Il mio rapporto con la musica di Alex Pester è sempre stato viscerale. Album come “Lover’s Leap” o “Bedroom Songs” sono ormai presenze fisse nei miei ascolti, ed è forse una delle ragioni che mi ha trattenuto dal raccontare prontamente l’ultimo disco del cantautore di Bath. “The English Hymnal” è il lavoro più difficile e struggente di Alex Pester, una confessione senza veli e trucchi che pone sia l’autore che l’ascoltatore di fronte a un complesso coming out emotivo.
Pubblicato il 7 maggio solo in formato digitale per raccogliere fondi da destinare alla Dorothy House Charity di Bath, l’album è stato accompagnato da un messaggio dell’autore che ha spiazzato i fan: “Non avevo mai avuto intenzione di pubblicare questo album, ma eccolo qui. È musica molto personale, spero che possa portare conforto a qualcuno”. Il progetto in verità aveva già visto la luce il 23 marzo, sotto il moniker di Rosenberg con il titolo di “Lessons”, con alcune differenze che sveleremo dopo, questa volta con un annuncio ben più perentorio: “Sono quasi pronto a rinunciare a questo sogno e iniziare a vivere la mia vita, è stato davvero doloroso quest’ultimo anno e non voglio più sottopormi a questa situazione. Questa sarà l’ultima cosa che condividerò con voi per un po’ di tempo”.
Non è un disco confortevole o destinato a un piacere fugace, dunque, “The English Hymnal”. Queste diciannove composizioni sono un susseguirsi di tormenti e dubbi che la registrazione lo-fi rende ancor più aspri e burrascosi: uno specchio delle ordinarie fragilità umane raccontate senza filtri o inutili stratagemmi poetici, uno schiaffo che risveglia le coscienze e induce a una tregua emotiva e fisica.
La valenza ancor più intima di musica e parole trova ulteriore suggello nella qualità della scrittura. La complessa e articolata varietà di stili e suggestioni è materia ben nota al pubblico di Pester, quel che differenzia “The English Hymnal” dai precedenti album è la disorganizzazione dell’insieme: un eventuale capovolgimento della sequenza non produrrebbe nessun effetto tangibile sulla sua fruizione.
Nel mettere in ordine gli ultimi scampoli e residui registrati, il musicista evita una narrazione che non sia quella dell’autenticità, a costo anche di risultare ostico e perfino troppo remissivo. I diciotto minuti di “You Can’t Replace What You’ve Always Lacked” sono in tal senso esplicativi di un malessere interiore non semplice da raccontare: una mesta sequenza di accordi di piano e chitarra gettati alla rinfusa, in parte addolciti dagli archi, con la voce che non altera né asseconda quel che avviene in sottofondo; sembra quasi che l’autore voglia arrendersi alla potenza delle sue stesse creazioni, confermando quel senso di sconfitta e disillusione che anima il resto dell’album.
Lo scanzonato beat di “Hemingway’s Gun”, la fluida armonia di “The Lost Princess”, il fragore di “Goodbye”, la verve pop di “Frances And Otto” e la splendida “I Only Want” sono i primi brani che catturano l’attenzione, ma anche questa volta emergono dopo più ascolti, fino a creare un unicum scomposto ma intenso.
Avendo citato la doppia genesi dell’album, mi preme segnalare che nella prima stesura attribuita a Rosenberg i brani sono 16, e che uno dei titoli è stato eliminato da “The English Hymnal” (“Like A Dog”), mentre quest’ultimo include ben quattro brani in più (“No One”, “Separate In August”, “Sparrow Heart”, “The Way It Should Be”), Entrambe le versioni sono in free download, ma al netto della scelta dell’autore di destinare tutto in beneficenza, lasciare un piccolo contributo è questa volta necessario.
10/08/2025