Lloyd Cole

“Forest Fire”, il fuoco lento di Lloyd Cole & The Commotions brucia ancora

C’è stato un momento di svolta, un turning point, alla metà del decennio Ottanta, in cui le canzoni hanno cominciato a perdere la veemenza figlia del post-punk e la luccicante corazza elettronica del synth-pop per ripiegarsi sempre più in sé stesse. Ritrovando la naturalezza di un pop più essenziale e spesso acustico, costruito su pochi tocchi, sottili, artigianali, sempre più raffinati ed eleganti. Chiamatelo new pop, poi anche sophisti-pop, ma questo in fondo è stato: un ritorno alle radici, sempre impregnato però di quell’angoscia – o quantomeno malinconia crepuscolare – che aveva contraddistinto l’intera stagione della new wave.
Va letta in questo contesto anche l’irruzione sulle scene del fascinoso Lloyd Cole. Faccione imbronciato alla Elvis, ciuffo incluso, e spleen da letterato incompreso, l’ex-studente di Filosofia dell’università scozzese di Glasgow – ma originario di Buxton (Inghilterra) – ha attraversato il decennio più elettrizzante del pop in punta di piedi, seminando idee e intuizioni. Mentre la stagione wave volgeva al crepuscolo e l’Inghilterra si avviava verso i sentieri del new pop, Cole fissava magicamente il trapasso in un pugno di ritornelli e arpeggi fatati. Mescolando folk acustico, chitarre ruggenti dei Sixties (Byrds, Velvet Underground) e ballate decadenti (David Bowie, Marc Bolan). Come tanti maestri della canzone melodica, però, ha finito col pagare proprio la sua classe superiore: troppo pulito ed easy listening per gli oltranzisti indie a caccia di dissonanze, troppo raffinato per il pubblico mainstream, al quale dedicò anche il titolo di un album, a coronamento di un rapporto controverso, fatto di continui ammiccamenti e strappi. Almeno su un fatto, però, concordano tutti: “Rattlesnakes” è il suo capolavoro, nonché uno di quei dischi che hanno saputo catturare, per un attimo fuggente, lo spirito di un’epoca intera. Che brucia ancora, proprio come la sua “Forest Fire”.

Nelle spire del serpente a sonagli

All’università di Glasgow, Cole aveva incontrato gli amici di una vita (artistica, quantomeno): Neil Clark (chitarra), Lawrence Donegan (basso), Blair Cowan (tastiere) e Stephen Irvine (batteria). Sono loro i Commotions, destinati a formare con il buon Lloyd una di quelle sigle storiche, come Tom Petty & The Heartbreakers o Nick Cave & The Bad Seeds. Con il soul come stella polare e la (folle) pretesa di diventare “una sorta di Aretha Franklin al maschile”.

Le due tracce fondamentali dell’album d’esordio – “Perfect Skin” e la succitata “Forest Fire” – nascono nell’inverno del 1983 e vengono registrate in forma embrionale nel seminterrato sotto il Glasgow Golf Club, dove lavoravano i genitori di Cole e dove in quel periodo abitava anche la famiglia. Due delle canzoni più rappresentative di un album destinato a essere associato a un immaginario sofisticato e cosmopolita nacquero dunque sotto un circolo del golf, grazie a un’attrezzatura casalinga acquistata da poco. Nel giro di pochi mesi, i Commotions avrebbero firmato con la Polydor un contratto per cinque album.
Le sessioni dell’album d’esordio “Rattlesnakes” si svolgono sotto la regia del produttore Paul Hardiman al The Garden di Londra, lo studio di John Foxx, mentre il missaggio verrà completato ai Genetic Studios, nei pressi di Reading. Quando il disco sbarca nei negozi, nel 1984, si capisce subito che i nostri hanno le idee chiare e che il timone è saldamente tra le mani del capobanda. Il talento di Cole si materializza nelle sofisticate melodie, nelle citazioni letterarie dei testi (da Simon De Beauvoir a Norman Mailer, da Truman Capote ed Eva Marie Saint), ma anche nei suoi modi da dandy, tra Bryan Ferry e Morrissey, pur con un pizzico di sana ruralità provinciale. Così anche i rapporti sentimentali possono trovare un nuovo modo di essere raccontati, trasformando una metafora quasi logora – l’amore come incendio – in una delle canzoni più eleganti e singolari del pop britannico del decennio.

La Polydor vorrebbe come primo singolo proprio “Forest Fire”, ma prevale l’ostinazione di Cole e compagni, che insistono affinché il primo singolo sia “Perfect Skin”, un campione camuffato di wave residuale, dalle atmosfere desolate e malinconiche, griffato da un arpeggio magistrale. Non avranno torto: il 45 giri “Perfect Skin”, uscito nel maggio 1984, raggiungerà il numero 26 della Uk Chart, proiettando Cole e compagni nella Top 30 britannica al primo tentativo. Ma anche l’idea della Polydor aveva un senso. Perché “Forest Fire” rimarrà il vertice emotivo del disco e il manifesto di un intero stile.

