LAMETIA - MESSA DI VOCE (Non Piangere Dischi, 2024)
chamber-jazz
I Lametia si fanno conoscere con un “Messa di voce” in cui però la “voce” compare solo sporadicamente, a partire da “Quando l’amore”, una canzone di scura psichedelia. Superiori sono la nenia-recitativo dolente esotica di “Sei”, per via di rifiniture d’orchestrina sbandata, e l’eponima “Messa di voce”, un Battisti mutato in cyborg su uno sfondo di archi e fiati cubisti. Specialità è comunque il fatto strumentale, fin da “Dunque Ermilo Cardo”, funk rallentato, claudicante, scarnificato, ottenebrato. La rarefatta tecnica mista in “CuruLeufu” comprende risacche, richiami del faro, glockenspiel magico, mugolii di vento, gorgoglii elettronici (e aggiunge peraltro un tassello nelle distorsioni dissonanti di veliero su fitto battito tribale in “Dronero infinita”). A rinsaldare il loro spettro espressivo c’è anche la “Twin Peaks”-iana “Rodinia”, per bordoni da camera e fiati New Orleans, oltre al sardonico noir-jazz di “Flago”. Esordio del trio romano dopo il live “Dal vivo al Fanfulla” (2022) con la violinista Francesca “Mira” Colombo - qui membro aggiunto -, debitore più degli oscuri alchimisti wave Residents e Tuxedomoon che del jazz nostrano. Completato da una ghost-track, “Calafquen”, da intendersi proprio come chiusa fantasmagorica di un album fantasmagorico, è un originale tentativo di elogiare l’affinità tra rattrappite strutture amorfe e nebuloso clima decadente. Più competenze al lavoro: elettronica sapiente (Adriano Cava) che può assumere le sembianze di pianoforte horror, come di sintetizzatore ipnotico, come di miraggi di soundscape, e una sezione ritmica jazz di poco seconda (il doublebass di Camilo Calarco Arasanu). Master del valente Matt Bordin. Solo su cassetta (Michele Saran, 6,5/10)
PIPPO BAUDO LOST IN TIME - SANREMO GREATEST HITS (autoprod., 2024)
crossover rap
I laziali Pippo Baudo Lost In Time, già Frankie James della hit vincitrice del premio Ondarock per “Musica Contro Le Mafie 2018”, “Malanova” (2018), finalmente esordiscono con un album lungo, “Sanremo Greatest Hits”, dove le capacità fin qui conosciute si rinnovano con ardore. Nuova invettiva intergenerazionale viene con “La 25a ora”, una ballata folk-rap tutta giocata sull’ambiguità tra j’accuse dello sfruttamento lavorativo e un’autoconfessione di repulsione dello stress quotidiano. Ancor più ironicamente la loro usuale vena di polemica politica, “Il ministro dello sport” e “C4$h”, si fonda sul battito più ballabile di tutti (passo marciante e sfoghi sincopati funk), persino al limite della discomusic più vetusta. Il potere del flow placido ma severo del leader Corrado Carnevale connette poi ne “Le conseguenze” un riff country-blues con registri di ensemble jazz, risolvendosi in uno scioglilingua semantico, e altro innesto sta nel singolo di lancio “Ho chiuso ciao”, inquieto tra ritornello di salmo soul femminile e frenesia rap su ritmo quasi-jungle. Il medesimo duetto maschile-femminile implode alla sola chitarra acustica per la sconsolata “Life Is A Bitch”, e poi al pessimismo del fallimento in “Come quando”. Seguito di “Gente che odia la gente” (2023) del solo Carnevale a nome 1989. Nell’aggiunta della vocalist e trombonista Sara Vitale ha un colpaccio che dona solidità, esplosività, e qualche volta spettacolarità, all’amalgama vocal-strumentale tipico della banda. Spettro ampio anche di sensazioni umane talvolta a sconfinare nel lamento dell’età sempre con sottaciuto humor a portata di mano. Qualche refrain incrinato ma tutti bene o male trascinanti, non solo orecchiabili. Un paio di skit spassosi. Rinnovata la nobile tradizione delle mitiche crew capitoline hip-hop (Michele Saran, 6,5/10)
