A metà del diciannovesimo secolo, tale Samuel Cartwright teorizzò un disturbo mentale che spingeva gli schiavi neri a desiderare la fuga a causa dell’eccessiva familiarità con i loro padroni. Drapetomania era il nome di questa che possiamo definire poco più di una credenza a sfondo razzista, ed è anche il nome del nuovo lavoro di Grey Filastine, artista poliedrico che fa della contaminazione sonora la sua caratteristica peculiare, con particolare attenzione a suoni provenienti fuori dal continente d’origine.
La musica del percussionista di Los Angeles mette insieme la tradizione latina, asiatica e mediterranea con la breakbeat, il rap e il dubstep soprattutto, utilizzando sia strumentazione comune sia percussioni live e sample “di strada”.
Un crocevia di influenze globali è alla base dell’opera di Filastine, ma il cocktail fatica enormemente a tradursi in un vero e proprio archetipo nuovo di musica, dando piuttosto l’idea di un guazzabuglio di sovrapposizioni sonore senza capo né coda, nonostante l’aiuto di Nova, rapper indonesiana ex-Twin Sista.
Ad ascoltare le dodici tracce, non ci si sforza molto a comprendere perché Filastine possa aver trovato terreno fertile in taluni specifici contesti come alcuni festival multietnici, ma non può bastare questo a elevare le sue produzioni oltre quello che sono. Non è sufficiente il tema di fondo dell’opera, la migrazione e l’emigrazione, e non è sufficiente quel sound elettronico pesante, metropolitano e superficialmente moderno a suo modo per spostare l’asticella verso un apprezzamento che sia più di una gradevolezza di facciata spesso dispersa nelle lungaggini strumentali. “Drapetomania” non è opera che possa definirsi inutile o sgradevole in senso assoluto, ma non è neanche il suo contrario; semplicemente è troppe cose, dette senza troppa convinzione.
17/05/2017