Se ci fosse bisogno di ulteriori conferme, è palese come il soddisfacente percorso di Rostam Batmanglij nei panni di produttore (Charli XCX, Carly Rae Jepsen, Frank Ocean, Haim ecc.) abbia decisamente influenzato il suo modus operandi nei panni di autore e compositore, tanto da finire quasi con l’oscurare entrambi questi aspetti. Già “Half-Light”, primo banco solista per il fu Vampire Weekend, al netto del sound massimalista e colorito poco faceva per celare i grossi limiti nella scrittura e nell’interpretazione; con “Changephobia” la situazione non cambia poi molto. Per quanto contraddistinto da una ricerca produttiva più acuta ed elastica, il secondo album del polivalente musicista newyorkese fa poco per risollevare le sorti di una penna che ancora pare soccombere allo strapotere dell’intuizione sonora, si perde in artefazioni pop prive di sbocco. Ci sarebbe pure di che incuriosirsi, ma l’invito non è dei più allettanti.
Perdersi negli incastri sonori dell’album (quanto fa strano un titolo del genere se visto in prospettiva!) è sempre un piacere: la calda, nostalgica visione produttiva di Rostam fa sì che anche il momento più breve abbia comunque un adeguato accompagnamento di base. Chitarre filtrate in downtune, che immaginano un incrocio tra Beck e i Drums (“These Kids We Knew”), folktronica pianistica e sognante come delle Let’s Eat Grandma più meccaniche (“From The Back Of A Cab”), galanterie sophisti-pop mandate in loop (gli anni Trenta reimmaginati di “Unfold You”): già con i primi tre brani il campionario di scelte ed estetiche non potrebbe essere più spigliato e variegato, per dare conto dell’ampia padronanza lessicale del musicista. È un peccato che il tono sonnacchioso, vagamente biascicato di Batmanglij non complimenti minimamente le intuizioni d’arrangiamento, piuttosto ne deprime il portato, annullandone il valore aggiunto. E così un momento più immediato come “4Runner”, con il suo beat scoppiettante e le molteplici linee strumentali, poco può contro un supporto melodico che non risponde a una simile energia; l’estrema ripetitività della title track, con quel tocco funk alla Blood Orange, reitera il concetto senza grande entusiasmo.
Dove pescare qualche buon momento? Laddove effettivamente è la musica a condurre le danze. Così “Kinney” spezza il segmentato breakbeat di base con accorti arabeschi di pianoforte, prima di affogare ogni dicotomia in un mare rumorista. Finanche l’interludio dà l’idea di una macchina che sa ben padroneggiare le più difformi tangenti sonore. Troppo poco, però, perché l’album nel complesso riesca a riscattarsi. Se la centralità dell’idea melodica (cosa che i migliori Vampire Weekend tenevano ben presente) diventerà un elemento chiave della sua ricerca, ci sarà di che gioire.
16/06/2021