Partiamo come non si dovrebbe partire, e cioè con una precisazione. Qui non si parlerà del film di Emerald Fennell, ennesimo adattamento cinematografico di “Cime tempestose” di Emily Brontë, la recensione di Davide Spinelli per OndaCinema svolge alla perfezione il compito. Non si menzionerà nemmeno troppo il modo con cui si inserisce nell’intreccio e coopera con le immagini la colonna sonora dello stesso, firmata da una Charli XCX in recupero creativo dopo l’onda lunghissima della Brat-summer, con la conseguente affermazione mainstream. Precisazione però necessaria, a fronte di un commento sonoro che sì riflette gli avvenimenti ma sa anche staccarsene, emanando luce propria. Forse però sarebbe meglio dire oscurità propria: più vicina agli umori cupi che ne caratterizzarono i primi mixtape, per quanto adattati a un contesto cinematico, Aitchison realizza una delle collezioni più genuinamente pop del suo già fitto catalogo, ritrovando il filo di una scrittura raramente così melodica. Il dopo-“Brat” non poteva avvalersi di una rappresentazione più adeguata.
Niente di meglio di qualcosa che stravolga le aspettative poste per il seguito del disco-exploit della carriera di Aitchison, che aiuti a decomprimere e non porsi aspettative indebite. Già da “House”, brano introduttivo scritto e interpretato assieme al leggendario John Cale, si parla un linguaggio del tutto diverso, fatto di striature e droni di archi, anticipazioni sostenute ed esplosioni inattese, spazi oscuri e volti in penombra, come se gli ectoplasmi della famiglia Earnshaw tornassero nuovamente a infestare gli spazi che hanno calcato. È un mood immersivo che l’autrice esplora con grande varietà di mezzi, sfruttando le grazie del comparto sonoro con tutta la caparbietà del caso: lo fa con i controtempi di “Wall Of Sound”, tesi a valorizzare una struttura sospesa tra rilascio e dannazione, lo enfatizza con la manipolazione sintetica di “Dying For You”, brano che riporta ai tempi di “True Romance” e “Sucker“, ribaltando la loro effervescenza giovanile sotto una prospettiva giocoforza più matura e dolorosa.
Dolore e passione, sentimenti onnicomprensivi e distruttivi, trovano qui il tramite narrativo che nell’adattamento di Fennell manca pressoché del tutto. Anche grazie a una vocalità che si sfronda di troppi filtri per esibire ancor meglio la propria vulnerabilità, la colonna sonora sfodera momenti di reale tensione, tanto nei momenti più lineari e d’impatto (“Chains Of Love” l’esempio più lampante) quanto negli scatti d’umore (le vibrazioni nervose di “Out Of Myself”), a contrassegnare gli snodi focali di una storia che, al netto della fama eterna del romanzo, qui vive anche in assenza del supporto visivo.
Problematico per il film probabilmente, molto meno per una collezione che non ha bisogno di un’estetica laccata per lasciare il segno. Certo un momento swiftiano (ebbene sì) quale “Seeing Things” rimane schiacciato dal peso dell’arrangiamento, troppo tonitruante per supportare un episodio lirico ben più delicato, si tratta però di un’eccezione, una parentesi che le venature dark-pop di “Eyes Of The World” (in compagnia di Sky Ferreira, che qui diventa presenza spettrale) ma soprattutto la dimensione magniloquente di “Funny Mouth” (strutturata perfettamente come gran finale bipartito) fanno dimenticare rapidamente.
C’era bisogno dell’ennesima riproposizione di “Cime tempestose”? La risposta è già insita nella domanda; fa piacere constatare che almeno una parte dell’intera operazione non sia da dimenticare.
09/03/2026