Quindici anni di attività per soli quattro album pubblicati: un output relativamente esiguo, quello del quartetto internazionale Dans les arbres, ma edito dalle migliori etichette di settore, con i primi due lavori su ECM (s/t, “Canopée”) e un terzo su Hubro (“Phosphorescence”). Ed è ora la volta di un’altra edizione norvegese con la Sofa di Ingar Zach – era solo questione di tempo, essendo anch’egli membro della formazione – che dà alle stampe “Volatil”, un’incisione live realizzata il 16 marzo 2018 a Bologna, in occasione del festival annuale di musica contemporanea AngelicA.
“Ramure, brindille, surgeon, flèche” (letteralmente ramificazione, ramoscello, chirurgo, freccia) è il criptico titolo della performance di oltre cinquanta minuti ininterrotti, presentata lo scorso anno al Teatro San Leonardo. Se già l’improvvisazione era la radice primaria da cui scaturiva la loro creatività, con una simile dilatazione temporale si ha ancor più chiaramente l’impressione di assistere al paziente e imprevedibile delinearsi di un action painting, esente da sviluppi calcolati o climax e unicamente affidato alle singole sensibilità in ascolto reciproco di Xavier Charles, Ivar Grydeland, Christian Wallumrød e Ingar Zach.
Per i primi venti minuti almeno, i quattro interloquiscono senza fretta e a un livello perlopiù atmosferico: primeggia soprattutto il clarinetto di Charles con acuti e trilli ornitologici, flessuosi arabeschi e bordoni dalle tonalità fantasma, mentre i rintocchi del piano preparato di Wallumrød e i tamburi di Zach si spartiscono la posa di un ambiente percussivo amorfo e galleggiante; la chitarra elettrica di Grydeland è forse la presenza più discreta e fatua, fra interventi puntiformi in armonico o tapping e andirivieni con volume pedal e wah.
Dopo questa fase, la somma delle parti comincia a colmare gli spazi vuoti e accorciare idealmente le distanze, inasprendo l’interplay sino a raggiungere un apprezzabile grado di concitazione ma senza mai sfociare in una saturazione totale. A ridosso della mezz’ora si è ormai generata parecchia tensione e le percussioni circondano lo spazio sonoro con cembali, ostinati di pianoforte e tonfi sordi della grancassa.
In men che non si dica, la performance risprofonda in un ermetismo ancor più radicale, dove ogni gesto somiglia al sussulto involontario di un organismo dall’equilibrio precario. Nel suo disordinato mood meditativo, la suite finisce col solcare l’espressività aleatoria di Cage e l’essere-tempo di Feldman, evocando di riflesso gli ultimi vent’anni di sessioni a firma dei leggendari AMM. Solo nei dieci minuti finali ritorna qualche scossa e increspatura nella superficie intessuta dal quartetto con assoluto rigore e dominio di sé.
Fieramente a-descrittivo e inclassificabile, “Volatil” è l’ennesimo saggio di una congrega di spiriti liberi che portano avanti a modo loro una gloriosa tradizione che, oggi come oggi, sembra trovare nuovo terreno fertile soltanto in area scandinava. Ben vengano, comunque, ulteriori e analoghe occasioni di ascolto anche nel nostro paese, magari al di là del sempre virtuoso operato di AngelicA.
21/10/2019