“Metaphysics Of Entropy” è il quinto tassello nella discografia di Lebenswelt, distribuito da Under My Bed Recordings, a distanza di due calendari dal precedente “Shallow Nothingness In Molten Skies” (2016). Non molto è cambiato nel suono di Giampaolo Loffredo in questi due anni e la sua musica procede ancora nel suo percorso di astrazione del suono: uno slowcore scarno e minimale, in cui regna padrona la malinconia. Rispetto, però, alla recente produzione questa volta Lebenswelt arricchisce il proprio arsenale di nuovi elementi e opta per incorniciare la sua “metafisica dell’entropia” tra due opere strumentali, poste in apertura (“Unfinished Piece For Detuned Piano”) e in chiusura (la title track) del disco, come a sottolineare tutto il lavoro di songwriting che si cela nel mezzo, intriso di citazioni filosofiche e letterarie.
Per le registrazioni del nuovo album, Lebenswelt chiama a sé alcuni validi musicisti della scena underground italiana, che mettono la loro personalità nelle varie canzoni dell’album: Stefano Santabarbara (alias My Dear Killer) con i feedback della sua chitarra; Pier Giorgio Storti (Belaqua Shua, Morose) al violoncello, balalaika e clarinetto; Luca Galuppini (aka ONQ) con la sua atipica sega musicale; e, infine, Mauro Costagli (Monetre, The Colours Seen From Behind, Lo-fi Sucks) alla batteria. Tutti elementi che vanno a dare enfasi ove necessario e rinforzare il caratteristico sound straniante di Giampaolo, guidato da quello che è il suo segno distintivo: un cacciavite infilato tra le corde della chitarra.
Dopo l’intro impalpabile e aeriforme di “Unfinished Piece For Detuned Piano”, la seconda traccia del disco “Dance Dance Dance” rivela la vera natura di Lebenswelt: si tratta una composizione ripetitiva e ipnotica, che avanza tra alt-folk e lo-fi sospinta dalla voce impassibile di Giampaolo nel mezzo di poche variazioni e molto rumore bianco, che offusca i testi delle canzoni come un ingannevole velo di Maya. Ancora più desolante “Cold Swallen Hand”, il cui finale sembra fondersi direttamente con “In The Morning”, satura di effetti e feedback. Uno dei momenti più interessanti del disco è dato dai vortici spettrali di “Let Down”, brano che ci riporta al meglio dell’alternative rock anni Novanta (in qualche ancestrale luogo tra Radiohead, Bark Psychosis e Codeine).
La ricetta è sempre la stessa, ma cambiano la sostanza e il significato dato a suoni e parole: così se “Distant Colours” avanza imperturbabile nella sua progressione di accordi alienanti, “Illusions Hold” (tratta dal primo album di Lebenswelt, “Staring At Life In The Rain”, 2003) viene per l’occasione interamente rimessa a lucido da Pier Giorgio Storti, con un trattamento al confine fra musica ambient e neoclassical. Con l’aiuto di strumenti atipici e attingendo a nuove fonti, Loffredo conferma in questo modo la propria attitudine internazionale e, ancora una volta, la peculiarità della sua intimistica maniera di intendere la musica.
01/11/2018