Una combustione lenta

“Forest Fire” uscirà come secondo singolo nell’agosto successivo, otto settimane prima dell’album, pubblicato il 12 ottobre. Verrà edita con numero di catalogo COLE 2 e con “Andy’s Babies” (firmata da Cole e Donegan), sul lato B. Non ripeterà il risultato del predecessore, fermandosi al numero 41. Ma incanterà una generazione (e più) di ascoltatori.
Lloyd Cole aveva in mente il titolo “Forest Fire” fin dall’età di 16 anni. Lo aveva annotato perché gli sembrava evocativo, pur essendo perfettamente consapevole che il fuoco come simbolo della passione fosse già una delle immagini più abusate nella storia della canzone. Anziché cercare di mascherarne la convenzionalità, deciderà di incorporare quella consapevolezza nel testo. Nel 1984 arriverà così a definire ironicamente “Forest Fire” il massimo avvicinamento a una semplice canzone d’amore di cui fosse capace.

Il testo si muove così tra apprensione, seduzione, provocazione e spavalderia romantica. La donna alla quale Cole si rivolge sembra sul punto di cedere alle fiamme della passione; il narratore non promette di salvarla, ma annuncia implicitamente che il suo arrivo potrebbe rendere la situazione ancora più pericolosa. Quando i due sono insieme, suggerisce, è come se un incendio attraversasse una foresta. Ma in tempi di boschi in fiamme e giungle amazzoniche in pericolo, il verso poteva essere frainteso. Così Cole si affretta a precisare sardonicamente: “It’s just a simple metaphor, it’s for burning love”. È la sua maniera di prendere sul serio un’emozione senza prendersi troppo sul serio. La malinconia che affiora nei testi, infatti, non frena l’ironia divertita e quasi satirica di un autore che pare vivere tutte le esperienze, comprese quelle amorose, con la curiosità compiaciuta dell’esploratore.

Una canzone senza ritornello

“Forest Fire” non ha un vero ritornello, procede per sottrazione, ruota ostinatamente intorno alla stessa progressione armonica e affida il proprio culmine non alla voce, ma alla chitarra di Neil Clark. Niente tradizionale alternanza tra strofa e ritornello, dunque, né un inciso melodico costruito per imprimersi immediatamente nella memoria, benché il brano risulti terribilmente struggente nel suo incedere. Per gran parte dei suoi quattro minuti e mezzo, a partire dalle frasi di piano iniziale, il pezzo non alza quasi mai la voce, ruotando intorno alla stessa sequenza di accordi, mentre Cole, ciuffo tra le mani, mantiene un tono freddamente distaccato. Ogni nuovo passaggio sembra simile al precedente, ma contiene una piccola variazione nel colore, nell’intensità o nel peso assegnato agli strumenti. La chitarra ritmica dello stesso Cole è secca e contenuta, le tastiere di Cowan allestiscono l’atmosfera, Donegan e Irvine mantengono discreta la sezione ritmica, mentre Clark conquista progressivamente sempre più spazio, finché la sua chitarra comincia a liberarsi sino a deflagrare in quell’ultimo minuto che cambia completamente la portata del brano. Come una lenta combustione che riserva l’esplosione per il finale.
Cole ha definito l’assolo di Clark il momento culminante della registrazione, ed è difficile dargli torto. Un’intuizione nata una sera, durante le registrazioni, quando il resto della band aveva deciso di uscire per cena. Rimasto al The Garden insieme a Hardiman, Clark continuò a incidere nuove parti di chitarra. I due lavorarono per tutta la notte, costruendo progressivamente quello che sarebbe diventato l’assolo finale.
Intorno alle due, ascoltato in studio a volume altissimo, il risultato era parso a Clark magnifico. Il mattino seguente, svanita l’euforia notturna, il chitarrista inizierà invece a dubitarne, proponendo di eliminare alcuni passaggi. Sarà Hardiman a convincere gli altri componenti della band ad ascoltare la versione completa, e il verdetto non potrà che essere unanime: quell’assolo andava conservato a tutti i costi.

La scelta determinerà l’identità definitiva della canzone. Perché Clark non si limita a commentare la melodia, ma riesce a far esplodere tutto ciò che la voce di Cole aveva trattenuto fino a quel momento. Nel pop britannico del 1984 un assolo così esteso poteva apparire quasi anacronistico, soprattutto nel disco di una nuova band associata al versante più colto del post-punk e dell’indie-pop. Ma in “Forest Fire” non appare come un’ostentazione di virtuosismo tecnico o come un orpello ornamentale: è il naturale epilogo dell’intero arrangiamento che libera l’energia accumulata.
Per molto tempo, in versione solista, Cole esiterà a eseguire “Forest Fire” senza Clark, ritenendo quella parte troppo importante per essere sostituita. In seguito ne elaborerà una convincente versione acustica, dimostrando tutta la solidità della composizione. Ma è nella registrazione originale che la strategia del brano si manifesta nella sua forma più completa: una lenta combustione risolta in un’esplosione strumentale.