SIMONE ALESSANDRINI STORYTELLERS - CIRCE (Parco Della Musica, 2024)
third stream
Simone Alessandrini riprende il progetto Storytellers improntandolo a una sistematica eterogeneità di stili e registri strumentali. Con “Preludio” e “Circe” svaria da vocalismo a cappella al jazz da camera. Nel primo interludio dedicato a “L’ostrica” irrompe il vibrafono. La danza haitiana di “Xopeia Leone” si ricolma di ornamenti anziché improvvisazioni, ma a compensare viene il lungo e articolato “Epilogo”, sorta di ballad per big band presentata decostruita e via via ricostruita. Una chitarra noir tutta Marc Ribot affonda in un canto lamentoso tex-mex di fiati polifonici in “Canto della cerva”. “La frusta del timore”, piccola suite, passa dal caos collettivo a una scorsa prog fino a una fanfara circense. “Il passaggio” dà sull’ambient per flauto e ottoni. “Cavallo e mal d’amore” è un tuffo nel bebop primale di Parker e Gillespie. Operetta jazz desunta dall’omonima operetta del 1549 di G. B. Gelli. Dal mitologico San Felice Circeo, origine di Alessandrini, alla maga di omerica rimembranza: dopo la carrellata degli umili dell’omonimo (2017) e dei folli di “Mania Hotel” (2021) il fiatista laziale allarga i suoi raccontastorie per una narrazione al contempo più personale e più universale. Ben dodici elementi, a ciascuno un animale, con il canto di Laura Giavon a impersonare Circe e il leader come Odisseo. Grazie all’impostazione melodica e, giocoforza, querula e comunicativa (anche nell’intermezzo elettronico “Il cane”), parecchio attenta a non sfondare in estremismi, è un disco da sentire: un modello di democrazia armonica costruita su rotondi tocchi di arrangiamento mutante. Fatua l’immagine di copertina, ma la maschera a cura di Rä Di Martino si fa notare (Michele Saran, 6,5/10)
ROBERTA GIALLO - REMINISCENZE (Yellow Music, 2024)
songwriter
Roberta Giallombardo prosegue il suo canzoniere ormai formato grazie a “Canzoni da museo” (2021) con il singolo “Io canto l’estate” (2022) e il breve “Reminiscenze”. “Ci salveranno gli alieni” e “Curriculum” tradiscono la stessa ispirazione: una Marcella Bella a dominare arrangiamenti Waits-iani (percussioni fracassone, battiti di ferraglie, punteggiature di marimbe e nacchere), in andatura svagata ma anche con distinte finezze (chiose d’arpa e qualche volo canoro). Poi la personalità si fa camaleontica. “Voce al bene”, con Samuele Bersani, è un duetto da musical elettronico, “Fuggi da Babilonia” un’invettiva rombante, e “La città di Lucio Dalla” ancora un’altra (riuscita) ode metafisica alla sua Bologna e al suo mentore. E infine “No standard” con il suo sfogo techno-pop rischia di sciupare la creativa fantasia in sottofondo di voci, vocine e controcanti. Conferma a doppio taglio per l'autrice-folletto in questo concept arrabbiato-“extraterrestre”. Da un lato una solida, ben portata musicalità ammaliatrice interpretata al margine tra avanspettacolo e Kate Bush, dall’altro una scrittura forzata (un paio di canzoni scadenti) per esaudirla a tutti i costi. Prima uscita seria della sua indipendente Yellow Music (Michele Saran, 6/10)
FAR AWAY NEBRASKA - COME PARTIRE IN UN GIORNO DI PRIMAVERA (Home Normal, 2024)
ambient
