Sedicente boy-band molto pop e poco punk australiana di successo mondiale, i 5 Seconds Of Summer hanno collezionato hit, streaming e sold-out fungendo da alternativa più rock degli One Direction senza perdere nulla di quella semplicità e immediatezza fondamentale per il pubblico dei giovanissimi di tutte le epoche.
Formati nel 2011, dopo un po’ di gavetta su YouTube hanno svoltato a partire dallo zuccheroso singolo pop-punk “She Looks So Perfect” del 2014, traino di un album omonimo che ha incontrato un sorprendente successo di pubblico e contribuito a costruire una community affiatata e appassionata.
Diventati uno dei gruppi di maggiore successo della musica australiana di tutti i tempi, fondamentali per l’adolescenza di molti, hanno virato verso un pop elettronico più levigato e ballabile con “Youngblood” (2018), un terzo album con sfumature new wave trainato soprattutto dal singolo omonimo, una versione meno graffiante degli Imagine Dragons. Troppo spesso, però, vuoi per il registro vocale di Luke Hemmings, vuoi per il mix di pop smussato, elettronica innocua e temi sentimentali ricorrenti, i 5 Seconds Of Summer somigliano ai Maroon 5. Questo sesto album, “Everyone’s A Star”, sembra ritrovare l’energia rock senza perdere l’efficacia pop. Ma c’è di più: post-punk, ricordi rave, elettro-rock sotto steroidi.
Il rock tecnologico, con la voce riverberata e il synth bass dell’iniziale “Everyone’s A Star!” mette subito in chiaro l’avvenuta trasformazione: è un sound più scuro e torbido, ancora immediato ma sicuramente più adulto rispetto a molti brani degli album precedenti. Si spinge ancora più in là “Not OK”: su una batteria drum’n’bass e dei rimandi persino ai Prodigy, i 5 Seconds Of Summer costruiscono un coretto contagioso.
Ma gli australiani sanno anche proporre un synth-pop malinconico in “istillfeelthesame” e muscolare in “Boyband”, flirtare con il rock bombastico ottantiano in “No. 1 Obsession” e rendere più interessanti le loro canzoni più struggenti imbevendole di riverberi ed echi come in “Ghost”, un’altalena tra intimismo e grandeur.
Ammiccano al garage rock di vent’anni fa nella chitarristica “Sick Of Myself”, poi si lanciano nella nu disco esplosiva di “Evolve” e rispolverano l’emo-pop con “The Rocks”: non sono mai stati così eclettici, e ci riescono suonando più divertenti che mai.
“Everyone’s A Star” è più che una svolta, una rinascita e un nuovo inizio: la band australiana non rinuncia alla propria abilità nel confezionare canzoni facili da memorizzare e canticchiare, riduce le dosi di zucchero e amplia di molto il ventaglio di stili. Sicuramente cita e ripesca da altri ma con una nuova maturità e un pizzico di leggerezza e ironia. Altro punto a favore, non si dilunga e totalizza meno di 37 minuti. Si chiude con “Jawbreaker”, una fantasia di synth che si completa in poco più di due minuti. Anche per questo si fatica a consigliare la versione estesa, definita “fully evolved”: nonostante “Chest” sia un brano esplosivo di rock elettronico, a volte è meglio puntare sull’essenziale.
03/01/2026