Lene Lovich -

Lene Lovich - La favola folle di Lili-Marlene

Danzatrice orientale, doppiatrice di film horror, ma soprattutto formidabile cantante e performer. L'incredibile storia di Lili-Marlene Premilovich, una delle figure più eccentriche e originali della new wave. Il suo art pop visionario, impreziosito da una vocalità teatrale e da arrangiamenti raffinati, ha raggiunto in "Stateless" il suo vertice creativo, ma non sono mancate altre prodezze

di Claudio Fabretti, Andrea Arcidiacono

Too tender to touch, too fragile to lust
These misty eyes are just enough
A little sign to guide the way
We don’t need so very much
(“Too Tender To Touch”, Lene Lovich)

La Lili Marlene jugoslava, la danzatrice orientale che stregò anche Salvador Dalì, la chanteuse da cabaret, la urlatrice di film horror, la performer wave avanguardista, la musa dark con il soul caldo di Detroit nelle vene. In poche parole, Lene Lovich, al secolo Lili-Marlene Premilovich, professione artista globale. Una delle figure femminili più influenti della sua generazione, eppure, per qualche strano destino, evaporata in un oblio intergenerazionale, interrotto solo da qualche sporadica riapparizione del suo Numero Fortunato da classifica (“Lucky Number”), una hit forse persino involontaria, in una carriera così promettente e così precocemente smarrita. Troppo eccentrica e folle per conquistare le masse, Lili-Marlene, con i suoi vocalizzi surreali – un po’ cinguettii, un po’ singulti da moribonda – e il suo look smodato da vamp della Transilvania, che pare uscito da qualche edizione balcanica del Rocky Horror Picture Show. Come una Nina Hagen dall’ugola ancor più stralunata e anarchica. Occorre quindi partire dall’inizio e rimettere a posto le tessere del mosaico di una delle storie più intriganti dell’era wave al femminile.

Una jugoslava a Detroit

Lili-Marlene Premilovich nasce a Detroit il 30 marzo 1949 da padre jugoslavo e madre inglese. Incidentalmente, nello stesso anno la capitale dell’automobile dà i natali anche a Suzi Quatro e Stevie Wonder (cinque anni prima, invece, a Diana Ross).
Nei tredici anni vissuti nell’infuocata città del Michigan sarà proprio la musica del suo coetaneo e concittadino Stevie Wonder a influenzarla di più, assieme all’intera saga della Tamla-Motown.
A casa, tuttavia, la situazione è piuttosto travagliata, per usare un eufemismo (ne trarrà ispirazione per uno dei suoi singoli più importanti, “Home”), poiché suo padre mostra evidenti segni di instabilità mentale, arrivando a minacciare di trasferire la famiglia in Unione Sovietica. Quando Lili-Marlene ha 13 anni, sua madre decide di separarsi e di portare lei e i suoi tre fratelli nella sua città natale, Hull, in Inghilterra.
Ormai adolescente in Gran Bretagna, la futura Lene mostra interesse sia per l’arte sia per la musica. In quel periodo conosce il chitarrista Les Chappell e decide di trasferirsi con lui a Londra per frequentare una scuola d’arte. Les diverrà il compagno sentimentale e professionale di tutta la sua vita.

(Lene Lovich e Les Chapell)

Nel 1968 i due frequentano diversi istituti, tra cui la Central School of Art, dove la nostra inizialmente si concentra sulla scultura. Da qui nascerà anche la sua celebre abitudine di portare i capelli intrecciati, così da tenerli lontani dall’argilla. Col tempo, però, Lili-Marlene rimane delusa dal mondo dell’arte, perché – come racconterà – “nessuno sembrava capire la sua espressione spontanea del sé”. Si rivolge quindi alla musica, con la complicità di Chappell, che le insegna qualche accordo di chitarra, da abbinare agli studi di violino. Sarà un terzo strumento, tuttavia, il sassofono a diventare il suo vero mezzo di espressione, sotto la guida di Bob Flag, leader della Bob Flag’s Balloon and Banana Band, una delle prime – e numerose – avventure musicali della giovane Premilovich, che svela di avere già le idee piuttosto chiare: “Ho imparato a suonare il sax perché la gente non era ancora pronta per la mia voce”.

