Non si può dire che mancasse brio nell’esordio dei londinesi Evans The Death: il loro placido pop-punk è la formula perfetta per chi vuol restare aggrappato alla poesia del miglior pop inglese, senza rinunciare a quel poco di acida grinta che dai Pixies in poi è meglio non farsi mancare mai, se si vuole stimolare il pubblico trasversalmente.
Mettiamo in conto che Dan Moss è un abile songwriter e che Kate Whitaker è una delle interpreti più adatte a sottolineare il noise-pop della band, e capirete perché è difficile non essere catturati per un po’ anche dal loro secondo album “Expect Delays”.
Nonostante la bassista Alanna McArdle abbia abbandonato per entrare nei Joanna Gruesome, il sound non sembra aver perso energia e grazia, confermando tutte le impressioni del primo album.
Le dodici tracce scorrono senza cedimenti, grazie alla voce della Whitaker che adombra alcune lacune in fase di composizione e sottolinea con sufficiente convinzione le tracce più elaborate e riuscite.
La maturità espressiva del gruppo è evidente già dalle prime note di “Intrinsic Grey” una canzone che non avrebbe sfigurato nell’esordio dei Pretenders, ed è un susseguirsi di intelligenti flashback (“Expect Delays”), suoni tribali (“Terrified”), fuzz psichedelici alla My Bloody Valentine (“Enabler”), caterve di riff (“Sledgehammer”), iniezioni di soul (“Idiot Button”) e incontenibili pop-noise (“Bad Year”).
Tutto è anche amabilmente bilanciato da poche ma intense ballate dai toni ora spettrali (“Waste Of Sunshine”), ora magicamente malinconici (“Just 60,000 Days Til I Die”), che sigillano il secondo album degli Evans The Death come una piacevole conferma.
Nulla di nuovo in un panorama sempre più ricco di band di belle speranze, ma Kate Whitaker si mostra una delle più convincenti vocalist nel suo genere, e la scrittura mai banale e a volte coraggiosa consegna ai fan del gruppo, e non solo, un altro album da amare senza vergogna, e non ditemi che è poco.
31/03/2015