E così a quanto pare il fenomeno del momento è il baddiecore. In questo caso, il termine è stato introdotto da un post su X del batterista della band rap metal Stray From The Path, Craig Reynolds, ma è grazie al subreddit Metalcore se ha preso piede. Come da copione, l’etichetta è stata rapidamente rilanciata da youtuber e articoli giornalistici, ed è anche al centro di alcune delle riflessioni del testo di intersectional studies “Look, Don’t Touch: Reflections on the Freedom to Feel”, uscito a febbraio per l’editore Ink 404.
A che cosa si riferisce? Crasi di metalcore e baddie (cattivella, persona che ostenta audacia e consapevolezza di sé), indicherebbe secondo il suo artefice quel “metalcore con abbastanza contaminazioni pop e sex appeal da piacere anche ai fighetti normie (normie hot people)”. La discussione fra i redditor ha presto chiarito il contorno: Bad Omens, Sleep Token, Dayseeker, Motionless In White, Thornhill, Sleep Theory, volendo tornare indietro pure i Bring Me To The Horizon. Ma, almeno a valutare dalle immagini che accompagnano video e articoli, la band simbolo della tendenza sarebbe una: i canadesi Spiritbox.
Facile intendere il perché. Se di metalcore melodico e zuccherino è pieno il mondo, di frontperson come Courtney LaPlante ce ne sono in giro ben poche. La cantante della band di Vancouver è la baddie: profilo Instagram con pose alternative e attenzione al trucco, capelli rosa oppure neri oppure biondi oppure blu, abiti che variano dalla t-shirt oversize abbinata a shorts alla mise smanicata che enfatizza le forme. Un po’ sessista, direte, soffermarsi su questi aspetti, ma in un contesto ipermascolinizzato come il metalcore una band che punti su una dimensione femminile è comunque sia una rarità.
Non si tratta solo di esteriorità, in ogni caso. Look e messinscena saranno perfette per bucare su TikTok, ma anche sul piano musicale LaPlante sa muoversi in modo disinvolto, passando da clean vocals a yelling con abilità e sicurezza. E l’apporto degli altri tre componenti – chitarra, basso, batteria come da canone rock – è tutt’altro che monocorde o in secondo piano.
Il secondo album “Tsunami Sea” non si limita a ripetere il precedente “Eternal Blue”, uscito nel 2021: amplia e rifinisce la formula, confermando gli Spiritbox come punta avanzata del metalcore post-TikTok. Sempre versatili, sempre scorticanti nel sound, giocano a spingere i contrasti senza mai smarrire la coerenza. Il gruppo, comprensibilmente, ama premere sull’acceleratore: “Black Rainbow” spinge a più non posso fra randellate djent e inserti cyber, mischiando chitarre dissonanti e manipolazioni in un flusso che non lascia tregua. Su coordinate simili “Soft Spine”: chitarroni fondissimi e stratificati più coloriture industrial, in un paesaggio sonoro denso ma controllato.
Altrove il sound si svuota: “No Loss, No Love” apre a sospensioni su ritmiche drum’n’bass, che creano spazio prima delle consuete esplosioni di digital-metal. E “Crystal Roses” va ancora più in là nella costruzione atmosferica, con un’echeggiante impalcatura sintetica ed efficaci buildup da progressive trance.
Al netto di ogni hype classificatorio, “Tsunami Sea” è un disco che non fa compromessi né proclami: solo metalcore contaminato, reso convincentemente contemporaneo.
11/07/2025