La frequentazione degli ambienti underground della capitale inglese ne mette in mostra il precoce talento, unito a quell’eccentricità di look e acconciature che la renderà celebre.
All’inizio degli anni Settanta, sceglie l’alias Lene Lovich e inizia a dedicarsi a svariate attività artistiche. Oltre a suonare il sax con Flag, lavora come musicista di strada, come cantante in un coro nello show “Quintessence” alla Royal Albert Hall e persino come “danzatrice orientale” in un cabaret! Viaggia anche per la Spagna, dove ha modo di conoscere Salvador Dalí, lavora come ballerina turnista nel tour “Radio One Roadshow”, promosso da una celebre radio privata, e gira l’Italia con una soul band denominata West Indian Soul Band.
Mentre si trova al Lancaster Arts Festival viene scelta insieme ad altri per realizzare il coro nel singolo “My Ding-A-Ling” di Chuck Berry, pubblicato per la Chess Records. È la sua prima apparizione discografica: il 45 giri arriverà al primo posto delle chart inglesi e americane.
Nel 1975, insieme a Chappell e ad altri musicisti, forma una funk/disco band chiamata The Diversions. Il gruppo, nel quale lei suona il sax mentre Les l’accompagna alla chitarra, registra alcune cover, tra le quali anche “Fattie Bum Bum” di Carl Malcolm. Ma nessuno di quei singoli ottiene il minimo successo. La strada, insomma, pare tutta in salita. Fino a quando non arriva una strana telefonata…

In pista con Cerrone

For a hundred miles or more
You can hear the people cry
But there’s nothing you can do
Even God is on their side
Supernature
(Cerrone, “Supernature”, 1977)

Mentre Lene è in studio con i Diversions, squilla il telefono. “Cercavano qualcuno che lavorasse con questo tizio straniero che non parlava molto inglese, ma era dentro la disco music, e dato che noi facevamo soul/funk, in qualche modo si rivolsero a noi – racconterà la stessa Lovich – E io, cogliendo ogni occasione, che fossi in grado di gestirla oppure no, dissi che potevo farlo, e siccome avevo alzato la mano mi ritrovai su un aereo per Parigi e dovetti capire come affrontare questa cosa nuova”.
Al suo arrivo nella capitale francese, la missione viene finalmente chiarita: Lene viene reclutata per scrivere testi in inglese per la star francese della disco Cerrone. Pur senza essere accreditata sui dischi, collabora così a tre lavori del compositore transalpino, inclusa la leggendaria hit “Supernature“: ebbene sì, è proprio la giovane Lili-Marlene a firmare il testo e a cantare, con il suo timbro imperioso, tra le lussureggianti tastiere di quel sempiterno riempipista. Un apporto tutt’altro che secondario per la riuscita del capolavoro elettronico del producer francese, anche se ancora quasi in incognito. Se ne riapproprierà idealmente con una cover rockeggiante nel 1987.

Durante il suo periodo in Francia, Lene aggiunge un’altra attività al suo variegato curriculum: quella di “urlatrice” per film horror, e considerata la sua vocalità, non pare poi neanche così singolare.
Nel frattempo, nonostante il tentativo di incidere un disco natalizio in cui Lovich canta “I Saw Mommy Kissing Santa Claus” con una “orrenda voce alla Shirley Temple”, i Diversions non riescono a sfondare e nel dicembre 1976 si sciolgono.
Ma, in un formidabile turning point, mentre per il gruppo il sogno finisce, per Lene comincia. Ancora una volta c’è di mezzo una telefonata: stavolta è la stessa Lene a prendere in mano la cornetta e a scegliere la persona giusta. Nella fattispecie, Charlie Gillett, scrittore e disc-jockey, al microfono di un programma radiofonico che offre ad aspiranti musicisti spazi per pubblicizzarsi. “Mi chiamo Lene. Suono il sax e vorrei entrare in una band”, gli dice lei. Gillett diffonde il suo numero ma, come ricorderà lei stessa, “non chiamò nessuno! Neanche una persona, e io ero lì seduta accanto al telefono”. Più tardi, però, Lene scrive una lettera a Gillett raccontandogli qualcosa di più su di sé. E tanto basta a convincere il dj a registrare un demo di “I Think We’re Alone Now”, il classico di Tommy James and the Shondells che qualche anno dopo sarebbe diventato una hit mondiale nella versione di Tiffany e che la stessa Lene avrebbe poi inciso anche in altre lingue, tra cui tedesco e giapponese. Gillett porta il nastro a Dave Robinson della Stiff Records, che resta stregato e decide di mettere sotto contratto quella magnetica artista di nome Lene Lovich.
Fin dall’inizio, Lene considera questo nuovo progetto come una collaborazione tra lei e Les. Ma dato che quest’ultimo preferisce restare dietro le quinte e la Stiff teme una eventuale rottura futura, si sceglie di usare semplicemente il nome Lene Lovich. È l’avvio ufficiale della sua carriera solista.

