Abbiate pazienza e seguitemi in questo breve cappello introduttivo, vi assicuro che poi si legherà perfettamente a quanto si dirà su Madison Beer e il suo terzo album “Locket”. “Serving cunt”, al netto della sua forte volgarità e di una traduzione tutt’altro che felice, è un’espressione originariamente utilizzata negli ambienti della scena ballroom e più recentemente diffusasi a macchia d’olio nella comunità LGBTQ+, che viene impiegata per elogiare una femminilità dirompente, superiore, semplicemente innegabile. Era questione di tempo prima che la stessa espressione venisse quindi sfruttata anche per parlare delle tante star che costellano il firmamento pop internazionale, e per estensione delle loro varie fasi discografiche, talvolta con colorite variazioni sul tema.
E qui torniamo alla protagonista del nostro racconto: dopo che Justin Bieber l’aveva posta sotto i riflettori per via delle sue cover, e dopo un decennio buono speso a farsi le ossa con un gradevole quanto anodino pop dalle fattezze rétro, sembrava che la cantante e musicista di Jericho, New York, avesse finalmente trovato la sua strada verso un simile servizio. Beat taglienti, una vocalità tanto glaciale quanto capace di una diffusa soulfulness, un’estetica glamour ma intrisa di una strisciante oscurità. C’era tutto perché ne venisse fuori un progetto di dance tenebrosa, martellante (anche a tinte horror, si veda il video-omaggio a “Jennifer’s Body” girato per “Make You Mine”), costruita a misura di una voce duttile come poche nell’attuale panorama pop. C’era, perché dopo tutte le premesse Beer esce fuori con un disco che sconfessa quasi totalmente quest’approccio, ritornando al punto di partenza. Con una preferenza per un ventaglio produttivo più acustico e venature r&b che rimandano ai suoi trascorsi vintagisti, si ritorna di corsa verso una comfort-zone troppo accogliente per non viverla ancora per un ciclo discografico. Così facendo, però, tutto il cammino verso la costruzione di un’identità definita svapora in pochi semplici passi.
Con l’inspiegabile assenza di “15 Minutes” relegata a scintillante singolo spurio, la Madison Beer più interessante trova sponda solo nella sopramenzionata “Make You Mine” e negli snap hi-nrg di “Yes Babe” (l’energia tenebrosa da portarsi dietro per tutto il 2026), relegando il resto del suo portafoto a una calligrafica rincorsa verso midtempo e ballate dove la personalità rimane un miraggio. A volte il gioco imitativo funziona con sorprendente facilità (i rimandi alla Ariana Grande di “Eternal Sunshine” in “Angel Wings”), delle volte si cade piuttosto nella caricatura (impossibile non pensare a Billie Eilish nella romanza acustica “For The Night”), ma il carattere di Beer rimane sempre evanescente, teso a tallonare più che a imporre, ad abitare spazi altrui invece di vivere i propri. E se il santino della menzionata Grande appare più e più volte, ripescato da ere diverse (ora ci sono le sottili malinconie di “Sweetener” in “You’re Still Everything”, ora il nervosismo elettrico di “Thank U, Next” in “Complexity”), non manca anche un omaggio finale a Olivia Rodrigo, in una “Nothing At All” che forse esprime il punto saliente di tutta l’ultima poetica di Madison Beer.
Insomma, ben poco “serving cunt”, laddove sembrava che fosse stata imboccata finalmente la strada giusta. Rimane la bella voce, la gradevolezza di fondo, ovviamente l’immagine: come lasciarsi andare però con una che canta “I’m afraid of getting better, I’m afraid it gets too good”?
02/02/2026