Leatherette - Small Talk

2023 (Bronson Recordings)
experimental rock, post-punk

La storia ci mostra da sempre come innumerevoli progetti siano stati capaci di realizzare un disco di discreta qualità per buona ispirazione, per poi toppare inesorabilmente, cadendo e annegando nel mare magnum delle uscite musicali dopo una bella piroetta icariana troppo vicina al sole. Affiancati a nomi di spicco come Shame, Squid e Unwound, grazie alle loro sonorità tra post-punk, noise e no-wave screziate di jazz contenute nell’esordio “Fiesta”, uscito nell’ottobre del 2022, i Leatherette non hanno perso tempo. Dopo aver registrato entro la fine dello scorso anno il sophomore “Small Talk”, hanno portato avanti un’intensa attività dal vivo, per un totale di una settantina di date tra Italia ed estero a supporto del debut.

Il nuovo album del quintetto di stanza a Bologna comprende dodici sferzate sotto i tre minuti, registrate in presa diretta come se il gruppo si stesse esibendo live all’interno del Bronson Club di Ravenna. Un azzardo preso fin troppo alla leggera, poiché in questi casi senza una certa esperienza e adeguate accortezze, il risultato può tradursi tanto in una genialata quanto in un mezzo disastro. Apparirà scontato precisare che qui l’ago della bilancia penda più in favore della seconda opzione, e che la maggior coralità a livello di contributi compositivi e testuali (alcuni dei quali abbastanza banali), non più appannaggio esclusivo del cantante e chitarrista Michele Battaglioli come nel capitolo precedente, sia riuscita solo a generare una maggiore confusione. A tutto questo si somma il desiderio, perlomeno espresso a parole, di svincolarsi dall’etichetta più affibbiata del periodo, finendo per rientrare nella generica dicitura “rock sperimentale”, in contrapposizione a quello di voler cavalcare l’onda stessa con un approccio più pop, senza saper bene cosa farsene.

Per iniziare a parlare di questo lavoro non potrebbe esistere frase introduttiva più adatta del What the fuck? esclamato nella sghemba “Bureaucracy Apocalypse”. A saltare subito all’occhio è la poca omogeneità di suono, forse a causa della modalità di registrazione scelta, come se si stesse ascoltando una band di adolescenti intenti a cazzeggiare in sala prove. A rievocare i fasti di “Fiesta” e dei Contortions è la bassline funky ed efficace della dinamica “Isolation”, pezzo meglio riuscito del lotto nel quale è possibile distinguere ogni strumento tra le sfuriate di sassofono, o più appropriatamente uno dei pochi in cui non si ha l’impressione che la band abbia piazzato un microfono nel deretano del batterista. Calco quasi esatto di “Slowdance II” dei Murder Capital dal punto di vista strutturale, il lento crescendo di “Fade Away” si dissolve nell’ennesimo svarione finale di sax, dettaglio che ormai non spicca certo per originalità e che si riproporrà ancora fino alla nausea.

Cambiano leggermente le carte in tavola i moti ascendenti tra shoegaze e dream-pop di “Ponytail”, sorretti da una seconda voce femminile, ma proprio quando si inizia a sperare in un miglioramento dell’opera, a prendere la parola tra le stilettate che mescolano garage-punk e no-wave in stile Theoretical Girls di “Spying On The Garden” è il bassista, che negli intenti vorrebbe essere il compianto Jay Reatard degli esordi, e invece sembra un biascicante Fantozzi che fa i gargarismi con i chiodi. Si prosegue con gli strattoni di “Experimenting”, i giri di chitarra in salsa jangle à-laThis Charming Man” di “Ronaldinho” e la riflessiva “Nightshift”, una “Gary Ashby” dei Dry Cleaning spinta ulteriormente sui toni eighties. Si sprofonda nel baratro con i cori della dimenticabile “The Ugliest” (nomen omen), traccia introdotta da un ulteriore furto agli Smiths e chiusa in caciara da guitar-riff hard-rock, a cui fanno seguito la ballad scarna e vacua “Lips” e il collage chitarristico non perfettamente armonico di “Ronaldo”, concludendo il percorso nell’unica maniera immaginabile, ovvero nella confusione completa, con “Monday”.

Lo scopo dei Leatherette era quello di fare qualcosa di totalmente diverso da “Fiesta”? Intento riuscito. Peccato che a livello qualitativo “Small Talk” non lo raggiunga nemmeno per sbaglio, pur includendo idee e influenze sparse che se curate con attenzione avrebbero potuto dare soddisfazioni maggiori. Vale la pena ricordare che di diamanti grezzi come “Fun House” ne esistono uno su un milione di tentativi, frutto anche di fortuite combinazioni dove tutti i tasselli erano al posto giusto al momento giusto. Inutile quindi provare nostalgia degli anni Settanta e di qualcosa che in uno studio odierno potrebbe essere fatto mille volte meglio, soprattutto senza farsi prendere dalla fretta di dar seguito a un esordio valido, con la conseguente e celata presunzione di essere già arrivati in vetta.

Tracklist

  1. Bureaucracy Apocalypse
  2. Isolation
  3. Fade Away
  4. Ponytail
  5. Spying On The Garden
  6. Experimenting
  7. Ronaldinho
  8. Nightshift
  9. The Ugliest
  10. Lips
  11. Ronaldo
  12. Monday




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