È giunto il momento di chiedersi perché
Cass McCombs, dopo oltre vent'anni di carriera, non abbia ancora raggiunto lo status di protagonista della scena cantautorale contemporanea. Certamente non per carenza di dischi di spessore e ricchi di personalità (basta ascoltare il trittico che ha preceduto il nuovo album): forse quel che è mancato fino ad ora è stato quell'
humus necessario a far da collante tra le tante anime del musicista, in bilico tra urban folk e
country d'annata.
"Interior Live Oak" giunge dopo un lungo periodo di riflessione, durante il quale l'artista americano ha messo in ordine gli archivi ("Seed Cake On Leap Year") e ha collaborato a un progetto dedicato al mondo dell'infanzia insieme a una vecchia amica insegnante ("Mr. Greg & Cass Mccombs Sing And Play New Folk Songs For Children"). Il nuovo disco di McCombs è un progetto meditato ed elaborato con una visione creativa tanto potente quanto semplice ed essenziale.
Forte di un nugolo di canzoni melodicamente colte ed emotivamente coinvolgenti, l'autore ha scelto di spogliarle del superfluo e di condividerne la realizzazione con il fedele co-produttore Jason Quever (ex-
Papercuts) e con l'amico di vecchia data
Chris Cohen. L'approccio è più diretto e ben lontano dallo spirito delle obbligatorie sessioni di registrazione in studio con prezzolati
sessionmen e il risultato è una viscerale messa a nudo di pensieri e dubbi. Sedici canzoni che parlano di vita e di morte con una verve poetica che accarezza l'anima.
L'undicesimo album di Cass McCombs è un continuo fluire di folk, country,
soul e pop in chiave onirica e surreale. Il sogno californiano non è ancora finito (l'album segna il ritorno dell'artista statunitense a San Francisco), con leggerezza ("Jubile") e disincanto ("Diamonds In The Mine"), ne ridesta la spontaneità, senza però dimenticare l'inesorabile passare del tempo, tra amari ricordi di un'amica scomparsa - lo splendido country-soul di "Priestess" - e malinconiche riflessioni su amori perduti e dimenticati - la pianistica ballata
noir "I Never Dream About Trains" (titolo che è anche un omaggio a
Robyn Hitchcock).
"Interior Live Oak" ha il piglio dell'album classico. I quasi 75 minuti scorrono senza incertezze, tra ballate senza tempo dove viene voglia di perdersi, come nella commovente "Missionary Bell",
riff jangle-pop che sposano la grazia dei
Go-Betweens con le spumeggianti armonie dei
Byrds (la vivace "Peace"), gustosi tuffi nell'underground rock'n'roll dei primi
anni 60 dentro l'irresistibile "Asphodel", che a molti ricorderà i
Modern Lovers, ma anche enigmatici e surreali intrecci tra musica
goth, country-
western e pop psichedelico, come nel caso della lunga e ipnotica "Who Removed The Cellar Door", che McComb canta con un timbro vocale a metà strada tra un
crooner e un
country singer anni 60.
Per un artista che è stato a volte accusato di eccessivo gusto retrò, il nuovo album rappresenta una vittoria sul campo. Il poetico, lento incedere di "Lola Montez Danced The Spider Dance", l'altrettanto solenne country-
blues di "I'm Not Ashamed", la trasognante e
naif "Strawberry Moon" non lasciano dubbi sullo stato di grazia che ha ispirato il nuovo album del cantautore americano. Il plauso va anche ai musicisti che hanno colto in pieno il fascino di canzoni tanto essenziali quanto indimenticabili: il bassista Brian Betancourt e i tre chitarristi Sam Owens (meglio noto come
Sam Evian), Mike Bones e
Matt Sweeney, i quali reggono il gioco anche negli episodi più temerari, come lo splendido crescendo blues con un vigoroso assolo finale di "A Girl Named Dogie" e il graffiante suono
fuzz-noise della lunga
title track che chiude l'album.
Con "Interior Live Oak" McComb continua a raccontare storie reali e immaginarie senza mai definirne i contorni. Tra attimi di poesia e buonsenso, si sofferma su dettagli e sfumature di colore che offrono il fianco a slanci di gioventù e barocchismi degni di Jim Croce o Don McLean, abbracciando l'oscurità e il silenzio con una serie di canzoni che lasciano il segno. Non importa se anche questa volta Cass non salirà nell'olimpo dei cantautori contemporanei, dopotutto in "Home At Last" canta senza esitazione:
Sulla mia lapide lascia che ci sia scritto: Qui non giace nessuno.