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Un ritorno atteso da così tanto che ormai sembrava impossibile, quello dei fratelli Thornton. “Til The Casket Drops” risale al 2009, prima della carriera solista di Pusha T e della redenzione cristiana di Malice. Dal 2014 si chiacchiera di una reunion, tra smentite e ripensamenti. Li abbiamo visti tornare in “Use This Gospel” di Kanye West, nel 2019, in un brano del deejay giapponese Nigo e nell’album solista di Pusha T “It’s Almost Dry” (entrambi 2022). “Birds Don’t Sing” arriva a giugno 2024, segue l’annuncio del titolo e di qualche dettaglio succoso: si chiamerà “Let God Sort Em Out”, la produzione è tutta in mano a Pharrell Williams e l’etichetta è la leggendaria Def Jam. Non bastasse, iniziano a girare i nomi dei potenziali ospiti: una lista da far girare la testa a ogni appassionato di hip-hop, che vede comparire colossi come Nas e Kendrick Lamar. Poi altri ritardi, dovuti al fatto che proprio la Def Jam vorrebbe censurare un verso contro Trump. Subentra Roc Nation, così si salvano i testi espliciti, diretti, aggressivi, dove Pusha T coglie l’occasione per bersagliare nomi di primo piano come Drake, Kanye West e Travis Scott.
L’album ci consegna 13 canzoni che in 41 minuti scarsi riportano i Clipse nella scena con una sintesi di quello che erano e di ciò che le carriere soliste hanno aggiunto all’esperienza dei due fratelli. Convivono alcuni momenti più riflessivi e meditati con molti altri più aggressivi, con produzioni sontuose e ospiti che contribuiscono a restituire la sensazione di trovarsi davanti a un prodotto musicale estremamente curato.
“The Birds Don’t Sing” (con John Legend) racconta il dolore che comporta la morte dei genitori citando il “Fitzcarraldo” di Herzog, unendo pianoforte e rap più tradizionale con archi vibranti e un groove incalzante. A chiudere la voce di Stevie Wonder lascia un messaggio d’amore e di compassione. Bastano, insomma, quattro minuti per sbaragliare la quasi totalità della concorrenza, e i Clipse lo fanno scartando dallo stile per cui sono diventati famosi oltre vent’anni fa. Poi dimostrano di essere ancora dei fuoriclasse anche su beat più veloci e vivaci, come quello di “Chains & Whips”, dove Kendrick Lamar ruggisce e azzanna, e di poter credibilmente buttarsi a testa bassa in un brano ossessivo e hardcore come “P.O.V.” (feat. Tyler, the Creator), con un cambio di beat per la terza strofa.
Il sample arabeggiante di “So Be It” e il carillon onirico di “E.B.I.T.D.A.” sono due dei tanti dettagli ricercati delle produzioni di Pharrell Williams, per un altro brano che richiede un ascolto al massimo volume, come l’inno edonista “Ace Trumpets” e il boom bap scheletrico e distorto di “M.T.B.T.F.”. Se avete qualche anno in più sulle spalle, ascoltare la strofa di Nas in “Let God Sort Em Out/ Chandeliers”, prima collaborazione del genio di “Illmatic” con i Clipse, potrebbe essere uno dei momenti più alti dei vostri ascolti hip-hop di quest’anno.
La conclusione con “By The Grace Of God” chiude idealmente il cerchio aperto con “The Birds Don’t Sing”, integrando altri elementi gospel, ma risultando un po’ troppo enfatica. L’attitudine gangster è rimasta e ancora oggi i Clipse sono legati all’estetica del loro coke rap, ma l’esperienza ha cambiato Malice e Pusha T come persone. “Let God Sort Em Out” è un ritorno tanto atteso, soddisfacente soprattutto perché coerente con la loro storia senza suonare autoimitativo. Non cambierà le regole del gioco, ma è uno degli album hip-hop da ascoltare di questo 2025. Sarà l’inizio di una seconda vita dei Clipse? Solo Dio lo sa.