Non c’è nulla di nuovo, nel decimo album dei Muse, nulla in grado di lasciarci senza fiato o farci cascare dalla sedia: massimalismo sonoro supportato da cori e orchestra, chitarre funamboliche, grandeur iper-kitsch, tecnicismo a tratti esasperante, qualche piacevole virata electro che dura sempre troppo poco. Tutto molto confortevole per i fan che adorano il loro trademark, non altrettanto per chi mal sopporta la smania di gigantismo e autoreferenzialità tipiche di Matt Bellamy e soci.
Sin dall’iniziale “The Dark Forest” si viene assaliti dall’ideazione di un vero e proprio kolossal che accompagnerà l’ascoltatore per i tre quarti d’ora successivi. Dentro “The Wow! Signal” c’è lo struggimento per la fine del matrimonio di Bellamy con la modella e attrice Elle Evans (i due hanno avuto due figli), rappresentato per mezzo di un parallelo cosmico: la solitudine dell’uomo come la solitudine di un pianeta perduto o di un meteorite che vaga senza inerzia nello spazio siderale.
I momenti più riusciti di “The Wow! Signal”, o quanto meno quelli più immediati e riconoscibili, risultano “Cryogen”, diretta discendente di “Plug In Baby”, uno pezzi più amati dai loro fan, e “Unravelling”, già diffusa come singolo addirittura a giugno dello scorso anno, due episodi decisamente riusciti, ma che tendono ad assomigliare a svariate altre canzoni già incise in passato dai Muse.
Fra tracce che partono malinconicamente intime per poi incresparsi cammin facendo (“Shimmering Scars”, “Be With You”), la mai sedata magniloquente passione per le strutture prog (“Hexagons”), qualche deriva dance-funk oriented (“Nightshift Superstar”), riff e falsetti che sfociano in ritornelli power pop (“The Sickness In You & I”), persino un featuring trascurabile (quello di Ellie Goulding in “Hush”), “The Wow! Signal” si impone come un disco divertente che certamente troverà la propria sublimazione nella trasposizione live. Ma quando ascoltammo per la prima volta “Showbiz” o “Origin Of Simmethry”, immaginammo per i Muse un futuro molto diverso.
29/06/2026