Il primo tassello è stato il vivido manifesto di autenticità emotiva del 2016 (“Singing Saw”), a cui ha fatto seguito un trittico lodevole eppure dalle sorti alterne. Coerenza e ispirazione non hanno in verità mai abbandonato il cantautore americano, anche quando le ombre furtive di Dylan, Cohen e Reed sembravano prendere il sopravvento, Morby è riuscito a domarne la potenza grazie a una versatilità espressiva e a una voce dal tono confidenziale e schietto.
Il musicista elegge Memphis a punto d’osservazione privilegiato di quell’America che conosce e vuol raccontare, lo sguardo è penetrante e passionale, ma anche interrogativo e sofferto. Tutto questo è perfettamente racchiuso nella title track: un’incalzante cavalcata chitarristica e verbale dai toni robusti, quasi funky, e cristallini, scritta da Kevin dopo l’imprevisto ricovero ospedaliero del padre.
Le fotografie del titolo sono le istantanee sulle quali l’autore riflette in cerca di un senso compiuto al grande interrogativo della vita. Cantanti (Jeff Buckley, Tina Turner, Jay Reatard, Otis Redding), attori (Diane Lane) e sportivi (Mickey Mantle, Sugar Ray Leonard) sono oggetto di colte riflessioni sull’inesorabilità del tempo che passa e sulle incertezze della vita. A questa profonda intensità lirica l’autore associa alcune delle intuizioni più pregnanti della sua carriera.
“This Is A Photograph” non è l’ennesimo album di un musicista di buona caratura in cerca di ulteriore fama: Morby tiene abilmente a bada quelle derive autoindulgenti che a volte ne smorzavano la comunicatività. L’album scorre fluente e senza incertezze: Kevin canta con medesimo pathos il proprio amore per la musica, l’agrodolce country con tanto di banjo e controcanto femminile (Erin Rae) di “Bittersweet, TN”, e per la sua compagna Katie Crutchfield (Waxahatchee) la struggente piano-ballad “Stop Before I Cry”; nel contempo, medita sulla tragica morte di Jeff Buckley nella languida e notturna “A Coat Of Butterflies” (con Makaya McCraven alla batteria) e omaggia la memoria di Jay Reatard con un gioioso graffio garage-rock in “Rock Bottom”.
E’ alfine sintomatico che a chiudere l’album sia “Goodbye To Good Times”, una canzone tanto musicalmente ordinaria quanto speciale, un omaggio a eroi di un glorioso passato con il quale l’autore non brama confronto, consapevole di poter solo replicarne la grandezza, anche se per una volta l’allievo è all’altezza dei maestri.
24/06/2022