La sigla Far Away Nebraska dietro cui si cela l’artista ambient Alessio Bertuzzi (Pavia) perviene ai componimenti mediamente estesi di “Come partire in un giorno di primavera”. A “Mentre penso a un amico”, palpiti dolci e fluidi che in realtà smuovono burrasche in lontananza per cercare alture spirituali, si affiancano senza alcun sbalzo “Come partire in un giorno di primavera” e “I nostri passi incerti in questa notte buia”, libere fluttuazioni Bark Psychosis-iane escoriate da lamenti in leggera distorsione. I 12 minuti di “Echi distanti e un pensiero ricorrente”, fondati su note rallentate di glockenspiel e rumore di scroscio di ruscello (e chiuso su qualche minuto di evaporazione siderale), assumono qualità mantriche via via aggiungendo silhouette, ombre e doppelgänger, il suo “Music For Airports” (pur privo di quel fascino melodico). Settimo di una prolifica serie, terzo per la britannica ambientale Home Normal, e uno dei suoi più ambiziosi assieme ai 26 minuti di “Fiori domande silenzi e respiri” (2023), e sempre nell’antitesi-contraddizione tra titoli tutti intimi e sonorità tutta cosmica. Gravato da un tono un po’ freddo pur non algido, qua e là troppo omogeneo e limitato (vedi il post-psichedelico iper-flemmatico “Senza nessuna meta”), in compenso ben diretto da un sagace mixed media di elettronica e chitarra riprocessata con un ricorrente fruscio di vecchiume a far da metafora della melanconia in trasparenza. Non innovativo tout-court: nuovo nell'afflato (Michele Saran, 6/10)
BORIS ĆEVAPČIĆI - PER AMORE O PER MANCANZA DI ALTRE IDEE MIGLIORI (Brutture Moderne, 2024)
songwriter
“Per amore o per mancanza di altre idee migliori”, primo Ep di Paolo “Boris Ćevapčići” Prosperini vanta la bossa rarefatta di “Marabout”, addomesticata su una saudade d’antiquariato, la serenata acustica a sé stesso di “Nel buio” rintoccata da organo ed elettrica solitari, e il pezzo eponimo, una cartolinesca balera del dopoguerra. Alza la posta “Piccolissima”, d’andamento jazzy sonnolento ma sposato a un trio da camera quasi alla Brahms. E con “Allie Tosy” mette pure quel pizzico d’ironia in un piccolo country italiota patafisico-maccheronico. Forte delle sue peregrinazioni tra Italia, Europa e Nordafrica con una proposta strumentale di stile manouche, il bolognese Prosperini insuffla con saggia discrezione quella sensibilità nel cantautorato italico di taglio classico. Non buona, anzi deludente, l’idea del progetto-spezzatino a puntate (“Parte 1” questa). Quanto basta però per apprezzare i tocchi distillati di arrangiamento, la produzione eccellente (Andrea Scardovi in aiuto), e il suo tutt’uno con la padronanza e la bravura, oltre al canto, una fusione ben saldata di Battiato e Concato. Direzione archi: Claudio Cavallin (Michele Saran, 6/10)
CAROL - HORSE EP (Oyez, 2024)
songwriter
Fuoriuscita dall’edizione 2014 di X Factor con il prematuro “Childhood” (2017), Carolina Faroni (Brescia) prova con l’Ep “Horse” a rifinire la ripartenza di carriera. L’eponima “Horse” la propone ora come autrice relativamente adulta, titolare di un’ugola istintivamente black che può permettersi di far improvvisare sulla melodia (altrimenti banalotta). La liaison tra soul e post-grunge in “River” suona faticosa, anche qui però segnata dal tentativo di personalizzarla in senso perlomeno canoro, involandosi in acuti leggermente dissonanti. Inevitabilmente più sincero suona il languore spanto tra orchestrazioni suadenti da torch song Etta James-iana di “How ‘Bout You”. La ballata pianistica in italiano “Blu” infine contraddice un po’ tutto per lasciare aperto il pertugio del neo-birignao. Questo scricciolo e a tratti ostentatamente prosopopeico campionario di canzoni-ipotesi vale più come prova per il talento d’arrangiatore di Davide Terragoni in regia multiforme. Il più umile, sentito, equilibrato “Ghost Tracks” (2024) che lo precedeva dava migliori prospettive (Michele Saran, 5,5/10)
ŁUCASZ MROZINSKI - L’ESISTENZA INFINITA DI OGNI MOMENTO NEL TEMPO (I Dischi Del Minollo, 2024)