La chanteuse apolide

Nel luglio del 1978 la Stiff pubblica una prima tiratura limitata della cover di “I Think We’re Alone Now”. È il primo singolo firmato Lene Lovich: un impensabile ibrido tra il soul elegante delle Supremes e l’approccio punk selvatico di Patti Smith.
Sempre nel 1978, a Parigi, Lene incide per il produttore Michel Elmosino, “Jungle D.J.”, subito inserito nell’album disco-funk “Jungle D.J. & Dirty Kate” a nome Kikrokos (di fatto un trio, con il produttore, André Allet e Patrick Sesti). Sarà un discreto successo, ma niente più.
Dopo aver partecipato, durante l’estate del 1978, al “Be Stiff Route 78 Tour” (che è anche il suo primo tour americano) con altri artisti della scuderia (Rachel Sweet, Eric Wreckless, Mickey Jupp e Jona Lewie), Lovich è finalmente pronta per dare alle stampe il suo primo album, Stateless (1978), destinato a restare anche il suo lavoro più celebre. E il merito è indubitabilmente del singolo che lo trainò al successo.

Leggenda vuole che quando l’intrepida Lili-Marlene propose “Lucky Number” ai piani alti della Stiff, in tanti storsero il nasco ascoltando quel refrain nonsense (“Uh-oo-uh-oo”), a cominciare dal presidente Dave Robinson, che esclamò: “Quello sarebbe il ritornello?!”. Quando si dice la lungimiranza dei discografici… Il risultato fu che “Lucky Number” scalò rapidamente la Uk Chart fino al terzo posto, trasformando Lovich in una popstar praticamente da un giorno all’altro. Perché, come spiegò lei stessa: “A volte, quando non esiste una parola per esprimere quello che vuoi dire, usi quella che ci si avvicina di più, oppure inventi un suono che ci si avvicina”. Ma oltre a quei vocalizzi gutturali e grotteschi, che avrebbero rappresentato un marchio di fabbrica per miriadi di future cantanti punk, da Siouxsie a Nina Hagen, “Lucky Number” indovina una formidabile andatura dance-punk, stralunata e saltellante, con una base elettronica potente quanto minimale, che nel finale sfoggia anche percussioni dal sapore industrial. Un trionfo, ma anche una maledizione, perché per molti il nome di Lene Lovich resterà associato a quell’unica hit, come se fosse una qualsiasi meteora pop.

