Hip-hop. Per guadagnarsi un posto al sole, nel sempre più affollato e competitivo panorama d'oggi, qualcuno lo affronta ancora con la boria da mammasantissima tipica di
Jay-Z o con la dissacrante attitudine che contraddistingue Lil Wayne, e poi c'è chi, come
Kanye West, si autoproclama (e non a torto) fantasista del genere oppure si ritaglia il ruolo di scanzonato menestrello
indie à-la Kid Cudi. Eppure c'è chi, senza sgomitare e facendo dell'introversione uno dei punti cardine della sua proposta, sta riuscendo a catalizzare l'attenzione di appassionati e succitati colleghi/mentori, che non perdono occasione per elogiarlo e collaborarci.
Il canadese Drake fa parte del loro mondo ma solo marginalmente, perché se il suo personaggio vive delle contraddizioni legate alla fama e che lo portano a duettare (e sposarsi virtualmente!) con le
popstar più in vista, al momento di pubblicare il seguito del suo fortunatissimo debutto, non teme di dare alle stampe un lavoro poco immediato, che non insegue a tutti i costi l'
hit da classifica ma che sembra un'ode alla malinconia e il diario di un anno vissuto inaspettatamente da
star.
Grazie a un eccellente lavoro di produzione, sempre affidata al connazionale Noa "40" Shebib, ormai suo braccio destro, che sa avvalersi all'occorrenza di contributi importanti come quelli di
The Weeknd, Supa Dups, Just Blaze,
Jamie XX e il promettente Boi-1da, il venticinquenne di Toronto costruisce atmosfere languide e avvolgenti che poggiano su
low-tempo inframmezzati da
break-beat fulminei e scheggiati, movimentando la
texture minimalista con
ouverture di synth ora compresse e tirate, ora asperse e soffuse.
"Take Care" pone quindi l'accento su ciò che distingue Drake dai suoi blasonati colleghi, ovvero la capacità di dar vita a una spontanea e per niente meccanica fusione tra l'hip-hop più arguto e il soul più elegante, come forse solo la Mary J Blige più ispirata era in grado di fare, forte della sua abilità di creare un felice e mai troppo invadente connubiotra un
flow ora secco e rapidissimo (si ascolti l'iniziale "Over My Dead Body"), ora più "cantato", grazie a una propensione per l'
r'n'b più melodico e a una vocalità talmente morbida e sinuosa da non sfigurare al cospetto di quella di
Sade ("Shot For Me").
Sul versante maggiormente legato a un
pop-hop, permeato dall'influenza dei già citati maestri, si segnalano i brani più estroversi come "Make Me Proud", con quel
tourbillon torrenziale ed istrionico che è il
rapping della mogliettina Nicki Minaj (già presenza notevole in "
Monster" di West), "Lord Knows", appesantita da un coro gospel da impresa sportiva che neanche il primo "Rocky" e il tormentone appiccicoso di "HYFR (Hell Ya Fucking Right)". Memorabile, inoltre, per come sa giocare di sottrazione sulla grana e l'enfasi delle tastiere, è l'ottima "Headlines", ma anche il
groove scuro e ansiogeno di "We'll Be Fine" e il piano dolce e insinuante che stempera il portamento rap di "The Real Her" (coi
featuring di Lil' Wayne e
André 3000, prestigiosi anche se forse un po' superflui).
Il meglio di sé, tuttavia, l'accoppiata Drake/Shebib lo dà nei brani più intimisti e crepuscolari, ambiziosi e particolarmente ricercati nella naturalezza con cui riescono a far lentamente scivolare l'ascoltatore, quasi senza accorgersene, da accenti soul-fantasma, vestigia di un'altra epoca, via contaminazioni hip-hop e derivanti, fin quasi a scenari post
dubstep. Così in "Crew Love" fra vuoti e pieni, saliscendi e contrasti ritmici, Drake dà voce alla sua melanconia come un
James Blake cresciuto a hip-hop e
urban.
Altrettanto narcotica, stordente e raffinata è la
soundtrack in nuce della bellissima "Marvins Room", una specie di
quiet storm post-moderno che fa capolino anche tra le pieghe di "Doing It Wrong", impreziosita dall'armonica di
Stevie Wonder, mentre uno dei singoli di punta (nonché
title track), "Take Care", in duetto virtuale con l'onnipresente
Rihanna, ci riserva un gioiellino dai palpiti
house, inaspettatamente sobrio e rafforzato dal
sample "colto" di
Gil Scott-Heron, mirabilmente manipolato da Jamie XX.
Drake ha dedicato tempo e una cura maniacale per metter in luce l'aspetto più onesto e personale che l'attuale hip-hop potesse mostrare, si sente, e ha messo a nudo le sue emozioni senza far troppo rumore, quasi intimorito dalla volontà di condividerle con tutti. Sarebbe stato un vero peccato privarcene.