Sarà stato un estenuante gioco d’attesa, ma alla fine ce l’ha fatta. Quando il lisergico incubo dark-pop di “Escapism”, concottato con l’imbronciata presenza di 070 Shake, ha toccato la vetta della classifica britannica, nel gennaio 2023, Raye si è presentata in diretta con le lacrime agli occhi, il volto pervaso da un misto tra incredulità, gratitudine e rivalsa. Difficile non empatizzare con la sua storia; sette lunghi anni di gavetta, passati a scrivere per altri senza un minimo di fiducia da parte della propria casa discografica, oltre al designato ruolo di vocalist per basi dance concessole con “Euphoric Sad Songs“.
Così Raye – all’anagrafe Rachel Agatha Keen, venticinque anni da Londra Sud – se n’è andata e ha iniziato a far le cose da artista indipendente. Coraggio e carattere non le mancano; verace e spigliata, vocalmente caparbia e un filo tragica con forte cadenza della capitale, pare un curioso misto tra Rihanna e Lily Allen in quel suo essere simpatica ma dotata della tracotanza di chi sa di avere il fanculo sempre pronto. “Escapism” ha quindi funto da perfetta cifra stilistica: un dramma del sabato sera incanalato su enfatiche strutture pop, ma poi sbrattato all’ultimo dall’eccitante confusione della gioventù – non sarà una rivoluzione, soprattutto in termini storici, ma era da diverso tempo che l’Inghilterra non celebrava un numero uno in classifica così alticcio e storto.
Dentro a “My 21st Century Blues” troviamo un buon distillato di stili pop, al contempo pittoresco e radiofonico, ma in grado di mostrare una personalità ben lontana dall’anonimato da streaming generalista. Ma più che piegarsi alle mode del momento, Raye passa in rassegna decenni di innamoramenti britannici, creando un affresco variegato, a tratti confusionario, ma poi subito dopo eccitante e finanche bizzarro.
Notevole l’altro singolo “Black Mascara”, capace di progredire sinuoso su oscure partiture tech-house, decisamente rabbiosa “Hard Out Here”: liriche affilatissime snocciolate a mo’ di Anthony Kiedis su cubi di tastiere hip-hop. E invece rieccola nelle vesti di novella Amy Winehouse in versione funky-soul sull’energica “The Thrill Is Gone”, a recitare la parte della donna delusa circondata da ottoni tuonanti e cambi di ritmo da cabaret in un saloon del Far West. Fa specie anche “Mary Jane”, esangue ballata blues per archi e chitarra. E se “Worth It” volteggia con la grazia disco-r&b dell’ultima Ariana Grande, “Buss It Down” gioca il jolly: un vero e proprio gospel da chiesa per pianoforte e coro, spiritosamente dedicato al proprio sensuale ancheggiare come metafora di autodeterminazione.
Certo, a tratti il disco si spinge sul topico andante, peccando di eccessiva ingenuità; “Body Dysmorphia” e “Environmental Anxiety” lasciano molto poco all’immaginazione sin dal titolo, e “Five Star Hotels” completa il trittico più debole della scaletta: non sono certo i temi trattati a porre il problema, quanto una certa prevedibilità di esecuzione, unita a soluzioni melodiche davvero acerbe e offuscate. Ma Raye non si dà per persa, anzi affonda il coltello con l’enfatica ballata pop “Ice Cream Man”: uno schietto racconto di abusi giovanili, incomprensioni e conseguente promessa a se stessa di non ricadere mai più in tali dinamiche – per il tour in arrivo a breve, l’autrice ha già messo le mani avanti, scusandosi in anticipo nel caso non riesca a cantarla dal vivo. Ed è quanto basta per annoverare anche Raye tra i ranghi del moderno pop d’autore, tramite un ascolto giovanile, stimolante e un filo spigoloso, ma sempre condotto con l’ascoltatore in mente. Non si può che farle i migliori auguri, soprattutto adesso che si muove da sola, lontana dagli spietati ma sicuramente più abbienti macchinari della grande industria discografica. Anche solo per questo, “My 21st Century Blues” è un successo non da poco.
13/02/2023