Gliel'hanno ripetuto in tanti - "sembri
Mick Jagger!" - e alla fine Harry Styles c'ha creduto davvero. La faccia da schiaffi non gli manca, così come le donne sempre disponibili e le droghelle ben disposte nei piattini d'argento di ogni camera d'hotel che visita. Dopo la militanza nella
boyband più famosa del nuovo millennio, la svolta solista doveva per forza di cose spingersi verso nuove direzioni, e Styles ha scelto la via della vecchia Britannia.
Si potrebbe aprire un dibattito infinito sul panorama
mainstream anglosassone degli ultimi dieci anni, su come i
talent show abbiano fatto tabula rasa di contenuti originali (e questo Harry lo sa bene, visto che c'è passato pure lui), e di come, con l'industria in crisi, il più costoso formato della
guitar-band sia spesso rimasto sepolto sotto montagne di
dance-r&b tanto modaiolo quanto generico e a rapida implosione. Ma a guardare bene, i due nomi da esportazione più grossi degli ultimi tempi in Inghiterra -
Adele ed
Ed Sheeran - stanno sempre molto attenti a coprire i propri episodi con un rassicurante velo
retromaniaco, e Styles punta ad un approccio ancor più reazionario.
Il coraggio non gli manca; con i suoi quasi sei minuti di durata, "Sign Of The Times" è uno dei singoli di lancio più pomposi e melodrammatici da anni a questa parte, due caratteristiche forse non proprio imprescindibili per il buon gusto comune, ma che tanto latitano nel recente panorama pop. Ogni tanto, un po' di sana impalcatura barocca e posticcia non nuoce, soprattutto se condotta con la mano sul cuore (per tacere del
videoclip, nel quale Styles vola sopra panorami invernali manco fosse Gesù).
Ci troviamo poi di fronte a una trafila di viaggi a ritroso che fa proprio strano dover rivisitare nel 2017 - produce il solito Jeff Bashker, già al lavoro con
Bruno Mars. "Meet Me In The Hallway" richiama sia gli Stereophonics che certi
Verve, le atmosfere un po'
freak di "Carolina" sono
beatlesiane nel midollo (come potevano mancare proprio loro?), mentre gli
Stones vengono rivangati negli sciancati rock'n'roll di "Only Angel" e "Kiwi" - energici e divertenti, ma poco altro. Si sentono anche vaghi richiami di
Beck in "Woman" e i
Travis più pallosi nella
ballad a tutta sicurezza di "Two Ghosts". Ma un momento chiaramente
sheeraniano di romantico folk-pop emotivo come "Sweet Creature" dà subito il mal di pancia, evidente in questo caso come tali atmosfere siano ormai un dazio da pagare per chiunque decida d'imbracciare una chitarra con l'intenzione di entrare in classifica.
Inutile pontificare troppo; chi vi scrive ricorda i debutti solisti in chiave pop-rock di
Mark Owen e Melanie C dopo il rispettivo passato
bubblegum, si è dovuto sorbire gli
Aerosmith dell'era-"Armageddon", ma anche i tanti trionfi del colorato squadrone
britpop; di conseguenza, un disco come "Harry Styles" desta dapprima un'istintiva curiosità, per poi svanire subito dopo nel dimenticatoio.
Ovviamente, per le nuove generazioni, delle quali il 23enne Styles fa parte a pieno diritto, tutto va rimesso in contesto, com'è giusto che sia, ci sta che un disco come questo riesca a destare nuove curiosità. Certo però, anche evitando la chiara e in questo caso fuorviante critica del già sentito, rimane a "Harry Styles" quel retrogusto amarognolo di scontatezza e prevedibilità di chi sa imitare ma in fondo non aggiunge nient'altro.