E invece già dall’album d’esordio si intuisce un potenziale da primadonna del rock. Stateless mette in scena una liberazione spirituale: uno stile di vita, una voglia costante di sbattere in faccia all’ascoltatore la propria indipendenza. Un’attitudine sfrenata che passa anche dagli eccessi di un look da principessa della Transilvania, tra pesante make-up, lunghe trecce color henné, mantiglie di pizzo nero e abiti variopinti. Sul piano musicale, invece, importante presenza all’interno del concept è quella di Jeremy Green, storico ingegnere del suono di alcuni lavori dei Clash che conferisce al tutto un senso di freschezza new wave. Ma su tutto troneggia l’incredibile voce di Lene Lovich che attraversa l’intero album alternando gorgheggi, stridii, sussurri e vocalizzi imprevedibili. Un’ugola mutaforma, capace di passare da toni sorprendentemente profondi a urla acutissime spacca-timpani.
Dopo la trionfale apertura di “Lucky Number”, la successiva “Sleeping Beauty” cambia registro con un andamento sincopato e sfumature vagamente ispaniche, lasciando ancora una volta che sia la voce inconfondibile di Lene Lovich a dominare la scena. “Home” – dedicata alla sua infanzia inquieta a Detroit – rappresenta il momento più oscuro del disco, costruito su una sezione ritmica implacabile e sull’atmosfera inquieta creata dall’organo, mentre “Say When” alza bruscamente i toni con l’episodio più energico e vicino al punk, trascinato dal canto – ora subdolamente lezioso, ora intensamente espressivo – di una Lovich decisa poi a esplorare tutte le corde del suo crooning teatrale nell’intreccio sinistro di “Writing On The Wall”, che culmina in un ritornello di grande impatto. Più immediata e solare è “Telepathy”, seguita dalla più cupa ma altrettanto brillante “Momentary Breakdown”.
“Too Tender (To Touch)” è un capolavoro incredibilmente sottovalutato: un art pop dalle tendenze katebushiane che si trasforma in qualcosa in più e detta legge in una struttura armonica lussureggiante; il piano martellante e al contempo fiabesco di Nick Plytas regna su tutto il brano, così come la statuaria voce della Lovich, qui più che mai in stato di grazia.
L’ironica “One in 1,000,000” mette in risalto la grandiosa batteria di Bobbi Irwin e un’attitudine alla Nina Hagen, mentre con la tenera “Tonight”, cover di un brano di Nick Lowe, intravediamo un dichiarato cambiamento delle strutture tradizionali della canzone pop: il sassofono suonato dalla nostra dona all’atmosfera un sapore magico, ma a risuonare in testa è il refrain, tutt’altro che semplice.
Chiude il disco la succitata – e riuscita – reinterpretazione del classico soul anni Sessanta “I Think We’re Alone Now”, che aveva segnato il debutto su 45 giri per la Stiff: un numero irresistibile costruito su sintetizzatori ondeggianti, cori surreali e un’impressionante nota acutissima nel finale.
Nelle successive ristampe saranno aggiunte varie bonus track, tra le quali meritano una menzione almeno l’irresistibile cavalcata post-punk surreale di “Be Stiff” e la tetra pantomima da cabaret di “One Lonely Heart”.
Nel complesso, Stateless è un esordio coi fiocchi, che dosa sapientemente suoni sperimentali e accessibilità pop, mettendo in luce una cantante-performer dalla voce unica e dall’approccio bizzarro, tale da renderla un’icona – ma anche una progenitrice – della nascente scena new wave. Come una divinità extraterrestre atterrata sulla Terra con l’unico scopo di diventare una popstar. Un po’ come Ziggy Stardust, ma con una differenza sostanziale: lei sembra davvero provenire da un altro pianeta.

Rituali gotici, dancefloor e manga giapponesi

Nel 1979 Lene si stabilisce in Olanda e recita nel ruolo da protagonista nel film “Cha Cha” diretto da Herbert Curiel insieme alla sua “gemella punk” tedesca Nina Hagen. La pellicola rappresenta un vero scossone nella scena underground di Amsterdam. Con Hagen compone anche la colonna sonora e stabilisce un intenso rapporto professionale: l’artista di Berlino la omaggerà incidendo una versione tedesca di “Lucky Number” (“Wir Leben immer noch”), nel suo album “Unbehagen”, e più avanti, nel 1986, canterà con lei un brano contro il maltrattamento degli animali, “Don’t Kill The Animals”, incluso su varie compilation.

(Lene Lovich e Nina Hagen)