songwriter
Polacco naturalizzato italiano, Łucasz Mrozinski diventa “totale” nel brano-album di 50 minuti “L’esistenza infinita di ogni momento nel tempo”. Con svogliata consecutio si susseguono diverse microsezioni: una cellula di soffusa ballata ternaria con nubi di dissonanze polifoniche, una cellula di dolente ballata De André-iana elevata a sinfonismo percussivo (forse unico momento panico dell’opera), un principio di serenata acustica alla Leo Kottke sospinta da mugolii di vento. A 15 minuti il pezzo cerca di divenire fievole meditazione cosmica (trance sonnambula nello stile di Forestale Val D’Aupa su acquarello elettroacustico), purtroppo però perdendo anche la già poca fibra vitale. Unica idea in assenza di rivolgimenti è un breve motivo di clarinetto nel quasi-silenzio. La chitarra riappare nell’ultima parte, specie nella surrealistica lamentazione degna di Alessandro Fiori di chiusa (su accordi di elettrica con tremolo). Colonna sonora dell’omonima installazione audiovisiva, ben descritta dal titolo (un viaggio naturalistico-esistenziale), tutta curata da Mrozinski e presentata in anteprima sulla piattaforma Streeen. I pretenziosi intenti di poema elettronico-canzone opprimono la sua miglior qualità, il portarsi sobrio, fino ad appesantirsi d’autoindulgenza. Un Francesco Currà slavato new age. Seguito di “Trust In Love To Be” (2013), “Mad Pride” (2014), “Mrozinski” (2018) e “Merçe” (2022), tributo ai suoi Merçe Vivo e altro progetto multimediale. Uscita numero 100 per Dischi Del Minollo (Michele Saran, 5,5/10)
TALK IS CHEAP - TALK IS CHEAP EP (Ciqala, 2024)
alt-pop
Il quartetto barese dei Talk Is Cheap si affaccia alla ribalta con il singolo “Dead Or Dead” (2022), una versione soft della new wave soft dei Bloc Party, successivamente incluso nel primo Ep omonimo. L’iniziale “Silhouette”, una modesta serenata retro, conferma il tono. “Stains” e la migliore “Shivering” fanno poi leva sullo scintillio del jingle-jangle e la spinta generica del power-pop ma sempre non dissipando il sentore di logoro revival passatista post-punk. Buon sottofondo a base di suonetti tremuli e crooning distorto per le generazioni post-pandemiche, realizzato con competenza e affiatamento, ma senza grinta. Come testimonia la più ricercata, quasi cantautoriale “FuliCheng”, avrebbe maggior senso (e forse valore) come progetto orientato alle due menti del complesso, Flavio Diaferia e Aldo De Cillis (Michele Saran, 5/10)
INDRO FIUME - IO NON SONO QUI (Seahorse, 2024)
alt-rock
Il cantautore veneto Giovanni Conigliaro chiude la di poco precedente sigla Haria e si riattiva come Indro Fiume con “Io non sono qui”. Di Haria fa comunque salvo l’ultimo singolo, la ballata dream-poppeggiante “Tredici lune”, importandolo nel nuovo album e anzi agghindandolo a nuovo manifesto estetico: un Bertoli con gli Slowdive di spalla anziché i Tazenda. Qualche peculiarità fa poi breccia in “Confini”, con il refrain operistico (e in inglese) a stemperare un teso e tintinnante folk-rock, ma non poco errato suona l’arrangiamento nella Carmen Consoli-iana “Moon Over Me”. Una delle più leggere al limite del sanremese, “Fiori del giorno”, è anche una delle meglio riuscite nel suo vago riecheggiare il feeling metafisico dei Crash Test Dummies, una piccola magia che invece non si ripete in “Fumo blu”. Comune album di cantautorato lamentevole poggiato sugli avanzi del classico post-rock italico, sclerotizzato da canzoni troppo simili e un canto impostato da suonare insincero. Luca Castellaro, spalla di Conigliaro a chitarra e batteria, pulitamente monocorde (Michele Saran, 4,5/10)