Di quel riduzionismo che ha caratterizzato la scena elettronica tra il decennio Zero e gli anni Dieci resta poco più che un ricordo sbiadito. Conna Haraway ne è testimone: i computer costano sempre meno rispetto alla loro potenza, i plugin si moltiplicano, e il massimalismo è diventato forse la nuova interfaccia. “Spatial Fix”, seconda release del producer di Glasgow e co-fondatore di INDEX: Records, ne è un paradigma. Il lavoro esce su Theory Therapy, già nota per le uscite di Usof e Conclave Reflections.
Il debutto “Lusidiq” era un ectoplasma tra ambient dub e Idm algida; qui Haraway abbraccia un approccio meticoloso, una trasparenza quasi algoritmica, lontano dalle logiche diy di altri sciamani della new wave elettronica. Sempre ambient dub, ma su coordinate diverse rispetto alla fangosa deriva di Uon o all’onirismo cinereo di Pontiac Streator.
La glitch music diventa il resoconto lucido di un crash di sistema, i bug del proprio software personale riscritti dentro un paesaggio digitale. L’approccio è tanto materico quanto astratto, con ritmi downtempo eredi di illbient e hip-hop strumentale, che si incastonano in un flusso sonoro stordente, a tratti shoegaze, con incursioni naturalistiche: lo scorrere di un ruscello, il cinguettio quantizzato di uccelli sintetici, contrapposti a sassate Uk bass. La densità sonora è tale da risultare a tratti labirintica, ma in sole quattro tracce l’album si fa largo con calma, invitando a sessioni d’ascolto multiple, come un codice sorgente da rileggere ogni volta con occhi diversi.
05/06/2025