Dopo “Marram” – inno alla tenacia, all’attaccamento alla vita e alla resistenza alle avversità – il chitarrista e compositore inglese Wil Bolton volta pagina e si cimenta nella descrizione della labilità della nostra memoria, dei ricordi che si disfano nel tempo, i cui colori tendono al grigio dell’oblio, come nel passaggio tra l’estate e l’autunno. Se “Marram” era stato dedicato – fin dal nome – a una pianta che vive in luoghi desertici e particolarmente ostili alla vita, dando spunto a un approfondimento sulla ostinata volontà di vivere, spesso tanto inspegabile quanto affascinante, “Inscriptions” esplora territori più introspettivi.
Musica “fuori fuoco”, in costante equilibrio tra descrizione e malinconia, colonna sonora dell’oblio delle nostre memorie “annebbiate” dal tempo. Le registrazioni ambientali – ad esempio, i bambini che giocano in un parco in “Seep” – sono infatti appena accennate e sembrano fatui e ormai semi-dimenticati ricordi d’infanzia. I suoni predominanti sono quelli dei droni elettronici, dei rumori di sottofondo, del pianoforte, degli archi e delle corde pizzicate di arpa e chitarra modificate digitalmente. In particolare, la preponderanza della chitarra rende l’ambient descrittivo di Bolton molto originale e diverso dalle apocalissi di Rafael Anton Irisarri, dal romanticismo orchestrale di Eluvium, dalla geniale sperimentazione di Tim Hecker o dalla brutale spazialità di Ben Frost.
I nove minuti di “Cathedral Lines” accentuano l’aspetto solenne e simboleggiano, in modo quasi religioso, un autunno inteso come fine della vita; foglie che cadono e alberi spogli, proprio come la nostra memoria annebbiata destinata a sparire. E’ il brano più cupo e opprimente dell’album.
Il finale “Limestone” completa un lavoro di sottrazione assoluta; un lungo drone ripetuto, interrotto solo da finali battiti elettronici sembra dare piccoli bagliori di speranza. Forse l’autunno di Bolton non è eterno.
06/11/2015