Il sodalizio tra Lucio Battisti e Giulio Rapetti alias Mogol si è costruito negli anni anche attraverso episodi curiosi e gestazioni improbabili di brani che poi hanno fatto la storia. Uno di questi è senza dubbio quello che portò alla nascita di “Emozioni”, la canzone pubblicata il 15 ottobre del 1970, generalmente considerata uno dei vertici della loro collaborazione, con il suo racconto intimista dall’afflato universale. Un viaggio interiore sospeso tra malinconia, stupore e solitudine, raccontato attraverso un testo di straordinaria forza evocativa che, nel tempo, è entrato nell’immaginario collettivo italiano. Di certo, speciale ne fu la genesi, che ebbe ripercussioni non irrilevanti anche sull’esito finale.
Te lo do io il Brasile
Il 21 giugno 1970, nel giorno della finale dei Mondiali tra Italia e Brasile, mentre l’intero paese è incollato al teleschermo, Lucio Battisti e Mogol scelgono una strada completamente diversa: partono a cavallo da Milano diretti a Roma, alla ricerca di un contatto autentico con la natura e con sé stessi. A raccontarne lo spirito sarà lo stesso Battisti sulle pagine di Sorrisi e Canzoni: “Lo spirito è quello di provare a noi stessi che possiamo farcela”, spiega, “e quello di godere, senza preoccupazioni, di un vero contatto con la natura, per curarci un po’ delle malattie della nostra vita di lavoro, di fretta, di angosciosa corsa contro il tempo”.
È un’esperienza che riflette perfettamente il carattere del cantautore, già insofferente ai luoghi comuni e ai tentativi di incasellarlo in qualsiasi definizione. Durante il viaggio preferisce dormire all’aperto, affrontare sentieri, boschi e spiagge, tanto che, come ricorderà, “qualche volta, ma è raro, incontriamo una striscia d’asfalto…”. Da quella lunga cavalcata nascerà l’ispirazione per “Emozioni”. Rientrato dal viaggio, Battisti traduce quelle sensazioni in musica, spiegando di voler raccontare “quella tensione intima, quei passaggi bruschi, sospesi in aria, per esprimere meglio il senso di scoperta, di stupore, di libertà che abbiamo provato io e Giulio avventurandoci per prati, colline e fiumi, come se vedessimo la natura per la prima volta”. Come d’abitudine, registra la melodia su un nastro e la consegna a Mogol: prima nasce la musica, poi arriveranno le parole.
Il testo prende forma in due momenti distinti. Una prima parte nasce di getto nella casa di campagna di Mogol a Molteno, mentre la seconda arriva durante un viaggio in auto con la famiglia. Al volante, impossibilitato a prendere appunti, il paroliere è costretto a ripetersi mentalmente i versi per non dimenticarli, fino a quando, una volta arrivato a destinazione, li mette finalmente su carta. Da quella gestazione insolita nasce un testo dal ritmo irregolare e dalle immagini potentissime, destinato a entrare nella storia della canzone italiana. Secondo il racconto di Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik, però, la prima stesura non convinse del tutto Battisti. Il musicista avrebbe infatti osservato: “L’inizio è perfetto, ma poi si perde in parole usuali. Io vorrei che tu cambiassi il senso e provassimo a dare una vera emozione”. Un suggerimento che contribuì a indirizzare Mogol verso quella versione definitiva destinata a diventare uno dei testi più celebri della musica italiana.
Un testo atipico
Il risultato fu un brano che sfuggiva agli schemi tradizionali della canzone d’autore. Più che raccontare una storia lineare, “Emozioni” procede per immagini e frammenti, costruendo un vero e proprio viaggio nell’interiorità. L’incipit, con l’airone che vola sopra il fiume e il desiderio di “ritrovarsi a volare”, trasmette un senso di libertà e fusione con la natura. Ma quella serenità viene subito incrinata dal celebre “sottile dispiacere”, un’espressione apparentemente impossibile che sintetizza il momento in cui la felicità lascia spazio a una malinconia inspiegabile.
L’intero testo è costruito su immagini rimaste nell’immaginario collettivo: il tentativo di “stringere le mani per fermare qualcosa che è dentro me, ma nella mente tua non c’è” racconta l’impossibilità di comunicare davvero il proprio mondo interiore; “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire” non è un invito all’autodistruzione, ma la rappresentazione estrema di un disagio esistenziale e della ricerca di un limite capace di far sentire ancora vivi. Anche il celebre verso finale, “Tu chiamale se vuoi emozioni”, sembra suggerire che la parola “emozioni” sia quasi insufficiente a contenere la complessità delle sensazioni vissute dal protagonista.
A impreziosire la storia è la musica di Battisti. La delicata introduzione di chitarra, gli archi diretti da Gian Piero Reverberi e un arrangiamento raffinato ma mai invadente accompagnano ogni sfumatura emotiva del racconto. Il brano cresce con estrema naturalezza, alternando momenti di sospensione e aperture orchestrali senza perdere la sua dimensione raccolta. Anche la registrazione entrò nella leggenda, e non solo per il cast stellare che vi prese parte, negli studi milanesi della Ricordi in via dei Cinquecento, quartiere Corvetto, un ex cinema parrocchiale trasformato in artigianale sala di registrazione: Battisti voce e chitarra, Franco Mussida alla seconda chitarra, Damiano Dattoli al basso, Franz Di Cioccio alla batteria, Flavio Premoli a tastiere e tamburello. Attorno a loro un’orchestra di oltre cinquanta elementi diretta da Gian Piero Reverberi. Secondo le testimonianze dei protagonisti, la versione pubblicata fu sostanzialmente la prima esecuzione completa, tanto intensa da lasciare Battisti e i presenti profondamente commossi.
A Londra con Pete Townshend degli Who
Pubblicata il 15 ottobre 1970 come lato A del 45 giri che sul retro conteneva “Anna”, “Emozioni” divenne rapidamente uno dei simboli del repertorio battistiano. Il singolo conquistò il primo posto nelle classifiche italiane e contribuì a consolidare definitivamente il sodalizio artistico fra Battisti e Mogol.
Il brano ebbe anche una versione internazionale, “Emotions”, realizzata nell’ambito del progetto con cui il cantautore tentò di affacciarsi ai mercati esteri. Celebre rimase anche l’episodio raccontato da Mogol dell’ascolto riservato a Pete Townshend degli Who, che ne rimase entusiasta. “Lo incontrammo per caso – ha raccontato Mogol – Lucio lo aveva riconosciuto, me lo indicò. Gli facemmo ascoltare ‘Emozioni’, io pensavo che fosse lenta per i canoni anglosassoni e che non gli sarebbe piaciuta. E invece Townshend disse: ‘Wait a minute’, e quando tornò c’era un codazzo degli impiegati delle edizioni, tutti molto giovani, a cui chiese di ascoltare, e mentre Lucio cantava lui leggeva la versione in inglese da un foglio… Disse: ‘È fantastica’”.
Nonostante l’interesse suscitato all’estero, tuttavia, Battisti rinunciò a sviluppare una vera carriera internazionale, rifiutando condizioni contrattuali che riteneva penalizzanti. Un vero peccato, considerato l’interesse che il cantautore di Poggio Bustone aveva suscitato oltre Manica, a cominciare da quello del suo noto fan David Bowie, con cui ebbe modo anche di scrivere un brano. Ma questa è decisamente un’altra storia.