Erano i primi anni 2000 quando sulla scena rock alternative mondiale si affacciava una schiera di ragazzini che amavano il punk e la new wave, il garage e i Beatles. Da quella "new new wave" sorsero fenomeni come Strokes, Killers, Franz Ferdinand, Bloc Party e centinaia di altre meteore sparite nell'arco di un battito di ciglia. Dalla florida galassia canadese sorsero allora gli Hot Hot Heat, che in piena schizofrenica passione per questa nuova scena vennero addirittura messi sotto contratto, per il loro esordio discografico sulla lunga distanza, dalla gloriosa Sub Pop. Al quartetto si avvicinò anche Chris Walla, chitarrista dei Death Cab For Cutie, che produsse quello che resta ancora oggi il massimo successo del gruppo, quel piccolo compendio indie-rock rappresentato da "Make Up The Breakdown", disco che nel 2002 lanciò in orbita i quattro grazie all'irresistibile "Bandages".
Sono passati più di otto anni da allora, gli Hot Hot Heat hanno cercato più volte conferme negli anni successivi (con "Elevator", del 2005, e "Happiness Ltd.", del 2007), senza però riuscire a riconfermare quanto fatto in precedenza, tanto da venir scaricati dalla Sub Pop e tornare nell'universo delle etichette indipendenti. I nostri approdano così negli anni 10 con la voglia di dimostrare di non essere ancora finiti.
"Future Breeds" mostra una band ancora in buona forma, tra le meno "scontate" della produzione indie-rock recente. Chitarre acide, tastiere taglienti e una produzione assai stratificata danno grande solidità all'impianto sonoro dei canadesi, anche se alla lunga la formuletta stanca.
La partenza è al fulmicotone. "YVR"è travolgente, incalzante, una potenziale hit da dancefloor tra ritmica incandescente, riff stoogesianie una coda orrorifica. "21@12" sembra un tributo britpop in stile Supergrass, mentre "Times A Thousand" sprinta in direzione dei Modest Mouse. "Implosionatic" è rock sintetico figlio dei Devo. E fin qui ci siamo. Ma con la pur brillante "Goddess On The Prairie" inizia la discesa dell'attenzione. L'accoppiata nella parte centrale del disco, "Zero Results"-"Future Breeds" mostra il lato più dark dei nostri, una nuvola che offusca solo per pochi minuti il sole sbarazzino che torna a splendere in "JFK's Lsd". "Jedidiah" è l'ultimo e forse più luminoso lampo del disco, tra psichedelia, chitarre latineggianti (?) e tastiere eighties.
Le ultime tre tracce aggiungono poco alla miscela proposta nella prima parte. L'ossessiva "Buzinezz Az Uzual" marcia dolente inserendo anche violini e pianoforte. "What Is Rational?" torna alla schizofrenia intravista in "Implosionatic", mentre "Nobody's Accusing You" riporta l'album nei territori indie-pop con i quali si era aperto.
Senza infamia e senza lode, il ritorno degli Hot Hot Heat non fa che confermare i canadesi come eterni incompiuti. Da troppi anni si attende la loro definitiva esplosione, arriverà mai?