Ventidue anni e una fantasia eccentrica possono bastare per incuriosire l’ascoltatore, ma quello che sorregge l’interesse per la musica di Cosmo Jarvis è l’insana passione che sostiene il gioco artistico; quello che candida il suo secondo album come una delle più singolari proposte pop del 2011.
Non abbiamo bisogno di nuovi pop-singer né di nuovi idoli di cartapesta: quel che sembra scarseggiare è la personalità, che nel mondo del pop inglese era una costante. Sempre più spesso la nostalgia prende possesso della nostra mente, spingendoci a rivalutare le gesta comunque leggere di Culture Club, Wet Wet Wet, Dead Or Alive etc. Questo non solo per il sempre piacevole effetto deja-vu che segue ogni generazione, ma anche per la costante imprevedibilità e incoscienza di quel periodo aureo del pop inglese.
Molti sono i tentativi di riproporre quegli anni, ma è solo un approccio formale e nostalgico, che veste di nuove parole un discorso già letto e riletto. Cosmo Jarvis non è un nostalgico né un abile traduttore di vecchie pagine del pop internazionale, è invece un musicista posseduto dal sacro fuoco dell’ispirazione, una creatività che il musicista gestisce con una vulnerabilità artistica che sottende una sensibilità sia introspettiva che sociale.
“Is The World Strange Or Am I Strange?” è un album ricco di canzoni che non superano i due o tre accordi, nelle quali le idee armoniche sono seminate senza regole e i frutti sono ora acerbi ora dolciastri, ma mai privi di sapore.
Pop nel senso più puro del termine, timbri e suoni non si ripetono né si alternano, tutto è gestito con un’istintività freudiana che giova a ogni frammento dell’album. Cosmo Jarvis non offre pop vintage, le sue pulsioni sono contemporanee, il suo rap è un linguaggio naturale, che in “The Talking Song” si trasforma in corpo sonoro per poi dar vita a uno splendido arrangiamento corale nella trascinante “Dave’s House”, un brano mutante che sposa rap, techno e folk con aperture liriche di mandolino semplici e suggestive.
La natura popular del songwriting di Cosmo affianca le sue folk-song alle gesta dei Mumford & Sons con allegria “Blame It On Me” e con pungente ironia nel tormentone “Gay Pirates”, che come ogni buon hit-single apre l’album scaricando una dose di buon umore contagioso. Ombre e luci sono abilmente bilanciate con gusto e verve: la title track “Is The World Strange” offre un grintoso terreno ritmico in slow-motion, che valica i confini del blues e del rap con gusto e sensualità.
L’album, nelle sue undici tracce, offre un crossover sonoro privo di regole, sacro e profano si incontrano senza dilemmi nel vivace folk-pop-rock di “Sure As Hell Not Jesus”, che non sfigurerebbe nel repertorio dei Blur, e nella mini-suite in stile musical “Betty”, che chiude l’album confondendone ulteriormente le cifre stilistiche.
L’entusiasmo di Jarvis contagia tutti i musicisti che collaborano all’album, ogni fraseggio contiene pathos e respiro, flauto, mandolino, steel guitar, dobro, armonica si fanno spazio tra i piacevoli giri armonici caratterizzando gli insoliti assolo dei brani.
Il tono incosciente e sconsiderato che aleggia nelle sue song può provocare irritazione, ma l’insano insieme di folk e pop alterna follie alla Pogues (“Dave’s House”, “Let Me Out Of My Head”) con improbabili ballad senza una reale identità sonora (“The Wave That Made Them Happy”).
“Is The World Strange Or Am I Strange?” è uno strano e intrigante contenitore di canzoni anomale, che hanno raccolto una stroncatura critica senza precedenti (1/10 dal Nme), ma il pasticcio sonoro che genera piccoli gioiellini come “She Doesn’t Mind” è in verità una delle cose più genuine e spontanee che abbia sfiorato il mio udito in questo 2011. Se per voi la musica è ancora espressione libera e multiforme di personalità e verve, allora il secondo album di Cosmo Jarvis è il vostro disco pop dell’anno.
25/11/2011