“Un cazzo di concerto rock!”. Questa la frase pronunciata sui saluti finali da Piero Pelù, dopo due ore e mezza di esibizione senza alcuna sbavatura, 64 anni portati in maniera davvero invidiabile. Il trionfale tour con il quale i Litfiba stanno portando a spasso per la penisola uno dei loro album manifesto, “17 Re”, è esattamente questo, non potrebbe esserci sintesi più azzeccata: un cazzo di concerto rock! Un concerto di chitarre ed energia, un concerto profondamente antifascista e denso di significati, sia musicali che extra-musicali. E tutt’altro che nostalgico, perché la visione dei Litfiba – che noi sposiamo – è quella sì di riproporre “17 Re” – originariamente pubblicato nel 1986 – in maniera integrale, con grande rispetto (pur sparigliando le carte sull’ordine delle canzoni, per concedere almeno un filino di fattore sorpresa su cosa accadrà nei cinque minuti successivi), ma vestendo le tracce con un guitar sound contemporaneo, attualizzando il lavoro compiuto quarant’anni fa. L’operazione può dirsi perfettamente riuscita, perché sembra di ascoltare la presentazione di un disco appena uscito, per quanto risulti fresco e attuale, sia nel suono, sia, purtroppo, nei temi trattati. Sono cambiati i nomi dei personaggi da colpire (oggi si chiamano Netanyahu, Trump, Mask, Vannacci, Putin, La Russa), ma non le critiche situazioni socio-geo-politiche. Piero Pelù sventola la bandiera della Palestina, reclamando attenzione sulle tante guerre che l’uomo continua a generare, e più tardi il tricolore italiano, chiedendo a viva voce di fare in modo che questo glorioso vessillo possa continuare a rappresentare una nazione libera da qualsiasi forma di fascismo.
Pelù prima di ogni canzone introduce un tema, un argomento, con fare ancor più profetico rispetto al passato, parla di algoritmi, di ambiente, di nucleare, di papi, di tutto ciò che cambia senza mai cambiare davvero. Ma poi c’è soprattutto la musica, e quel disco, “17 Re”, che oggi torna a risplendere di una rinnovata luce propria, con canzoni (molte delle quali non eseguite dal vivo da decenni) che non sono mai riuscite a diventare patrimonio nazional-popolare (come invece accaduto ai Litfiba tamarrock degli anni Novanta) ma che quarant’anni dopo suonano più integrate all’interno del loro percorso. Oggi, dopo più di qualche lavoro trascurabile, i Litfiba appaiono decisi a volersi riappropriare della centralità della scena rock-wave italiana, ci tengono ad essere percepiti come un inscalfibile baluardo del rock nazionale, consapevoli di essere stati generatori di tante band sbocciate dopo la trilogia dei loro esordi. Basti pensare allo straordinario lavoro conto terzi svolto negli anni da Gianni Maroccolo, che ha contribuito a lanciare molte formazioni alt-rock e che oggi continua a tenere le redini della sezione ritmica dei Litfiba, insieme al batterista Luca Martelli, unico membro non superstite della line up originale (Ringo De Palma ci lasciò prematuramente nel 1990, e stasera viene giustamente ricordato). A completare il quintetto, sul palco ci sono anche Antonio Aiazzi alle tastiere e fisarmonica, e ovviamente Ghigo Renzulli alle chitarre, l’amico perduto e poi ritrovato: senza di lui non può esistere nessuna possibile reincarnazione dei Litfiba.

Più di qualcuno nella caldissima (in tutti i sensi) platea dell’arena dell’Ippodromo delle Capannelle (l’evento è inserito all’interno del cartellone del Rock In Roma 2026) si aspettava di ascoltare almeno qualche canzone più popolare, e i bis giungono a soddisfare questo desiderio, restando comunque relegati ai primi tre album, più un paio di riprese dall’immediatamente successivo “Pirata”. E allora sfilano in sequenza “Il vento”, “Istanbul”, “Santiago”, “Eroi nel vento”, “La preda”, “Tex” e “Cangaceiro”, una più trionfale dell’altra, a rinsaldare finalmente un legame di sangue con il pubblico dei primi anni, sentitosi profondamente tradito dalla svolta troppo commerciale dei Litfiba successivi. Oggi Pelù e Renzulli sentono di voler essere ricordati non tanto per “Regina di Cuori” ed “Elettromacumba”, ma per progetti profondamente più artistici, che rivendicano con orgoglio. Sperando non ricaschino presto nell’ennesima defaillance guidata dalla fame di denaro. Anche se ormai non hanno più bisogno di svendersi: possono ben monetizzare anche tornando a essere realmente sé stessi, suonando i loro veri cavalli di battaglia con passione e sincerità.
Menzione conclusiva per gli Spleen, giovanissima band fiorentina che ha aperto la serata presentando alcune canzoni dal deciso taglio grungy, contenute nel recente esordio “Gush”. A tratti ci hanno ricordato i primi Verdena, sensazione senz’altro beneaugurante.