Dopo un nuovo acuto artistico, “Bending Time In Waves” (2016), Jerome Deuson, in arte Amute, ritrova nuove ambizioni in “Some Rest”. Ambiziosa è anzitutto proprio la suite che dà il titolo, “Some Rest”, in cui giustappone musica da camera gotica, quasi improvvisata, Pink Floyd-ismi di morbida psichedelia, droni dapprima indiani e poi rumoristi, quindi una “danza moderna” di dissonanze luccicanti e vocalizzi, infine un’impeccabile sortita noise-rock. A metà via tra flusso e polittico, qui Deuson perde forse in organicità, a parte il comun denominatore del clima tutt’al più funereo, opprimente.
Nelle rimanenze Deuson scopre, o riscopre, la chamber-tronica, dalla cinematica “Lost In The Middle” a “I’ve Seen It All”, aperta da uno sfacelo elettronico post-Terry Riley aumentato da un canto astratto. Forte è poi l’apporto del sound-designer Christophe Bailleau in “The Obsedian”, vellutata e ribattuta con fare tribale, sovrastata da scariche elettro-cacofoniche.
Deuson ritrova anche la parola in due ballate spaziali, “Maria” e “Dead Cold”, che ripercorrono la tradizione albionico-irlandese, da “Space Oddity” di David Bowie, alla follia svanita di Syd Barrett, ai crepitii ultrasonici di Jason Pierce e Kevin Shields.
Nel suo insieme sommesso e ansioso, il settimo disco del compositore francese si regge, più che sulla musica, su una ripartizione equa con marcato significato simbolico e, di concerto, meta-musicale, finanche discografico: il lungo brano eponimo, ultimo, perentorio aggancio al suo passato, un grande “no trespassing” che serve a chiudere in gloria un periodo creativo, e i brani brevi, graziose, garbate ipotesi di futuro con qualche punta d’avanguardia. Pochi, selezionati e funzionali ospiti, su tutti la cellista Thècle Joussaud.
22/06/2018