Basti rinvangare la presunta nascita del quintetto di Cardiff, avvenuta, stando a quanto avallato dai diretti interessati, all’alba degli anni Dieci durante un corso di gestione della rabbia. Il docente che suddivide la “classe” in vari gruppetti e, senza nemmeno sospettarlo, dà vita all’act più fuori di testa partorito dal Regno Unito negli ultimi anni. Perché dubitare di una storia così deliziosamente improbabile?
Leggende a parte, dietro il mood spensierato che alleggerisce l’intera impalcatura sonora, c’è una sostanza musicale tutt’altro che campata per aria. E che riprende, magari calcando ulteriormente la mano sulla componente melodica, la formula con cui “Weird Sister” ha scavato una breccia nei cuori di critici e fan su entrambe le sponde dell’Atlantico. In sintesi: velocità forsennata, isteria diffusa, feedback e tracce di jangle-pop, inquietudine trasformata in sciabolate soniche. Il songwriting del chitarrista Owen Williams come terreno di funambolica conquista per la frontwoman Alanna McArdle, la cui voce squillante va a dare forma a storie che vanno senza problemi di sorta dall’impegno femminista (in un invisibile ponte sonoro e politico verso la scena riot girl) al quadretto surreale.
L’improbabile somma, rigorosamente lo-fi e di nuovo affidata a MJ degli Hookworms, è una ardita ma efficacissima mediazione tra urgenza espressiva e raziocinio melodico, nella quale a vincere non è né l’una né l’altro, ma eventualmente entrambi. Il senso di irresolutezza che faceva da sfondo alle dieci canzoni del debutto ritorna puntuale negli altrettanti brani di “Peanut Butter”. Il background hardcore si traduce in una patina punk che va a braccetto con i ritornelli twee, anziché farci a pugni. Il rumore procede di pari passo con la componente pop, creando un caleidoscopico calderone che travolge senza mai risultare pesante – anche in ragione dei ventidue minuti nei quali si risolve la pratica.
“Separate Bedrooms” è l’unica cover del mazzo, una canzone pescata nel più profondo underground britannico (gli ex-Black Terror, oggi Cup Winner’s Cup, da Bristol). L’avamposto propriamente punk è “Psykick Espionage”, mentre i titoli di coda sfumano sulla rallentata psichedelia di “Hey! I Wanna Be Yr Best Friend”.
“Peanut Butter” è un secondo, velocissimo giro sulle montagne russe del non-sense. Questa volta con il beneplacito dell’altro maestro dell’assurdo applicato all’indie-rock, Stephen Malkmus, che ha voluto i cinque gallesi di spalla nel tour britannico dei suoi Jicks a inizio 2014.
15/05/2015