca e le loro scelte semplici, ma efficaci, come nel caso delle tastiere della scatenata “Holy Wather” o degli adornamenti di archi che danno un tono sinistro alla conclusiva “True Blue”.
Come al solito gli Iceage non faranno sfracelli di pubblico, ma chi ci va a perdere è sostanzialmente quest’ultimo, che ancora una volta si perderà l’opera di una band formidabile, versatile, coinvolgente, che non ha nulla da invidiare a nessuna delle omologhe anglo-irlandesi… anzi.
03/06/2026