Dopo aver dato luce al suo debutto artistico su Lp, la cantautrice anglo-americana sposta l’attenzione verso un sound via via più accessibile. Flex (1980), secondo disco ufficiale pubblicato a distanza di due anni circa dal precedente, comprime una new wave più classica, che a tratti sconfina nella dance. Il dub esoterico di “You Can’t Kill Me” assembla l’attitudine strambo-gotica della nostra, elevandola a qualcosa di inarrivabile: la coralità del brano, costruito su un’attitudine rituale, volteggia su una linea armonica destrutturante e accattivante. Ma sono soprattutto i due brillanti singoli a fare breccia nelle chart britanniche. Il primo, “Bird Song”, dopo un’introduzione sospesa costruita su sintetizzatori e richiami d’uccelli eseguiti dalla stessa Lovich, esplode in un irresistibile ritmo wave: Lene – qui più che mai vicina alle tonalità di Siouxsie – sfoggia tutta la sua estensione vocale e costruisce una delle melodie più memorabili del disco, mentre il ritornello, sostenuto da cori maschili dal sapore quasi epico, rende il pezzo ancora più coinvolgente. Anche l’altro 45 giri, “Angels”, insiste su questa formula, con effetti elettronici in primo piano, ritmi serrati e un gusto caricaturale che ricorda i momenti più frenetici del debutto, pur con un approccio leggermente più controllato.
Come già in Stateless, gran parte dei brani gioca con un immaginario da B-movie sci-fi, tra sintetizzatori elettronici, effetti sonori e atmosfere volutamente kitsch. “What Will I Do Without You?” (scritta con Chris Judge Smith, ex-membro dei Van Der Graaf Generator) ne è un perfetto esempio: una classica struttura wave viene arricchita da bassi nevrotici e da una cascata di sintetizzatori sottili e pulsanti.
Tra gli episodi più riusciti figura anche “Wonderful One”, impreziosita dal suono vivace dello xilofono, che dona leggerezza al ritmo e accompagna una melodia semplice ma efficace. “Monkey Talk”, invece, mette in mostra tutta la teatralità della cantante, che alterna stridii, risatine e inflessioni vocali fuori dagli schemi.
Se sul debutto Lovich aveva sorpreso con una rilettura personalissima di “I Think We’re Alone Now”, qui tenta di ripetere l’operazione reinterpretando “The Night” di Frankie Valli & The Four Seasons (a firma Bob Gaudio-Al Ruzicka), in una versione stralunata da jazz-cabaret che si rivela non meno sorprendente.
La seconda parte del disco perde progressivamente intensità. “Egghead” sfodera una melodia sghemba ma poco incisiva, mentre la marziale “You Can’t Kill Me” colpisce soprattutto per gli effetti sonori, che evocano una battaglia spaziale, senza però essere sostenuti da una scrittura altrettanto solida. La conclusione è affidata a “The Freeze”, un brano ricco di trovate timbriche – tra rumori del mare e synth cosmici – che suggerisce un curioso incontro tra antiche ballate marinaresche britanniche e immaginario sci-fi elettronico.

Nel complesso Flex è un seguito meno innovativo rispetto a Stateless, ma conserva intatto il fascino dell’universo creativo di Lene Lovich. Le ristampe in cd aggiungeranno inoltre “New Toy”, uno dei singoli più riusciti del suo repertorio.
Il discreto successo dell’album convince Lene Lovich a imbarcarsi in un estenuante tour europeo e statunitense, che la impegna per tutta la stagione. A febbraio del 1980, in occasione della tappa promozionale italiana, rilascia anche un’intervista a Federico Guglielmi per Il Mucchio Selvaggio, manifestando tutto il suo entusiasmo per la dilagante febbre wave che sta investendo il Vecchio Continente: “Prima della new wave, la musica stava diventando sempre più noiosa e tutte le grandi case discografiche erano chiuse alle nuove idee: erano sempre alla ricerca dei nuovi Beatles o dei nuovi Bee Gees… Mi piacciono molto gli Undertones e anche un gruppo californiano chiamato Residents: hanno un grande sense of humor e un modo più umano di usare gli strumenti elettronici”. E alla domanda “come spieghi il fatto che tante ragazze facciano parte di gruppi new wave, dopo che per molti anni la presenza femminile nel rock è stata assai limitata?”, replica con fermezza: “Ritengo che ora sia più stimolante, per le donne, essere coinvolte nella musica; prima, per avere successo, una ragazza doveva adeguarsi a un certo stereotipo: essere sexy o avere l’aria dolce e innocente, cose così. Adesso una ragazza che si senta realmente creativa e abbia voglia di fare qualcosa di suo, può essere semplicemente sé stessa, senza bisogno di cercare di somigliare a qualcun’altra”.
Idee molto chiare, insomma, a dispetto dell’eccentricità, inclusa la consapevolezza di una vocalità personale, fatta di suoni, sospiri, grida e rumori che portarono alcuni a paragonarla a Yoko Ono. Uno stile dietro il quale si cela una precisa filosofia artistica: “A volte puoi creare un’emozione senza pronunciare nemmeno una parola – spiegherà – È qualcosa di quasi subliminale, ma è una comunicazione diretta. La voce umana è lo strumento più efficace per arrivare alle persone. Tutti brani che scrivo servono a creare un’atmosfera, un’emozione, così da poter raccontare la mia storia.
La voce, dunque, come strumento musicale a tutti gli effetti. Unita a un curioso sistema di “field recording” ante-litteram: “Tengo sempre un piccolo registratore vicino al lavandino della cucina, pronto a catturare qualsiasi idea melodica. È il modo più pratico per registrare le mie idee. Da bambina scrivevo su un foglio ‘da, dum, da, de, da, dum, dum’. Il giorno dopo non capivo più cosa volessero dire. L’invenzione dei registratori a cassetta mi ha cambiato la vita”.

