Un solo ascolto di "Strawberry" e il primo sentimento che si prova è... rabbia. Sì, rabbia verso un prodotto talmente ben congegnato nei riferimenti che sembra fatto in laboratorio da un critico musicale quarantenne. Invece no; questo è il prodotto di una giovane autrice losangelina che sa il fatto suo e il trucco funziona davvero.
Le influenze storiche in campo dream-pop sono quelle di sempre; i
Cocteau Twins più fluttuanti e i
Cure più romantici, l'intima dolcezza dei
Mazzy Star, le esili e anemiche linee vocali di Bilinda dei
My Bloody Valentine e Rachel degli
Slowdive. Tutto questo confluisce poi nel calderone del revival contemporaneo: gli irrinunciabili
Beach House ovviamente, ma anche giovani nomi come
Hatchie e tutte le altre declinazioni della moderna fatina dream-pop, da Japanese Heart Software a Hazel English e Fauness. Insomma, "Strawberry" è un prodotto nato già digerito in decine di salse diverse nel corso degli ultimi quattro decenni al punto che qualcuno potrebbe chiedersi se non sia già venuto tutto a noia.
Invece ecco Caroline Loveglow, volto da fotomodella che rifugge la telecamera ma in verità mostra un fascino adorabile. Un'associazione viene subito alla mente: Caroline sta al dream-pop come
Sabrina Claudio sta all'r&b, uno
charme che può avere dell'insolente. Il punto è che i pezzi della Loveglow sono spesso irresistibili nel loro genere, perfette prurigini adolescenziali intrise di nostalgia e stilose pose da profilo Instagram.
Il singolo "Happy Happy" fluttua via sull'onda di un ritornello scritto col manuale sott'occhio, e non sono certo da meno né la
title track né l'ipnotica indolenza di "Foxy" e "Blue Arcade". Ecco i rintocchi di synth su "Sink" e la bellissima chiusura di "On Earth", il pezzo migliore che
Lorde ha dimenticato di inserire sul suo ultimo album. Anche le presunte "scopiazzature" vengono eseguite con estro; le partiture di tastiera che sottolineano l'andamento di "Patience Etc" sembrano ricalcare la celebre "Porcelain" di
Moby, mentre "Zenosyne" potrebbe girare tutta attorno all'
hook di "Black Eyed" dei
Placebo.
In sole otto tracce per meno di mezz'ora di durata, "Strawberry" non fa nemmeno in tempo a stancare. Anzi, viene da premere nuovamente avvio e lasciarlo scorrere un'altra volta da cima a fondo. Assuefazione e familiarità aiutano alla creazione di un lavoro indubbiamente un po' ruffiano, ma scritto e interpretato con perfetta perizia stilistica e quel
quid che copre il tutto con un velo di sibillina (cant)autorialità.
A essere proprio cinici, verrebbe da chiedere a Caroline quali siano i suoi ascolti abituali, quanto tempo abbia passato a studiare "Garlands" e "
Disintegration" per creare quest'estetica perfettamente incastonata tra tre decenni di dream-pop. Non stupirebbe una serafica risposta alla Sharon Stone in "Basic Instinct", a dimostrazione di una penna che non teme confronti:
What are you gonna do? Charge me with smoking?