Un piccolo successo diventato un classico

La stampa britannica comprenderà immediatamente l’originalità di “Forest Fire”. Adrian Thrills lo sceglierà come singolo della settimana sul Nme, riconoscendovi “un melodramma emotivo oscuro che cresceva fino ad assumere proporzioni molto più vaste”. Dylan Jones, su Record Mirror, ne elogerà testo e melodia. Robert Hodgens dei Bluebells, chiamato a recensire le uscite della settimana per Smash Hits, metterà in evidenza proprio lo stacco conclusivo di chitarra. Jerry Smith, su Music Week, sottolineerà il modo in cui il pezzo accumulava lentamente atmosfera prima di consegnarsi agli echi dello strumento di Clark.
La risposta del pubblico sarà invece (inizialmente) più prudente. Il numero 41 non rappresentava un disastro per il secondo singolo di una band esordiente, ma restava lontano dal numero 26 ottenuto da “Perfect Skin”. Anche “Rattlesnakes”, scelto come terzo estratto, non sarebbe andato oltre il numero 65. Uno degli album d’esordio britannici più celebrati degli anni 80 rimarrà quindi senza singoli nella Top 20.

Le diverse edizioni di “Forest Fire” offrono comunque una piccola mappa delle influenze dei Commotions. Oltre al 7″ standard, la Polydor pubblicò un 12″ con una versione estesa di 5 minuti e 12 secondi, “Andy’s Babies” e “Glory”, cover del brano dei Television scritto da Tom Verlaine. Un omaggio che chiariva quanto il gruppo guardasse anche alla musica americana, facendo convivere il soul e la tradizione melodica con l’eredità dei Velvet Underground e della New York art-rock.
La copertina del singolo sarà realizzata da Da Gama, con fotografie di Nick Knight, allora ancora agli inizi della carriera che lo avrebbe reso uno dei più importanti fotografi di moda britannici. Spetterà a Stuart Orme, invece, dirigere il videoclip promozionale, portando la band in aperta campagna anziché cercare di illustrare letteralmente il testo. Una scelta perfetta per il brano: spazi ampi, un certo distacco e un interesse maggiore per l’atmosfera che per la narrazione.

Trampolino per il successo

Rattlesnakes” avrebbe consacrato Cole come l’autore colto per eccellenza della sua generazione. Un linguaggio nel quale letteratura, cinema, romanticismo e cultura pop potevano convivere con la naturalezza di una conversazione, grazie anche al suo crooning sofferto e a una disinvoltura alla Lou Reed.
Alla sua uscita, il 12 ottobre 1984, “Rattlesnakes” raggiungerà il n.13 della Uk Chart, arrivando a conquistare in seguito il disco d’oro. Il successo commerciale più consistente, per Lloyd Cole & The Commotions, sarebbe arrivato con “Easy Pieces”, salito fino al quinto posto nel 1985, e con i singoli “Brand New Friend” e “Lost Weekend” (rispettivamente al n.19 e al n.17). Dopo “Mainstream”, pubblicato nel 1987, l’esperienza dei Commotions si sarebbe conclusa alla fine del decennio, lasciando Cole libero di intraprendere la sua lunga carriera solista.

Ma “Forest Fire” è sopravvissuta alle classifiche, alle mode e alla stessa band. Cole ha continuato a eseguirla dal vivo, talvolta modificando per divertimento il verso finale sulla metafora, prima di tornare alla formulazione originale. A oltre quarant’anni di distanza, il brano conserva intatta la propria forza perché non ha fretta di mostrare ciò che possiede. Più che raccontare un incendio, “Forest Fire” ne riproduce la dinamica: nasce sottovoce, si propaga lentamente e, quando finalmente divampa, ha già avvolto ogni cosa di fronte a sé. Inclusi noi, da sempre ready to be heartbroken.

She crossed herself as she put on her things
She has promised once before not to live this way
If she don’t calm down she will burn herself out
Like a forest fire, well doesn’t that make you smile

If you don’t slow down, I swear that I’ll come round
And mess up your place, let’s go for a spin
They say we shouldn’t even know each other
And that we’ll be undone
Don’t it make you smile like a forest fire

I believe in love, I’ll believe in anything
That’s gonna get me what I want and get me off my knees
Then we’ll burn your house down, don’t it feel so good
There’s a forest fire every time we get together

Hey pick you up, put you down
Rip you up and spin you round
Just like we said we would
’cause we’re a forest fire
Believe you me, we’ll tear this place down

If we get caught in this wind, then we could burn the ocean
If we get caught in this scene, we’re gonna be undone
It’s just a simple metaphor
It’s for a burning love
Don’t it make you smile like a forest fire