Nel 1981 Lovich realizza un doppio Ep con la sopracitata “What Will I Do Without You”, già inclusa in Flex, e quattro brani eseguiti dal vivo al Lyceum nel febbraio del 1980. Alla fine dell’anno, realizza un altro fortunato singolo, “New Toy”, graffiante numero synth-pop satirico contro la società dei consumi, composto in collaborazione con il compositore e tastierista britannico Thomas Dolby: la farà conoscere anche in Italia, dove entrerà nelle posizioni basse delle classifiche (n.24), e sbancherà le chart statunitensi, giungendo fino al terzo posto. La canzone, fra l’altro, sarà utilizzata come sigla finale del cartone animato “Quella magnifica dozzina”, prima versione della fortunata serie manga “Mimì e la nazionale di pallavolo”.

L’ombra dell’oblio

L’euforia del successo, però, si va progressivamente affievolendo. Il terzo lavoro in studio a nome Lene Lovich, No Man’s Land (1982), viaggia su ritmi sperticati, danzerecci e a tratti modestamente superficiali: ad amalgamare bene il concept è sicuramente la produzione di Chappell, che in tracce come “Walking Low” mette in chiara luce le potenzialità compositive dark della nostra. Addirittura nel refrain dell’iniziale “It’s You, Only You (Mein Schmerz)” – un numero synth-pop inquieto e incalzante con featuring di Nina Hagen – sembra quasi di scorgere una eco morriconiana.
“Blue Hotel” è un episodio cupo e atmosferico, con un’atmosfera sottilmente spettrale che sfrutta tutte le sfumature dell’ugola pregiata di Lovich: sarà il brano con cui – come un’aliena caduta sull’Ariston – si presenterà addirittura in gara al Festival di Sanremo del 1982, piazzandosi ottava (un risultato enorme, considerato il contesto!).
Meno conosciuta ma molto amata dai fan, “Sister Video” mette in luce l’abilità del duo Lovich-Chapell nel creare un raffinato synth-pop fai-da-te, incisivo anche nella martellante “Faces”, quasi una sottile parodia di Siouxsie in salsa kitsch.
In generale, il disco vive su un ascolto leggero, piacevole, ma lontano anni luce dal debutto in termini di sostanza musicale e di sperimentazione.

Il successivo March (1989) – scritto e prodotto negli Stati Uniti insieme a Les Chappell, diventato nel frattempo suo marito – ricorda una versione ancor più ammorbidita di “Blast The Human Flower” (1990), ultimo album in studio dell’artista e compositrice britannica Danielle Dax, prima del graduale ritiro dalle scene. Ciò che emerge è un’opera fuori tempo di dieci anni rispetto all’avvento della new wave, con forti assonanze sintetiche. La drum machine, così come la co-produzione della cantante stessa, non migliora la freddezza delle sonorità alle quali l’ascoltatore deve sottostare.
Ma se a svettare davvero è solo l’irresistibile singolo “Wonderland”, gran parte dell’album si lascia comunque ascoltare con piacere, riuscendo a tratti ancora a sorprendere (la novelty elettronica sovraeccitata di “Nightshift”, il synth-pop funkeggiante di “Vertigo”, la marcetta surreale di “Shadow Walk” con i vocalizzi aggiuntivi di Chapell a simulare i gracidii di una rana) al netto di qualche manierismo un po’ lezioso e di una sensazione costante di deja-vu che attraversa le tracce.
Un lavoro fin troppo fai-da-te: ad eccezione di qualche intervento di basso e percussioni, infatti, Lovich e Chappell hanno scritto, prodotto e suonato l’intero album da soli.

