Inquietudine, tensione, depressione, incubi che vanno a seguito di una vita fatta di delusioni, fallimenti, amori irrisolti: ecco cosa c’è dietro la scenografia musicale del terzo progetto degli Her Name Is Calla.
Nato dalle ceneri degli ILIKETRAINS e dei Twilight Sad (altri cinque musicisti hanno fatto parte in passato della formazione), l’attuale quartetto anglo-scozzese guidato da Tom Morris è giunto alla notorietà nel circuito post-rock grazie a una musicalità dai toni apocalittici e pastorali dalle connotazioni sinfonico-orchestrali.
Preceduto da un’edizione limitata e da un doppio contratto discografico (la Denovali e la Function Records), “Navigator” è la conferma dell’attitudine art-rock che trasudava dalle pagine epiche del precedente “The Quiet Lamb”, la struttura dell’album è più vicina a una sceneggiatura teatrale-cinematografica, con la musica ad asservirne le fasi emotive e descrittive.
La band di Tom Morris possiede comunque le qualità necessarie per alzare i toni verso un rock epico da stadio (si ascolti il crescendo finale di “Navigator”), ma privilegia il lato oscuro e più introspettivo, con sonorità interessanti e rimarchevoli.
Le composizioni non forzano mai il tono catarchico della loro poetica per agguantare orecchie distratte, anche se l’iniziale “I Was The Back of A Nightingale” ha tutta l’eleganza e la soavità del chamber-folk e “Ragman Doll” sfida i Radiohead di “Ok Computer” azzeccando un meritato pareggio, grazie alle doti vocali di Morris. Gli oltre dieci minuti di folk-gothic, post-rock, noise della più elaborata “Dreamlands” rendono evidente quella pregevole armonizzazione degli insiemi che sfugge agli idiomi più lineari dell’avanguardia rock e sfiora il neoclassico.
Gli Her Name Is Calla sanno gestire le provocazioni culturali dell’elettronica nella plumbea e appiccicaticcia “The Roots Run Deep”, amano indugiare in fasi descrittive e strumentali nella post-lynchiana “It’s Called, ‘Daisy’”, hanno confidenza con le regole del rock e delle sue geometrie più dure per poi piegarle verso la poesia in “Meridian Arc”, e regalano senza pudore quella melodia memorabile e insinuante che invita al riascolto del tutto (“Burial”).
L’archetipo creativo è ancora una volta libero e quasi spontaneo, con intersezioni compositive e scambi di spunti lirici che rendono tortuosa ma altresì affascinante questa mistura di folk e scampoli di classica che emozionano per purezza (“It’s Was Flood”) e leggerezza (“A Second Life”).
27/08/2014