Negli anni successivi Lene Lovich si allontana ancora una volta dal rock, anche per ragioni familiari, visto che nel frattempo è diventata madre di due figlie. Non rinuncia, tuttavia, alla sua creatività: pubblica alcuni lavori per l’etichetta Pathfinder Jazz e realizza con Les Chappell e Chris Judge Smith lo spettacolo teatrale “Mata Hari”, dedicato alla celebre spia della Prima guerra mondiale. Parallelamente inizia anche a scrivere un romanzo.
Intanto però Lene Lovich assurge sempre più a musa per una nuova generazione di artisti: nel 1991 viene chiamata dagli Erasure a collaborare su “Rage”, mentre nel 1999 i pionieri della nuova dance elettronica The Chemical Brothers la invitano come guest star nel brano “Shape Shifter”.
Lei intanto rivela gusti musicali insospettabili. Nelle interviste, tra le influenze fondamentali cita Dusty Springfield, insieme ai grandi nomi del rock britannico degli anni Sessanta e Settanta come Animals, Rolling Stones, Led Zeppelin, Incredible String Band e i primi Pink Floyd, oltre ad album come “Waiting For The Sun” dei Doors. Tra le passioni legate all’elettronica menziona i primi Kraftwerk, mentre negli anni più recenti esprimerà ammirazione per Rammstein, Bloc Party, Electric Six e White Stripes, a testimonianza di un approccio sempre aperto alle nuove proposte.

L’ultimo vagito

Passano quindici anni esatti dall’ultimo lavoro dell’artista di Detroit, la quale – in seguito alle varie collaborazioni con Peter Hammill dei Van der Graaf Generator e con gli Hawkwind – pubblica quello che a tutt’oggi rimane il suo testamento discografico. Shadows And Dust (2005) alza l’asticella rispetto al predecessore e mostra una Lovich grintosa, seppure nei limiti compositivi. Realizzato in parte da Mike Thorne, storico produttore che ha contribuito alla nascita della psichedelia post-punkeggiante con la trilogia discografica iniziale degli Wire, e persino del minimalismo sintetico dei Soft Cell, il disco è sostenuto da chitarre corpose, una voce stoica e dei synth a dir poco mozzafiato.
Lene sembra non aver perso un grammo della sua eccentricità, conservando le caratteristiche che l’hanno sempre resa unica: la teatralità, il gusto per il grottesco, l’ironia e una fascinazione per il soprannaturale mai vissuta con seriosità. Se molta musica gothic tende infatti a indulgere in pose solenni o melodrammatiche, Lovich percorre da sempre la strada opposta, trasformando vampiri, streghe, fantasmi e magia in un giocoso universo camp, irresistibilmente divertente, con il gusto kitsch che si fa sempre valore aggiunto, mai sinonimo di cattivo gusto o pretenziosità.
Dal punto di vista musicale, il disco resta fedele alle coordinate del synth-pop oscuro che ha sempre caratterizzato l’artista statunitense, ma con una produzione che richiama l’estetica dei vecchi B-movie horror. Le basi elettroniche mantengono un fascino rétro, le chitarre aggiungono un piglio rock ruvido e le tastiere, a tratti vicine ai Depeche Mode, riempiono gli arrangiamenti con atmosfere inquietanti. Il risultato è una sorta di luna-park gotico, dove ogni brano introduce un nuovo dettaglio sonoro: le campane spettrali di “Ghost Story”, gli archi minacciosi di “Remember”, le distorsioni industrial che introducono “Gothica”, le suggestioni paludose e la voce deformata che trasformano “The Insect Eater” in una filastrocca horror dedicata all’apprendista di Dracula.
La voce di Lene, inevitabilmente più ruvida rispetto agli esordi, resta sempre il cuore dell’album, saltando da registri dolci a urla animalesche e alternando inflessioni da cabaret, teatralità e follia con una disinvoltura che richiama ancora una volta le sue “sorelle” Siouxsie Sioux e Nina Hagen. Anche Chappell svolge un ruolo importante con cori che ampliano il suono senza mai rubare la scena alla protagonista.
A dispetto delle atmosfere dark, Shadows And Dust corre sul filo dell’ironia e della leggerezza. “Shape Shifter”, l’unico singolo estratto, conquista con ritmi spezzati, arrangiamenti imprevedibili e un ritornello contagioso che ricorda l’energia giocosa della “Peek-A-Boo” di Siouxsie And The Banshees. “Gothica”, invece, è quasi un manifesto personale: dietro l’immaginario dark emerge l’idea di un rifugio dalla normalità, un luogo in cui non c’è più nulla da temere (“It’s a necessary refuge from the ordinary”, “I have nothing more to fear”).
Anche quando è alle prese con temi più oscuri, Lovich rifugge qualsiasi seriosità o vittimismo. “The Insect Eater” gioca con la figura del vampiro attraverso una divertita fiaba horror. “The Wicked Witch”, dedicata ai pregiudizi verso il paganesimo, risponde alle paure e all’ignoranza con sarcasmo anziché con rabbia. “Ghost Story” alterna racconti di fantasmi a una delle interpretazioni vocali più intense del disco, mentre “Craze” incuriosisce grazie a insolite combinazioni di tastiere e chitarre.
Tra i momenti più riusciti spicca anche “Little Rivers”, ballad delicata e malinconica che dimostra come Lovich non abbia perso la capacità di emozionare. Allo stesso modo, “Remember” mette in luce un volto più teatrale e riflessivo della chanteuse di Detroit, confermando che sotto il gusto per il gioco si cela sempre una notevole sensibilità interpretativa.
L’album alterna continuamente momenti scanzonati e passaggi più introspettivi, attraverso un viaggio in un mondo popolato da streghe, fantasmi e mostri raccontati con spirito giocoso, fantasia e autoironia. Un mood che si colloca idealmente tra il Klaus Nomi più accessibile e la Danielle Dax più visionaria, evocando a tratti l’immaginario eccentrico del “Mago di Oz”.
Pur senza particolari picchi, Shadows And Dust rimane un esercizio di stile ben eseguito che svela un lato alternativo della cantautrice statunitense: una new wave di stampo artistico che privilegia ancora oggi un ascolto a suo modo originale.

Un anno dopo Lovich partecipa alla realizzazione di un album tributo a Giuni Russo, “Unusual” – insieme a Franco Battiato, Caparezza, i MegaHertz e diversi altri artisti – reinterpretando il brano “Moro perché non moro”. Sempre nel 2006 sale sul palco insieme ai Dresden Dolls in un concerto alla Roundhouse di Londra, esibizione inclusa tra i contenuti extra del Dvd della band “Live At The Roundhouse”.
Nel 2011 interpreta il ruolo di Euridice nell’opera “Orfeas” di Judge Smith. Due anni più tardi collaborerà anche agli album “Zoot Suit” dello stesso Smith e “Gridlock” di Mr. Averell.
Dopo il ritorno discografico del 2005, Lene riappare anche sulle scene live nel 2012 con una nuova band composta da Jude Rawlins, leader dei Subterraneans, alla chitarra, Lydia Fischer al basso, Kirsten Morrison alle tastiere e Morgan King alla batteria, assente invece, per la prima volta nella sua carriera, lo storico sodale Les Chappell. La nuova Lene Lovich Band debutta dal vivo il 29 ottobre 2012 al 12 Bar Club di Londra. L’anno successivo affronta il primo tour di rilievo, conclusosi con concerti a Londra e Berlino e con la partecipazione al Rebellion Festival. Nel 2014 Valkyrie rimpiazza Fischer al basso in occasione del primo grande tour europeo della band. Il gruppo è tornato a esibirsi al Rebellion Festival nel 2017, prima di intraprendere la tournée più estesa di Lovich degli ultimi 27 anni come spalla degli Psychedelic Furs.

Nel settembre 2013 Lene Lovich e Jude Rawlins fondano l’etichetta Flex Music, ottenendo per la prima volta il controllo del catalogo storico dell’artista di Detroit. La label debutta con il cofanetto in cd a tiratura limitata Others: Volume 1, contenente i primi tre album di Lovich e un disco bonus di rarità, mentre nel 2023 Cherry Red pubblica il cofanetto di quattro cd Toy Box, che raccoglie il materiale inciso da Lovich per la Stiff tra il 1978 e il 1983.
Nel 2025, infine, Lene Lovich torna a esibirsi con una serie di concerti solisti in Nord America e apre le date del tour “Cosmic De-Evolution” di The B-52’s e Devo.

Qui si chiude, per il momento, la folle favola di Lili-Marlene Premilovich. In attesa di nuovi capitoli, non resta che il piacere di sfogliarne ancora una volta le pagine, come in uno di quei libri musicali dell’infanzia che ci lasciavano sempre a bocca aperta.

Lene Lovich su OndaRock

Discografia

Stateless (Stiff, 1978) 8
Flex (Stiff, 1979) 7
No Man's Land (Stiff, 1982) 6,5
March (Pathfinder, 1989) 5
The Best of Lene Lovich (antologia, 1997)
The Very Best Of (antologia, 1997)
Lucky Number - The Best Of (antologia, 2004)
Shadows And Dust (2005) 6,5
Toy Box (box, Cherry Red, 2023)
Pietra miliare
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